Cannes 2014. L’HOMME QU’ON AIMAIT TROP (recensione). La matriarca Deneuve e la figlia scomparsa

L’homme qu’on aimait trop (L’uomo che era troppo amato). Titolo della versione inglese: In the Name of My Daughter. Un film di André Téchiné. Con Catherine Deneuve, Guillaume Canet, Adèle Haenel. Presentato fuori concorso.
6aefc0d0ab16d966c1afd91cfffaa609Il film ricostruisce un caso di cronaca nera che ancora appassiona e divide la Francia tra colpevolisti e innocentisti: la scomparsa nel nulla dell’ereditiera Agnès de la Roux e il sospetto che ad ammazzarla sia stato l’amante avvocato. Massima sua accusatrice: Hélène de la Roux, madre di Agnès, gran signora della Costa Azzurra, proprietaria di un leggendario casinò di Nizza. Sullo sfondo i maneggi della mafia corsa. Si segue con passione il caso, ma a momenti sembra Chi l’ha visto? Solo in qualche passaggio il regista Téchiné, coadiuvato dalla Deneuve, riesce a immettere nel plot il suo gusto per le sfumature e l’ambiguità. Voto 6
cb8ee17c38178d501f0da57f64a9a52fMi aspettavo parecchio di più. André Téchiné è regista che anche negli ultimi dieci anni e qualcosa è riuscito con il meraviglioso Loin e I tempi che cambiano a darci esempi belli del suo cinema morbidamente ambiguo e ombroso, teso a raccontare piccole quanto ineluttabili derive e sconfitte esistenziali, e slittamenti guidati da un eros difficile e insoddisfatto. Qualche traccia delle cose a lui care la ritroviamo anche in questo L’homme qu’on aimait trop (L’uomo che era troppo amato), ma nascoste tra le pieghe di un racconto che, ispirato com’è a un caso clamorosa della cronaca nera francese, non gli consente molte vie di fuga e si configura come struttura inesorabilmente chiusa e costrittiva. Tant’è che l’impressione in certi momenti è di assistere a una specie di Chi l’ha visto?, con tanto di relative semplificazioni televisive in fase di sceneggiatura e snodi drammaturgici. Credo che Téchiné abbia faticato parecchio a far propria la materia, dovendosela vedere con personaggi reali e avvenimenti di cronaca, e dunque con pesanti ipoteche e molti lacci e lacciuoli. Anche perché ha lavorato su due sceneggiature diverse, prima su quella scritta da uno dei figli della protagonista del film Hélène de la Roux, poi su un’altra versione.
Vediamo all’inizio una Deneuve invecchiata dal make up (sì, invecchiata artificialmente, nonostante che la signora, ormai monumento di se stessa, abbia i suoi 70 anni) battersi perché si riapra il procedimento giudiziario a carico dell’uomo che ritiene essere l’assassino della figlia scomparsa. Quindi balzo all’indietro, al 1976. Dopo la fine del suo matrimonio la giovane Agnès de la Roux rientra dall’Africa a Nizza dove la madre Renée gestisce la proprietà di famiglia, il mitico Palais de la Mediterranée, casinò in puro déco-style ormai in preda a una grave crisi economica. Amministatori disonesti e venduti alla mafia corsa che vuole impossessarsi del casinò, stanno per mettere in ginocchio la regale e sempre pugnace Renée, la quale, per sventare le manovre, si appoggia sempre più a un lesto e brillante avvocato di nome Maurice Agnelet. Avvocato che finirà col diventare il suo uomo di fiducia per ogni guaio e pratica. Intanto la figlia Agnès le si fa sempre più nemica, pretende la sua parte di eredità, vuole che il Palais venga liquidato e le venga dato quel che le spetta. Ma la matriarca resiste, resiste a tutto, alle infiltrazioni mafiose e alle rivendicazioni della rampolla. I giochi cominciano a farsi pesanti quando tra l’avvocato Agnelet e la ragazza si stabilisce una storia. Agnès ha talmente perso la testa per lui da perdonargli tutto, le altre donne, il fatto che non si decida a stare davvero con lei. Quel che segue (attenzione, possibili spoiler) è puro giallo, un thriller che ha incantenato la Francia e ancora continua a scuoterla, e a dividerla tra innocentisti e colpevolisti. Il boss mafioso Fratoni promette tre milioni di franchi ad Agnès e Agnelet se la ragazza voterà in consiglio di amministrazione contro la madre, costringendola all’impotenza e aprendo le porte del Palais ai corsi. Così sarà. Agnès tradirà la madre. I tre milioni verranno depositati su conto svizzero a disposizione di lei e del suo amante avvocato. Ma poco dopo Agnès sparirà, non si troveranno tracce del corpo, lui potrà incamerare i tre milioni. La madre è convinta che Maurice abbia ucciso Agnès, vuole la verità, non smette di accusarlo, non smetterai mai finché avrà vita. Non dico altro, se non che il caso è continuato e ancora continua tra svariati gradi di giudizio in tribunale e incredibili ribaltoni.
Ora, il film non può che essere, inesorabilmente, l’illustrazione del caso, tappa dopo tappa, mistero dopo mistero, senza la possibilità per il regista di andare troppo oltre, nonostante Téchiné accentui a ogni occasione le ombre e le ambiguità della relazione tra Agnès e Maurice, e i conflitti madre-figlia. Il meglio lo dà nella definizione del carattere della matriarca, egregiamente servito da una Catherine Deneuve matronale e ormai con la mobilità di una statua, ma capace con un’occhiata di incenerire interlocutori e l’intero schermo, e pure la platea. Non volendolo chiamare carisma che ormai è porolaccia infrequentabile, come mai si potrà dire? Le scene di lei regale tra i clienti del casino o nella sua villa rivierasca sono una meraviglia, ma restano inevitabilmente secondarie, collaterali, senza poter spostare il baricentro del film. Che è innanzi tutto un giallo il quale, con la forza dei fatti e della cronaca, imballa Téchiné. Ogni tanto però, e per fortuna, trapela qualcosa di suo. Quel suo gusto per esempio delle misalliance sociali con sottofondi erotici (un po’ fassbinderiane, anche se più in tono signoril-francese), e dunque ecco il bellissimo pranzo in villa tra madame e il giovane autista napoletano, e sempre loro due che in macchina sulla corniche cantano a squarciagola Pregherò di Adriano Celentano. Agnès è Adèle Haenel, attrice francese che dire emergente è poco. Ha appena vinto il César come migliore non protagonista per Suzanne – presentato l’anno scorso alla Semaine de la critique -, approfittando dello speech per dire al mondo di essere lesbica e felicemente innamorata della regista Céline Sciamma (quella di Tomboy, ricordate? Quest’anno è stato presentato con gran clamore promozionale alla Quinzaine il suo nuovo Bande de filles, che ahimè mi sono perso). A Cannes 2014 Haenel è stata una delle attrici più in vista, anzi per lei il festival è stato una consacrazione, grazie a questo film di André Téchiné e alla stramba rom-com Les Combattants vincitrice alla Quinzaine di ben tre premi. E salutata dagli ultracool critici di Les Inrocks come una delle punte del festival. Il regista-attore Guillaume Canet – compagno di Marion Cotillard – è il serpentesco avvocato Agnelet, carogna dai modi borghesi su cui pende, come per il Cary Grant di Il sospetto, l’ombra perenne del dubbio.

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