SYNECDOCHE, NEW YORK (recensione). Capolavoro, semplicemente

SNY_03045Synecdoche, New York, un film di Charlie Kaufman. Con Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Michelle Williams, Samantha Morton, Emily Watson, Dianne Wiest, Hope Davis, Jennifer Jason Leigh, Tom Noonan.

Kauffman sul set con Michelle Williams e Philip Seymour Hoffman

Kaufman sul set con Michelle Williams e Philip Seymour Hoffman

Arriva con sei anni di ritardo il primo, e al momento unico, film da regista del genio Charlie Kaufman, già sceneggiatore di Se mi lasci ti cancello e Essere John Malkovich. Una sfida colossale, un’opera smisurata come nessuno osa più fare. Un regista teatrale mette in scena la propria vita, in una rappresentazione che non ha mai fine, o sembra non averla. Fellinismi evidenti, e cortocircuiti tra vita e rappresentazione à la Pirandello. Ma la cerebralità dell’operazione nasconde un nucleo potente e irradiante. Un po’ tragedia classica e molto parabola biblica. Film-rompicapo, ma ineludibile. Anche per la presenza di Philip Seymour Hoffman. Voto 9 e mezzo
SNY_05599No, non crediate che questo sia l’ultimo film del povero, e grande, Philip Seymour Hoffman, come si potrebbe erroneamente dedurre dal trailer o dall’affiche. Nossignori, Synecdoche, New York ha la sua età, avendo avuto la sua prima mondiale a Cannes 2008, solo che da allora è rimasto nel freezer della distribuzione italiana – sei anni! – , e tirato fuori e messo nel microonde a scongelare solo adesso, piena estate 2014, per chissà quale imperscrutabili motivi (sono gradite spiegazioni convincenti, grazie). Tant’è che si fatica ad allontanare il sospetto che ci si sia voluti mettere nella scia mediatica della morte del suo attore protagonista. Comunque, grazie lo stesso, meglio sei anni di ritardo che mai. Anche se devo dire che ero riuscito a beccarlo miracolosamente una sera (su schermo vero, grande, al cinema) un paio di anni fa, fors’anche qualcosa di più, al meritorio cineforum del San Fedele di Milano, ed era stata per me una scoperta sbalorditiva. Sì, avevo letto recensioni assai calde di gente come Roger Ebert, il quale non aveva esitato a inserirlo fra i film più influenti della prima decade del millennio numero tre. Ma ero pure incespicato su malevole stroncature. Oltretutto Charlie Kaufman come sceneggiatore (di Se mi lasci ti cancello, Il ladro di orchidee, Essere John Malkovich, Confessioni di una mente pericolosa) mi aveva sempre più affascinato per i suoi acrobatici mind games che davvero convinto e conquistato. Invece davanti a Synecdoche mi sono arreso. Film smisurato, titanico, bigger than life, di quelli che nessun autore osa più, l’opera assoluta, la summa di una vita, anche una sfida pericolosa, cose insomma che si facevano in altri tempi, negli anni sessanta o settanta quando il culto modernista della sperimentazione e dell’avanguardia impregnava la meglio (o la peggio?) intellettualità, al cinema e oltre. Opera formidabile, se si pensa che Charlie Kaufman per la prima volta si fa regista e metteur en scène di una sceneggiatura propria senza ricorrere alla mediazione di uno Spike Jonze o Michel Gondry. Qualcosa su cui ha puntato molto, in un va o la spacca da cui esci o vincitore o vinto, e bisogna dire che non gli è andata così bene, anzi. Se molti hanno parlato di risultato assoluto, altri hanno detestato e odiato, e il pubblico ha detto no, inequivocabilmente. Flop. Kaufman dev’esserne rimasto scottato, visto che da allora non ha più scritto e girato film, come se quell’esperienza, e il suo esito controverso, l’avesse prosciugato e vulnerato dentro. Sei anni di silenzio che sanno di sdegno, di non-mi-avete-capito-e-allora-peggio-per-voi, interrotto solo da una collaborazione alla sceneggiatura di Kung Fu Panda 2 che suona più come un assaggio di ritorno, come un test, come una terapia lenitiva che come una ripresa vera e propria (e però si annunciano delle novità, stiamo a vedere). Synecdoche intanto s’è guadagnato fama di opera bella e dannata, con le stigmate della grande incompresa e dunque del culto. Divisiva, certo. O stai dalla sua parte o contro. Io sto con Synecdoche e Charlie Kaufman. I suoi arabeschi mentali, le sue complicate e contorte e lambiccate trame, la sua glaciale cerebralità stavolta producono un film incredibilmente pulsante, qualcosa che cela un nucleo caldo, potente, irradiante. Perché questo film non ha paura di confrontarsi con faccende come (e di chiamarle con il loro nome) la morte, la malattia, la perdita di ogni possibile relazione umana, la solitudine assoluta, la feroce decadenza fisica e mentale. Parabola di una dissoluzione, di una discesa progressiva e inesorabile verso il niente, Synecdoche ha un che di biblicamente tragico, nel raccontare uno di quei destini che sembrano assegnati da Dio all’uomo perché lui possa misurare la propria finitudine, la propria irrimediabile pochezza a fronte dell’enormità del divino, e penso per esempio alla storia di Giobbe (archetipo e matrice di un altro meraviglioso, anche se inferiore a questo, film di qualche anno fa, A Serious Man dei fratelli Coen).
