Ma io difendo Prandelli, dargli dello Schettino è un’infamia

Cesare-Prandelli2Prandelli non ha mai scaldato il mio cuore già tiepido di supporter della nazionale. Tipo troppo ammodo, con i capelli sempre troppo pettinati e troppo lustri, preferisco vedere in panchina gente decisa e decisionista, se necessario anche dai modi duri e cattivi, e coi capelli fuori posto. Mourinho, per dire, per cui un interista come me proverà sempiterne devozione e gratitudine. Cesare Prandelli per un po’, diciamo fino a questi Mondiali, ha però dato l’impressione di una certa fermezza, pur nel suo fare gentile, perseguendo con coerenza una sua idea di calcio e di squadra senza dar troppo retta ai media e ai mille consigliori, spesso non disinteressati, che si accalcano nell’arena del pallone. I risultati per un bel po’ sono stati dalla sua parte. Finale agli Europei, anche se con quattro botti presi dalla Spagna, ottima Confederation Cup in Brasile, ottima qualificazione a questi mondiali. Poi in Brasile è successo quanto sappiamo. A quel punto ho cominciato, come tutti, a dubitare fortemente delle capacità tecniche del nostro uomo al comando, dubbi già alimentati dalle convocazioni discutibili (Destro a casa, dentro Cassano, per dire). Se perplessità c’erano state prima di questi mondiali nei confronti del signor Cesare, riguardavano non tanto l’aspetto più strettamente tecnico-sportivo (era pure riuscito a impostare un discreto calcio in nazionale, allineandosi alle mode dilaganti del possesso palla), ma piuttosto quel suo ostinarsi a volersi ritagliare un’immagine pubblica di uomo incorrotto, incorruttibile, di savonarola intransigente non disposto a tollerare comportamenti scorretti. Il codice etico, per l’appunto. Famoso e famigerato. Che Prandelli si arrogasse il diritto di includere o escludere, di premiare o punire i suoi convocati, e i calciatori italiani tutti, non sulla base delle qualità tecniche dei singoli e del loro rendimento in campo, ma nel nome della correttezza comportamentale, della buona condotta, non mi era piaciuto niente. Rifuggo naturalmente da ogni crociata, tantopiù quando l’ansia moralizzatrice si fa istituzionale e rischia di degenerare in regime etico. Questo per dire che ho sempre cercato di fronte a Prandelli di collocarmi laicamente, riconoscendogli di volta in volta e a seconda delle circostanze meriti e torti. Senza pregiudizi.
Adesso che però si assiste a un indecoroso linciaggio nei suoi confronti mi vien voglia di schierarmi dalla sua parte. Sono un consumatore qui a Milano di talk show calcistici sulle varie tv private, in primis Telelombardia, poi Telenova e Italia 7Gold. Ne ho sentite tra ieri e l’altroieri di ogni verso il povero ex cittì. Chi gli dà dello Schettino perché avrebbe pavidamente abbandonato la nave mentre affondava per rifugiarsi sulle comode rive del Bosforo (ha appena firmato un contratto con il Galatasaray, come si sa). Chi insinua che lui al Mondiale avesse già la testa da tutt’altra parte, a Istanbul, cpmbinando poi i disastri che sappiamo. Che lui avesse già il nuovo contratto in tasca e dunque se ne fregasse della nazionale. Il presidente della Juventus Andrea Agnelli ha riassunto il pensiero di molti italiani dichiarando che “il gesto di Abete e Prandelli di dimettersi è corretto, ma li smarca da un momento di assoluto bisogno. Tra l’altro Prandelli si è felicemente sposato con la Turchia che ha una pressione fiscale migliore. Ma nel momento del bisogno farsi da parte non è il gesto di cui aveva bisogno il calcio”. Agnelli ha perso un’occasione per stare zitto, e almeno cerchi di mettersi d’accordo con se stesso: apprezza le dimissioni di Prandelli rimproverandolo però di averle date. Insomma, Prandelli dopo la disfatta con Costarica e Uruguay e successiva eliminazione sarebbe dovuto rimanere lì al suo posto, spiegare per settimane in defatiganti conferenze stampa il perché della ignominiosa sconfitta assumendosi su di sé ogni responsabilità, cingendosi di spine, caricandosi della croce e offrendo la faccia agli sputi. Ma perché mai? Che poi, se così avesse fatto, lo avrebbero azzannato per non aver prontamente dato le dimissioni. Così il povero signor Cesare si è trovato in una situazione classicamente bloccata, qualunque mossa facesse gliela avrebbero rinfacciata come sbagliata.
Ecco, questo è linciaggio. L’indirizzare le proprie delusioni e paranoie cospiratorie e i sentimenti di rabbia verso un capro espiatorio, secondo un meccanismo che conosciamo fin troppo bene perché lo si debba spiegare (rimando nel caso agli studi di René Girard). I primi giorni è stato Balotelli, che parecchi torti ce li ha, a fare da parafulmine. Ma da quando è arrivata la notizia del contratto milionario del Galatasaray per Cesare Prandelli il bersaglio grosso è diventato solo lui.
