Al cinema: THE CONGRESS (recensione). Un viaggio allucinato tra live action e animazione. Delirante, potente. Imperdibile.

Le_CongresSchermata 2013-06-19 a 13.56.25The Congress, regia di Ari Folman. Live action e animazione. Con Robin Wright, Harvey Keitel, Jon Hamm, Paul Giamatti, Kodi Smith-McPhee, Danny Huston.

Robin Wright a Cannes alla poriezione di The CongressChe film. Smisurato, immenso, grandioso, debordante, tracimante. Un accumulo di cose e visioni da far girare la testa. Con una prima parte in live action, e il resto animato. Un’attrice decide di farsi scannerizzare in modo che il suo doppio digitale possa essere usato per infiniti film. Ma sarà solo l’inizio di un’avventura in un’altra dimensione, dove domina un Potere che condiziona e controlla le menti attraverso l’uso di allucinogeni. Dal regista di Valzer con Bashir uno dei film più folli, deliranti, irraccontabili degli ultimi anni. Tra psichedelie e allargamenti della coscienza da anni Sessanta-Settanta e critiche veteroideologiche all’industria dello spettacolo. Colori, visioni, sogni, incubi, trip lisergici. Di tutto, di più. Tanto. Troppo. Ma è impossibile non lasciarsi sopraffarre e conquistare da The Congress. Voto 8

Robin Wright a Cannes con il regista Ari Folman
Un film ormai circonfuso di un alone leggendario e un filo maudit. Lo si aspoetava in concorso a Cannes 2013 e invece sbucò quale film di apertura alla Quinzaine des Réalisateurs, ricevendo un’accoglienza mista. Film divisive, c’è chi lo ha detestato e chi lo molto amato. Sono tra i secondi. The Congress ha avuta vita difficile anche dopo Cannes, folle e inclassificabile com’è, ma resta una delle esperienze visive – e sensoriali – più belle che il cinema cui ci ha dato accesso il cinema negli ultimi anni. Ora esce, a distanza di un anno, nei nostri cinema, nella calura estiva che, si sa, non attira le folle in sala. Ecco, andateci, non perdetevelo, è un qualcosa che ti fa ancora credere nel cinema e, ebbene sì, nella sua supfremazia sulla tv, anche quella intelligente della serialità figa.
The Congress ha segnato il molto, molto atteso ritorno ritorno dell’israeliano Ari Folman dopo quel capolavoro vero che era, ed è, Valzer con Bashir, la guerra israelo-libanese del 1982 e il massacro di Sabra e Chatila ad opera della falange maronita ricostruiti attraverso i ricordi e gli incubi di un reduce, il tutto messo genialmente in scena con l’animazione e non in live action. Il film è allpaltezza delle aspettative? La risposta è sì. The Congress è usballato, sbilanciato, scombinato, anche delirante, quasi irraccontabile, ma è prodigiosamente ricco, visualmente e non solo, ed è grande e grandioso, di rara forza, con sequenze meravigliose, passaggi folgoranti, immagini sublimi. Una di quelle opere folli, smisurate, più grandi della vita e perfino del loro autore. Ari Folman ci pensava da decenni, e ha ripreso in mano il progetto nel 2008 dopo il successo internazionale di Valzer con Bashir, e dopo che quel successo gli ha consentito di trovare i capitali necessari a dar corpo e immagine alla sua ossessione. Cinque anni di lavoro tra Israele, California, Germania e altre location (nei credits finali se ho visto bene si parla anche di Turchia).
Un progetto ai limiti dell’impossibile, titanico, il film sognato, incubato, desiderato, perseguito per una vita, e come spesso accade in simili casi, il risultato è insieme grandioso e slabbrato, potente e imperfetto, stracarico di intuizioni e pieno di punti di fragilità, deludente e immane. Però signori, che ambizioni, e che cinema. Ari Folman si gioca impavidamente tutto, lo status raggiunto con il suo precedente film e credo anche qualcosa di sè, e del proprio patrimonio personale. Un film in osmosi con il suo creatore, non separabile, non scindibile da lui, come se i due organismi (anche il film è un organismo) si fossero incrociati, in uno scambio di cellule (sane e e impazzite).
