Il film da non perdere stasera in tv: ONDATA DI CALORE di Nelo Risi (dom. 13 luglio 2014)

Ondata di calore, Rai 3, ore 23,20.
ondata 24105679632_9f3fd2efc8Chi l’ha visto? Chi se lo ricorda? Raro. Dimenticato. Rimosso. Eppure imprescindibile. Uscito nel 1970 e finito subito nel cono d’ombra, come quasi tutti i film (non molti peraltro) del suo regista Nelo Risi, fratello minore di Dino. Uno per cui il cinema di fiction arrivò abbastanza tardi, come ulteriore campo di interesse, come espansione di una vita e una carriera fino ad allora perlopiù focalizzate da una parte sulla poesia (Nelo Risi è considerato dalle antologie un poeta post-ermetico, qualunque cosa questo voglia dire) e sulla documentaristica in film. Mai avuti la fortuna travolgente del fratello e il suo successo di massa. Film, i suoi, che si collocano su tutt’altro versante rispetto alla commedia, fortemente autoriali come li si intendeva in quegli anni, austeri, rigorosi, influenzati dalla psicanalisi, dagli avanguardismi della Nouvelle Vague e del Nouveau Roman, dagli estremismi e sperimentalismi stilistici di Antonioni. Mi rendo conto adesso, scrivendo, di averne visti un po’, di suoi film, incominciando da Andremo in città, un appartato e anomalo Holocaust-movie scritto da Edith Bruck, che di Nelo Risi è la moglie. Poi il suo lavoro più famoso, Diario di una schizofrenica. E, negli anni Settanta, il bellissimo, lucido La colonna infame, teorema di derivazione manzoniana di glaciale perfezione e implacabilità su come nasce un capro espiatorio, e sarebbe importante recuperarlo. Oggi chissà per quali imperscrutabili congiunzioni astrali spunta in palinsesto Rai 3 Ondata di calore, eccentrico, incollocabile quasi nel cinema nostro di allora e di sempre, un flop grande, maltrattato al suo uscire dagli stessi critici che pure avevano benedetto un paio di anni prima Diario di una schizofrenica, figuriamoci il pubblico. Me lo ricordo ossessivo, opprimente, ipnotico, misterioso. In un Marocco torrido e flagellato da tormentose tempeste di sabbia, una donna, Joyce, è in preda a convulsioni psichiche, a progressive dissociazioni. Come se la sua mente si stesse corrodendo. È arrivata lì, ad Agadir, al seguito del marito ingegnere impegnato nella ricostruzione della città distrutta dal terremoto e in quelle architetture ultramoderne a contrasto con la primordialità degli elementi naturali la sua persona sembra perdersi. All’inizio la vediamo debilitata, sofferente fino a tentare il suicidio. Cosa le è successo? Dov’è il marito? Cosa è successo a lui? Chi è davvero quel ragazzo marocchino, Ali, che di suo marito è così amico? Il film si struttura come la dissoluzione progressiva di una donna, mentre dalla memoria emergono frammenti e visioni inquietanti. O forse sono allucinazioni. Ci sarà un twist finale, una rivelazione sconvolgente. Un thriller, anche se nei modi anomali di un Alain Resnais e dei suoi giochi mentali, e che molto deve a Freud. Ma nell’uso del Marocco come altrove perturbante, rivelatore e insieme dissolutore (in Africa Nelo Risi tornerà qualche anno dopo per girare Una stagione all’inferno su Rimbaud: con Terence Stamp!) c’è già molto di Il té nel deserto di Bertolucci. E in quel perdersi, nell’accecarsi nel sole insostenibile e nel caldo impossibile, c’è anche qualcosa di Improvvisamente l’estate scorsa di Tennessee Williams-Joseph L. Mankiewicz. Come in quel film meraviglioso, in Ondata di calore è celato un segreto che faticosamente emerge e la cui rimozione ha causato i turbamenti psichici della protagonista. Che è Jean Seberg, la ragazza americana di Fino all’ultimo respiro di Godard, attrice di culto che qui si concede completamente, quasi eroicamente, al proprio personaggio, fino a confondercisi.

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