Al cinema: GABRIELLE (recensione), un altro film sul diritto dei disabili all’amore

110737_galGabrielle – Un amore fuori dal coro, un film di Louise Archambault. Con Gabrielle Marion-Rivard, Alexandre Landry, Robert Charlebois.
110741_galAffetta da una lieve forma di disabilità psicofisica, Gabrielle vive comunque la sua vita. Si innamorerà di un compagno del coro di cui fa parte. Si opporrà la madre ricca e stronza di lui. L’ennesimo film sul diritto dei disabili all’amore (e al sesso). Sorry, non son riuscito a farmelo piacere. Voto 5
110738_galUn altro film in arrivo dal Québec, terra di molte cose cinematografiche interessanti (un solo nome: Xavier Dolan). Un altro film sul tema assai politicamente corretto dei diritti dei disabili ad amore e sesso, dopo L’estate di Giacomo (a oggi il migliore), The Sessions, The Special Need. Ormai, anche se a qualcuno parrà improprio e inelegante, si dovrebbe parlare di filone, di genere, con i suoi codici e le sue costanti narrative. Non tanto un caso di exploitation, di cinico sfruttamento, piuttosto di convergenza da più parti, e in contemporanea, sullo stesso punto sensibile, in grado evidentemente di accendere l’interesse di autori e spettatori. Non sono, lo dico subito, un entusiasta del genere, non ho amato questo film quando l’ho visto l’anno scorso al Festival di Locarno, dove sarebbe poi risultato il più votato dal pubblico tra quelli proiettati in Piazza Grande. Gabrielle è partito da lì per una corsa internazionale di buon successo, arrivando a sfiorare la nomination all’Oscar nella categoria film in lingua straniera (è in francese québecois difatti). Il film di Louise Archambault si inserisce in un altro rigoglioso filone del cinema attuale, soprattutto del cinema da festival, quello che mescola documentario e fictionalizzazione, in sintesi spesso ardite e anche fuorvianti. Perché stai sempre chiederti quanto ci sia di vero e no in quel che vedi (sì, è domanda da sciampista, da spettatore ingenuo, ma al cinema in fondo siam tutti un po’ sciampiste). In Gabrielle, per esempio: la protagonista – affetta dalla sindrome di Williams, una forma di disabilità lieve di origine genetica che influisce sulla facoltà cognitiva, il lato emozionale e anche alcuni aspetti fisici – è interpretata da una ragazza di nome Gabrielle Marion-Rivard affetta dalla stessa sindrome. Già, ma la storia cui assistiamo quanto è del personaggio e quanto della sua interprete? Gabrielle è supportata da una famiglia amorevole, in particolare dalla sorella, vive una vita non così dissimile da quella che per convenzione chiamiamo normalità, fa parte con altri disabili di un coro che ha scopi di terapia e integrazione sociale. Lì, cantando e provando, conosce Martin, e Gabrielle, travolgente sempre nel manifestare quel che prova, casca innamorata di lui. Che, vinto da quell’uragano, non si sottrae. Incominciano i guai però. La famiglia di lui si oppone, con in testa la madre borghese, nel classico ruolo visto in innumerevoli mélo della sciura stronza che non vuole che il figlio si accasi con una povera. Ecco, mélo. Gabrielle rivisita e attraversa, pur nella sua compunzione politicamente corretta e pro diritti dei disabili, i molti archetipi narrativi dell’amore contrastato, e indovinate come andrà a finire. Sorry, ma non son proprio riuscito a farmelo piacere, Gabrielle. Rispetto la nobiltà delle intenzioni della regista, ma son di quei film che, lo si voglia o no, finiscono con l’esercitare un inevitabile ricatto verso il povero spettatore. Facendolo sentire un mostro nel caso osasse smarcarsi dalla richiesta solidarietà e partecipazione verso lo svantaggiato (di volta in volta socialmente, etnicamente, psicologicamente ecc.) protagonista. Bene, datemi pure del mostro, ma io davanti a film così ho una gran voglia di tagliare la corda. Oltre che ricattatori, li trovo indecentemente voyeuristici, nella loro voglia e ansia di frugare in cose privatissime. Adesso lapidatemi pure.

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