STORIES WE TELL (recensione). L’attrice-regista Sarah Polley indaga sui segreti di famiglia

Stories we tell, un documentario di Sarah Polley. Il film è uscito in qualche sala italiana (a Milano allo Spazio Oberdan) distribuito da I Wonder Pictures.
L’attrice-regista canadese Sarah Polley ci conduce all’interno della sua famiglia, fino a svelarci un segreto che la riguarda. Solo apparentemente il film è un diario privato. In realtà Polley, moltiplicando i punti di vista e le testimonianze, ci consegna un oggetto cinematografico labirintico e ambiguo, dove le storie si moltiplicano e si intrecciano. Voto 6 e mezzo
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Continua la riscossa del documentario, ormai piegato a ogni ragione narrativa, a ogni drammatizzazione e fictionalizzazione. Tant’è che lo stesso statuto di docu(mentario) è in via di rapidissima ridefinizione Stavolta ad addentrarsi in questo territorio di conclamato realismo, di esibito quanto incerto cinéma vérité, è la canadese Sarah Polley, talentuosa attrice-autrice-regista, impegnata qui in un lessico familiare teso a scavare nel rimosso e a portare a galla i segreti, anzi il segreto rimasto sepolto per molti anni. Alternando e montando filmati, foto del passato, testimonianze attuali di fratelli e sorelle, del padre, di amici e conoscenti, Polley ci presenta inizialmente la figura della bionda, bella mamma, signora aspirante attrice poi innamoratasi di un attore di nome Michael (se ho afferrato bene, perde la testa vedendolo in The Caretaker di Harold Pinter) e finita con lui a fare la moglie e la plurimamma. Signora forse di un qualche talento, ma senza grande autostima e di troppe maliconie bovaristiche. L’inchiesta, perché tale è quella che conduce Sarah Polley, sembra essere inizialmente un omaggio alla mamma morta precocemente di cancro, ma poi imbocca un’altra direzione, va a cavar fuori quello che la signora in vita non aveva mai detto, e che solo molto tempo dopo la sua morte è emerso: Sarah non è figlia del paziente e comprensivo marito Michael, ma di Harry Gulkin, producer di teatro e cinema che un suo ruolo importante l’ha giocato in Canada, soprattutto negli anni Settanta. L’andamento del film non è lineare, non segue lo schema classico della detection, è piuttosto circolare e multifocale, con divagazioni, digressioni e anche false piste, non c’è apparentemente un centro forte della narrazione, non ci sono testimoni più protagonisti di altri. Stories we tell è un accumulo di più voci e più facce, e di più storie sulla stessa storia. Moltiplicazione di punti di vista e anche della verità, delle verità. Harry, il padre biologico di Sarah, l’accusa a un certo punto di sbagliare, le dice che dovrebbe concentrarsi sul nocciolo della faccenda, cioè lui e la madre di Sarah. Ma così non è. Il film è labirintico, anche spossante, scarsamente melodrammatico e anche non troppo coinvolgente per lo spettatore, come se ci volesse allontanare da una verità troppo accecante e disturbante. Le parole dette sono infinite, spesso interessanti, molto spesso ininteressanti o superflue e ridodanti. Sarah Polley confeziona un oggetto cinematografico sfuggente e pieno di ombre, quasi volesse destrutturare lo stesso paradigma del documentario e la sua pretesa di descrivere fedelmente il reale. Questo è il fascino e insieme il limite di Stories We Tell. Quando usciamo, abbbiamo l’impressione che poco sappiamo davvero della famiglia Polley, nonostante tutto ci sia stato detto.

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