Trasecolo. Cos’è successo di colpo? Ma di quale ignominia si sarebbe macchiato, a parte l’incompetenza tecnica e la balordaggine con cui ha portato la nazionale alla sconfitta? (e che è la sola colpa di cui dobbiamo imputarlo e giudicarlo). Pochi minuti dopo la sconfitta con l’Uruguay e l’estromissione dalla World Cup ha rassegnato le dimisisoni da cittì assumendosi la piena responsabilità della gestione della squadra e delle proprie scelte. Châpeau. In un paese dove nessuno si dimette e semmai cerca di farsi sbattere via per lucrare sulla buonuscita, lui l’ha fatto. Un gesto che non si può dimenticare, e che va aprezzato. Senza se e senza me. Senza riserve. Senza retropensieri. Certo, i molti suoi nemici lo accusano di averlo fatto avendo ormai un’alternativa, perfino più remunerativa, in tasca. E se anche così fosse? Se il Galatasaray ha deciso di ingaggiare un tecnico appena sbattuto fuori dal Mondiale e di pagarlo assai bene saranno affari suoi, no? Affari tra i turchi e Prandelli. Il quale non è Schettino, ed è una barbarie il solo accostarlo al comandante della Concordia. Schettino abbandonò la nave che affondava, Prandelli è stato in panchina naufragando insieme a tutti gli altri e annegando. Intendendo per annegamento la propria fine di ct della Nazionale. No, dargli dello Schettino è un’infamia, semplicemente. Lo si accusa anche di aver arraffato subito, anziché star lì a piangere per la caduta modiale dell’Italia, i soldi turchi, e qui le cifre come in ogni leggenda nera alimentata dal pregiudizio e dal malanino son le più diverse. C’è chi dice 5 milioni l’anno, chi 4, chi 3, nei quali sarebbe incluso il milione allo staff tecnico che lui si porterà a Istanbul. Che, a occhio, mi sembra il compenso più attendibile. Forse non se li merita. Ma non è questo il punto, signori. Il punto è che ha trovato qualcuno disposto a darglieli, quei soldi, che si fida di lui, che punta e rischia su di lui, che ci crede. Son faccende tra Galatsaray e Prandelli, noi che c’entriamo? Anzi, buon per lui che, dopo una sconfitta del genere, ha trovato subito il modo di tornare a galla e rimettersi in gioco, e magari mostrare al mondo il suo valore. Ha fatto bene ad accettare, e ha fatto bene ad accettare subito, anche perché il Galatasaray non gli avrà lasciato molto tempo per pensarci su e, di fronte a dubbi e perplessità e lungaggini, si sarebbe si sicuro rivolto da qualche altra parte. Certo, se Prandelli avesse lasciato passato un po’ più di tempo prima di involarsi verso il Bosforo sarebbe stato meglio, c’è anche nelle sconfitte del pallone un periodo necessario di lutto per rielaborare, da soli e collettivamente. Prandelli ha infranto questa legge non scritta, come ha acutamente scritto Jack O’Malley sul Foglio, ma scambiare la cosa per una colpa grave è fuori luogo. Penso che se avesse potuto traccheggiare un attimo di più con gli stambulioti, concedersi un po’ di vacanza, elaborare la sconfitta, l’avrebbe fatto, ma è probabile che non gliene abbiano dato il tempo. Allora va bene così. Uno si dimette assumendosi le responsabilitò della sconfitta e però, alla prima occasionee di riscattarsi, non se la lascia scappare. Scusate, dove stanno la codardia, la disonestà e le varie altre nefandezze? Quello che non gli si perdona alla fin fine sono i soldi. L’essere uscito da una sconfitta più ricco di prima con un nuovo e pingue contratto intasca, il non aver espiato, il non avere – letteralmente – pagato. Solo che non è mica colpa se ha trovato una squadra che crede in te e ti paga. Cos’avrevve dovuto fare? Rinunciare?
I torti veri di Prandelli semmai sono altri. Quell’imbarazzante vicenda del figlio Niccolò assunto a suo tempo dalla Federazione calcio come preparatore atletico. “Non l’ho assunto io”, ha precisato Cesare, e non vogliamo nemmeno pensarlo. Però da uno che vara un codice etico c’è da aspettarsi che di fronte a un simile conflitto di interessi faccia qualcosa. Scendendo sul terreno delle scelte e delle concovazioni per Brasile 2014, l’ex commissario tecnico è caduta nella trappola di fidarsi Balotelli, di elevarlo a uomo simbolo della sua nazionale e uomo strategico del suo gioco. Solo attaccante in campo, in una scelta palesemente assurda, e non perché Prandelli fosse uno sprovveduto, ma perché – questa almeno è l’opinione che nel frattempo mi sono fatta – avendo deciso di puntare su Balotelli gli ha dovuto fare il vuoto intorno, farlo giocare da solo, sapendo come Mario soffra il confronto nella sua zona di campo con compagni bravi come e più di lui. Così col naufragio di Balotelli è naufragato anche Prandelli. Ma penso che abbia sbagliato anche a lasciare troppo spazio, soprattutto fuori campo, ai famosi senatori di cui è diventato ostaggio (lo proverebbero le liti nello spogliatoio all’intervallo di Italia-Uruguay). Una casta che in nazionale governa e domina. Fossi nei panni del prossimo cittì, lascerei a casa Balotelli, o comunque lo mtterei in feroce competizione nel suo reparto con altri tipi tosti, e lascerei a casa definitivamente i senatori.

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