Al cinema: WE ARE THE BEST! (recensione). Piccole donne in versione punk e anche un po’ pink

show_photoWe are the best!, un film di Lukas Moodysson. Da un graphic novel di Coco Moodysson. Con Mira Barkhammar, Mira Grosin, Liv LeMoyne.
watb-02_jpg_1400x0_crop_upscale_q85Svezia 1982. La dodicenne Bobo vuole mettere su una punk band insieme alla sua amica e una compagna di scuola. Sarà una dura lotta contro il mondo, ma ci riuscirà. Piccole donne in versione punk e anche parecchio pink. Il Lukas Moodysson di Together e Fucking Åmål squaderna un altro coming-of-age in un film assai simpatico fino alla ruffianaggine. E con troppi cliché: giovani contro adulti, ribelli contro conservatori. Un cinema che trova nella facilità e nella gradevolezza il suo limite invalicabile. Voto 5+
show_photo-3Al cinema è il momento delle ragazzine e/o delle bambine. Tutto un mondo visto attraverso gli occhi e secondo la percezione di pre-adolescenti, quando addirittura non si sta sotto i dieci anni. Un mondo signora mia con le sue belle difficoltà, acciocché si possa stare dalla parte delle bambine e delle piccole donne e seguire partecipi i loro romanzi e romanzetti di formazione. Coming-of-age al femminile in quantità. Da Le meraviglie di Alice Rohrwacher (altrimenti detto miracolo a Cannes) a Incompresa di Asia Argento, all’imminente e parecchio bello Quello che sapeva Maisie fino a We are the best! Che viene dalla Svezia, per opera di quel Lukas Moodysson che già aveva indagato il crescere di altre piccole donne in Fucking Ämal, con cui questo We are the best! ha non poche affinità. Un cinema il suo facile facile, svelto, accattivante fino al piacionismo e alla ruffianaggine. Un cinema, lo dico subito, che non amo, con i suoi semplicismi e schematismi e dualismi abbastanza rozzi. Giovani contro adulti, ribelli contro conservatori, figli contro genitori. E come son cattive le famiglie. Un cinema con un cartello segnaletico gigante a uso dello spettatore, che gli indica da che parte stare e per chi tifare, e son sempre i giovani e i ribelli quelli con cui schierarsi, ovvio. Mica per niente Lukas Moodysson è sempre lì a rivangare un passato ormai lontanuccio, quando il mondo occidentale era percorso da vari anarchismi e incazzature, gli anni Settanta e immediati dintorni per capirci, ed è retrodatato a quei tempi non solo We are the best! (nel 1982, per l’esattezza), ma anche il suo film a oggi più famoso, Together, sulle sperimentazioni comunarde. Sarà che non sono un nostalgico, sarà che per gli anni Settanta continuo a provare un rigetto insanabile (è che me li ricordo troppo bene, solo chi non li ha conosciuti può rimpiangerli), ma io dei cantori di quella presunta felice stagione non so che famerne. Allora, questo film. Svezia, primissimi anni Ottanta. Una ragazzina tra i dodici e i tredici anni di nome Bobo, aria da tomboy e una irriducibile inimicizia verso il mondo dei grandi, si mette in testa, avendo provato qualche volta a suonicchiare, di creare con la sua amica Klara una punk band. Ma il punk è morto!, a dirle tutti (ed è il tormentone del film). Sarà anche putrefatto, ma lei lo ama, si incresta i capelli col gel, picchia duro sulla chitarra. Riuscirà a mettere su il gruppo dopo aver imbarcato nell’impresa anche la proba e bionda e perfettina compagna di scuola Hedvig, una che suona la chitarra classica e canta melense canzoncine religiose. La sua conversione al punk per opera della persuasiva Bobo è la cosa migliore del film, la più divertente, un passaggio segnato clamorosamente dal taglio dei suoi lunghi capelli (mica puoi punkeggiare se hai un’aria da esangue damigella preraffaellita). Sarà questo taglio a suscitare le ire della famiglia di Hedvig e per Bobo la quasi-rottura con lei, e con il mondo della scuola, e con il mondo tutto. Ma la nostra picciola donna ha carattere, e non mollerà il progetto. Intanto il trio conosce un ragazzo suonatore per il quale sia Bobo che Klara perdono la testa, e anche questo è un passaggio obbligato di ogni coming-of-age che si rispetti, il primo innamoramento e la delusione. Ci sarà pure un concerto in un postaccio tristerrimo con un ‘ti odio Västerås’ (è il nome del paesello per niente ridente) lanciato con punk-rabbia da Bobo dal palco che susciterà la rivolta dei presenti. Che dire? Il film è simpatico e si lascia seguire volentieri, ma è proprio la sua ruffianaggine, la sua mancanza di ogni complessità a segnalarne i limiti. Quando è stato presentato lo scorso settembre a Venezia nella sezione Orizzonti ha comunque trovato subito un nugolo di estimatori, e al successivo Toronto Festival pure. Il cinema facile di Lukas Moodysson è per la Svezia un prodotto di esportazione ormai sicuro, come quello di Susanne Bier lo è per la Danimarca. Dimenticavo: il film è tratto da un graphic novel di Coco Moodyasson, moglie del regista. Tutto in famiglia.

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