Opera visionaria, dove il confine tra il conscio e l’inconscio viene continuamente oltrepassato, dove la narrazione assume l’andamento sconnesso eppure segretamente coerente di un’allucinazione, o se volete di un trip anni Sessanta-Settanta indotto da Lsd o mescalina o peyote. Un film di immagini che si incastrano misteriosamente, in cui le parole (peraltro molte, moltissime) tentano di spiegare, ma non ce la fanno più di tanto a razionalizzare la mole di suggestioni e incantamenti che lo schermo intanto ci scaraventa addosso a ritmo incessante. Sensazione che non ho provato molte volte al cinema, e mi viene in mente il Satyricon di Fellini o il Tommy di Ken Russell. Certo, chi si aspetta un altro Valzer con Bashir resterà spiazzato. Nessun riferimento alla storia bruciante d’Israele o ad altri contesti geopolitici, se mai una critica decisa – e anche questa molto ideologicamente anni Sessanta-Settanta – all’industria dello spettacolo come manipolazione delle coscienze, e attenzione a quel fenomeno che i marxisti critici chiamavano alienazione, intesa come espropriazione del sé e dell’umano da parte di forze e poteri oltre-individuali. Ma, a ben guardare, anche Valzer con Bashir era pieno di incubi e deliri e, attraverso la mediazione della psicanalisi, si configurava come viaggio e percorso nel buio dell’inconscio, nei labirinti della mente (del resto Ari Folman è stato anche tra gi autori di BeTipul, la serie tv israeliana da cui poi sarebbe nato In Treatment).
Raccontare The Congress è dura, ma proviamoci. Trattasi di un racconto diviso in tre blocchi, il primo e il terzo girati in live action, con protagonista Robin Wiright nella parte un’attrice che si chiama come lei e che molto le somiglia per carattere e carriera. Il blocco di mezzo, il più importante e quello che dà la coloritura al film, è invece in animazione, con un Robin cartoonizzata. Si parte con lei, attrice che ha scelto di vivere lontana da Hollywood in un hangar nei pressi di un aeroporto con la figlia adolescente e il figlio minore Aaron, la quale viene raggiunta nel suo eremo da una proposta fattale dal produttore della Miramount (ogni riferimento a Miramax e Paramount credo non sia casuale). Proposta quasi indecente. Visto che ormai sei sui 45 anni – le dicono – e visto che il cinema come lo abbiamo conosciuto si sta estinguendo, ecco la nostra brillante idea: ti scannerizziamo, e poi con la tua immagine digitalizzata gireremo tutti i film che vorremo mentre tu te ne starai a casa a goderti i soldi del contratto. Robin è perplessa: non lo farò mai! ma è una proposta irricevibile! e se poi usate la mia immagine scannerizzata per dei porno? Poi cede e accetta quando il figlio Aaron, già malato, sta per perdere l’udito e anche la vista, e dunque ha bisogno di cure costose. Via con la scansione. Con quell’immagine Robin diventerà la star una serie di film action-sci-fi che trionferanno al box office per i successivi vent’anni (e c’è una scena con lei a cavallo di un ordigno sganciato da un aereo che rifà pari pari quella del Dottor Stranamore di Stanley Kubrick).
Fino a questo punto il film viaggia su binari raccontabili, sembrandoci perlopiù una feroce e un po’ scontata e vetero-ideologica critica al sistema Hollywood quale cinica fabbrica di sogni e illusioni (per gli spettatori) e di disillusioni (per chi ci lavora: attori, sceneggiatori, ecc.). Ci aspettiamo che The Congress prosegua su questa strada, magari mostrandoci il conflitto tra la vera Robin Wrighr e il suo doppio scannerizzato. Invece no, di colpo il film svolta ed entra, letteralmente e metaforicamente, in un’altra dimensione, pescando a piene mani da un libro di fantascienza alto-filosofica del 1971 del polacco Stanislaw Lem, Il congresso di futurologia (edito in Italia da Marcos y Marcos). Talento immenso, Lem, ispiratore anche del Solaris trakowskiano, autore adorato da legioni di lettori dell’un tempo impero sovietico i quali, tagliati fuori da molta letteratura fantasy e sci-fi occidentale, attraverso di lui trovavano l’accesso ai linguaggi e alle visioni della fantascienza, e anche alle sue metafore libertarie e antitotalitarie. Ricordo una ventina di anni fa un ragazzo cresciuto nella Ddr leggendo – e adorando – i libri di Lem che non si capacitava di come uno scrittore così in Italia fosse praticamente ignorato.