Siamo a Schenectady (la pronuncia è simile a quella di Synecdoche, da qui forse il titolo. Forse), piccola, affluente e colta città dello stato di New York. Qui vive e lavora il regista teatrale di medio successo Caden Cotard (Hoffman), quarant’anni o giù di lì, insieme con la moglie Adele e la figlia Olive. Sta preparando un allestimento di Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller con attori molto più giovani dei loro personaggi ed è, come ogni regista alla vigilia della prima, assai teso. Capiamo subito che tra lui e la moglie, artista di ritratti-miniatura che ricordano i corpi alterati e sfatti di Lucien Freud e Francis Bacon, qualcosa non funziona, che il matrimonio non marcia nonostante l’apparente tranquillità. La crisi si materializza quando lei, Adele, decide di prendersi la solita quanto ipocrita pausa di riflessione trasferendosi a Berlino, laboratorio di ogni sperimentazione (esistenziale, artistica), e portandoci pure la figlia. Caduta abissale di Caden, che da tempo del resto vede e sente il suo corpo indebolirsi, decomporsi, ammalarsi. Grazie a un importante finanziamento, riesce finalmente a scrollarsi di dosso ogni preoccupazione economica e a intraprendere il Grande Progetto della Vita, mettere in scena in uno spettacolo-monstre, colossale e costosissimo, la propria esistenza e le persone che gli stanno intorno, fare di sé la propria opera, oggettivare, trasferire se stesso in un dramma-commedia da offrire al pubblico (e i vari titoli di lavorazione, assurdamente fantasiosi, che man mano assegna al lavoro son tra le cose più godibili del film). Set, una New York ricostruita in un enorme hangar dismesso per dirigibili. Una cattedrale archeologico-industriale che è una delle invenzioni prodigiose di Synecdoche, un’impressionante location in cui la vita di Caden viene riprodotta su scala moltiplicata e gigantesca, in un panorama urbano che ricorda sinistramente Metropolis di Fritz Lang e altro cinema espressionista. Intanto si è messo con la sua attrice, ha un’altra figlia. Intanto si innamora della sua assistente, senza mai trovare il coraggio di mettersi con lei. Storie e persone che puntualmente Caden riproduce e utilizza per farne materie di rappresentazione, trasformandole tutte nel suo progetto teatrale, progetto che diventa infinito. Passano gli anni, Caden invecchia, invecchiano con lui i suoi collaboratori e i suoi compagni di strada e le sue compagne di vita, i destini intorno cambiano, ma l’opera resta sempre aperta, inconclusa, destinata a durare quanto la vita di cui è la duplicazione. Io io io e le altre. Il maschio Caden al centro di una complicata danza di figure femminile, come nella scena leggendaria dell’harem felliniano di Otto e mezzo, film al quale, vedendo questo Synecdoche, non si può non pensare, e in tutta evidenza presente come conscio o inconscio modello di riferimento per Kaufman. La confusione tra vita e rappresentazione, il loro cortocircuitarsi e reciprocamente influenzarsi, naturalmente rimandano anche a Pirandello, ma i giochi citazionisti messi in atto da Charlie Kaufman sono davvero infiniti, e si potrebbe continuare per un bel po’ con l’elenco. E però Synecdoche, New York resta qualcosa di molto personale, di unico e mai visto, grazie anche alle molte derive incongrue, surreali, inesplicabili, assurde, sia nello svolgersi della vita del protagonista sia nella sua rappresentazione, come se Kaufman avesse voluto evitare le secche del naturalismo, della vita-com’è e come-appare, per aprire finestre visionarie e fantastiche che comunichino con l’inconscio e forniscano un binario, anche narrativo, parallelo. Per suggerire che la vita è anche delirio, e viceversa. Penso alla casa in fiamme, penso alla sottotrama di Caden che si finge donna delle pulizie per penetrare nella camera d’hotel dell’ex moglie. Kaufman si muove acrobaticamente su questa tessitura così complessa da farci perdere a momenti la testa, spingendo fino al limite estremo la sua glaciale abilità di giocoliere di trame e racconti, la sua capacità combinatoria di archetipi e stereotipi da lezione di narratologia. Basti vedere la maestria con cui ricorre al tema del doppio, dove il replicante a volte sprigiona più verità e dolore del suo originale (colui che interpreta Caden sulla scena, per esempio). Tutto inesorabilmente procede verso una fine che non può che essere traumatica. Non tutto è trasparente in questo colossale film, molto anzi resta oscuro, ma è il prezzo che Kaufman (e noi con lui) ha pagato alla propria smisurata ambizione, e in fondo non è un gran prezzo se pensiamo al risultato. Synecdoche ha un andamento irregolare e a tratti sussultorio, si muove velocemente su traiettorie diverse per poi bloccarsi di colpo, regredire, riavvitarsi su se stesso, ingorgarsi, e poi ripartire dove meno te l’aspetti, in una scompsizione-ricomposizione continua dello spazio-tempo narrativo che rischia di essere per lo spettatore estenuante. Ma val la pena resistere, non mollare la presa. È un’opera multistrato e multidimensionale, prismatica, da vedere una, due e magari più volte, e non ascoltate chi ve la sconsiglia, ogni sforzo verrà ripagato con gli interessi. Menzione speciale per Samantha Morton che è Hazel, tra i molti personaggi femminili quello che più si imprime dentro di noi, e il più straziante.
P.S.:
SINEDDOCHE
[si-nèd-do-che] – sostantivo femminile
Figura retorica che consiste nell’esprimere un’idea usando una parola di significato più ampio o meno ampio di quella propria, come quando si nomina:

La parte per il tutto
Il grande schermo per il cinema

Il tutto per la parte
Le autorità per la polizia

La specie per il genere
I felini per i gatti

Il genere per la specie
I mortali per gli uomini

La materia per l’oggetto prodotto
Un bronzo per una scultura in bronzo

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7 risposte a SYNECDOCHE, NEW YORK (recensione). Capolavoro, semplicemente

  1. Ismaele scrive:

    del tutto d’accordo!

    Caden Cotard vuole rappresentare la vita nel suo svolgersi, in tempo reale,
    e Charlie Kaufman rappresenta Caden Cotard che vuole rappresentare la vita nel suo svolgersi, in tempo reale.

    non è facile, anzi, è difficile vedere un film così, e però è bellissimo

  2. Carla scrive:

    Un film meraviglioso! Sicuramente da rivedere più volte.

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  5. Anonimo scrive:

    Un film che lascia interdetti per il delirio con cui vengono rappresentate le vite di ognuno dei personaggi e per il modo in cui vengono espressi i sentimenti di ogni attore,attore?Ogni spettatore diviene parte di quella trama.Sembra essere una introspezione dal vero.Meditimo. Tuttavia ,il regista rimane uno dei piu’ grandi geni della storia del cibena

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  7. sam scrive:

    Questo film è un “pezzo di bravura”, nel senso che il film in sé è fatto molto bene, tanto da confondere chi lo guardi. Ma la storia in sé, io l’ho trovata orribile.

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