Ecco, da questo punto in poi The Congress entra nel delirio. Ritroviamo Robin Wright ormai 65enne invitata a un congresso nella ‘zona ristretta animata’, zona in cui, una volta che si è varcato il confine e inalato una misteriosa sostanza, si diventa una creatura animata in un mondo animato. È che la Miramount si è evoluta in quei vent’anni in Miramount-Nagasaki e ormai si è spinta ben oltre la produzione di film con attori scannerizzati, adesso ha messo a punto farmaci e droghe che consentono alla gente, al pubblico, di essere e sognare ciò che vogliono, di farsi, letteralmente, il loro film nella loro testa. Robin, ormai creatura animata, deve esibirsi a un congresso quale testimonial di un nuovo prodotto psicotropo: lei stessa diventerà un drink, e chiunque lo/la ingurgiterà potrà immaginare di essere lei, la diva. Ma a questo punto si ribella, e nello stesso tempo nel grande teatro affollato irrompono dei rivoluzionari armati. Chi sono? Cosa vogliono? Probabilmente intendono ridare dignità alle persone (al popolo?) e sottrarle all’uso indotto e coatto di quelle sostanze che manipolano le loro coscienze. Quello che poi succede è ancora più complicato, irraccontabile, difficile da capire e afferrare, nonostante la gran quantità di spieghe (poco convincenti e prontamente contraddette) fornite. La realtà animata e simulata muta e si transustanzia continuamemte sotto i nostri occhi, a materializzare le proiezioni fantastiche e fantasmatiche dei vari personaggi. Più che cercare di capire – operazione impossibile – meglio abbandonarsi al flusso visivo e visionario, come in un trip acidissimo, e tener ferma l’attenzione sulle evoluzioni mentali ed esistenziali di Robin. Una fantasmagoria, questa parte animata del film, che all’inizio sembra citare il disegno ultrapop, ipercolorato e lisergico-psichedelico di Yellow Submarine, ma che poi attraversa infinite epoche e stili, rubando, citando, aggregando una quantità inverosimile e insostenibile di segni, e di simboli: il fumetto anni Trenta alla Betty Boop, i cartoni oltraggiosi di Ralph Bakshi, e a me pare ci siano anche molti prestiti da The Wall di Alan Parker. Qualcuno (in America) l’ha definito un Looney Tune in acido, e non siamo lontani dal vero. Eppure, nonostante lo sbalorditivo eclettismo grafico e visuale di cui Folman dà prova, le cose che gli riescono meglio restan sempre quelle essenzializzate, arcigne, inquietanti, notturne, dark alla Valzer con Bashir. Penso alla parte di Robin reietta e punita dopo la sua ribellione, penso alla grandissima sequenza del teatro, con oscurità e lampi e bagliori che ricordano certe sinistre atmosfere totalitarie, e che in particolare mi hanno riportato alla mente un lontano film anni Sessanta che non ho più visto da allora, ma che non ho mai dimenticato, Privilege di Peter Watkins. Funambolismi e citazionismi in tale quantità e intensità da sopraffarci, e a camminare sullo schermo ecco figure ricalcate su Liz Taylor, Grace Jonees, Marilyn, le donne picassiane, Clint Eastwood, Michael Jackson, Cassius Clay, Ronald Reagan. Più un Tom Cruise appena appena criptato. Seguono per Robin continui viaggi e trapassi di coscienza o incoscienza. Viene fatta prigioniera, ritorna alla vita grazie all’animatore che ha usato la sua immagine scannerizzata per vent’anni e si è innamorato di lei. Ma ha perso il contatto con i figli, soprattutto con quel figlio sordo e ormai anche cieco. Il resto del film è la ricerca disperata di lui, di Aaron, passando dalla zona animata alla vita vera, e di nuovo alla zona animata. Con un finale quasi impossibile da decifrare che è una sorta di doppia allucinazione, di doppio sogno, di un sogno dentro il sogno (e occhio all’ultimissima inquadratura, a chi si specchia nel vetro e a come si vede rispecchiato). C’è di tutto, di più in The Congress. C’è troppo. Un film che deborda e tracima da tutte le parti, che si addentra nelle zone più oscure della coscienza per estrarne non si sa cosa. Sì, c’è la critica (ripeto: vetero-ideologica) all’industria dello spettacolo e al Potere quale elemento corruttore e condizionante. Ma questo immane lavoro di Folman è anche un trip anni Sessanta, un’esplorazione e un allargamento, un’espansione della coscienza, come predicavano decenni fa (pur su diversi versanti) Timothy Leary, Albert Hoffman, William Burroughs, Carlos Castaneda. In certi momenti sembra di rivedere la collezione intera di certe riviste beatnik e frikkettone genere Parco Lambro. Tutta la narrazione sembra intrisa dalla mistica del vero sé nascosto sotto i condizionamenti sociali, un sé da riscoprire e valorizzare scassinando le paratie che lo tengono imprigionato, magari usando come arma di scasso la droga nella sua versione allucinogena. Chissà cosa sarà di questo film eccentrico, nel senso anche di scentrato, di fuori da ogni possibile centro. Potrebbe finire nel girone dei titoli maledetti oppure, al contrario, guadagnarsi lo status di oggetto di devozione. Spero che sia questo il suo destino, e in ogni caso,non lasciatevelo sfuggire.

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