Al cinema: MAI COSÌ VICINI (recensione). La solita storia del ‘non è mai troppo tardi per l’amore’, però scritta e diretta con ottimo mestiere

Mai così vicini (And So It Goes), un film di Rob Reiner. Con Michael Douglas, Diane Keaton, Frankie Valli, Sterlin Jerins.
120714_galLui è un settantenne misantropo che si vede recapitare in casa una nipote che non sapeva di avere. Lei è la vicina quasi-settantenne in perenne baruffa con quell’insopportabile bisbetico. Per via della ragazzina neorarrivata, i due cominceranno a conoscersi meglio e immaginate come andrà a finire. Un film che ricicla la favola consolatoria e scema dell’amore-che-non-ha età e del cuore-senza-rughe. Ma lo fa con gran mestiere, una sceneggiatura brillante, due ottimi attori. Voto 6+
120713_galChissà per quale mistero distributivo questo film è uscito prima da noi che negli Stati Uniti, dove sarà nei cinema il 25 luglio. Che son misteri che mi affascinano parecchio e che mi piacerebbe qualcuno addentro alla cose mi spiegasse. Ma andiamo oltre. Uno di quei film, Mai così vicini, che una volta che li hai visti ti dici (almeno io mi dico): pensavo peggio. Ci sono andato con la massima diffidenza e già sbuffando, aspettandomi – visto le note di produzione circolanti al riguardo – la solita fintissima rom-com sul fintissimo amore tra due settantenni, che signora mia l’amore non ha età e non è mai troppo tardi e il cuore non ha le rughe. Insomma, ci siam capiti, tutte quelle stupidate lì da pessima pagina di costume di giornali in crisi d’astinenza di notizie. Perché, siamo franchi, i settantenni si innamorano delle coetanee solo al cinema e nei dibattiti con psicologhe incorporate, visto che nella vita il settantenne o si rassegna o molla la moglie (se non l’ha già mollata una ventina di anni prima) per mettersi con una trentenne e anche meno. Ecco, Mai così vicini è esattamente questa roba, riciccia questo consolatorio luogo comune dell’amore-senza-età piuttosto scemo e falsificante, però lo fa con mestiere, con una sceneggiatura scritta come Dio comanda, con dialoghi che scintillano (quasi sempre), con uno alla regia, Rob Reiner, che ha attraversato decenni di cinecommedie, compresa Harry ti presento Sally, e sa come si fa. E con due attori, Douglas e Keaton, che, se non credono a quel che dicono e a quanto il copione comanda, fan di tutto, e lo fanno benissimo, per farci credere che ci credono davvero. Sicché, se mettiamo tra parentesi il nostro buonsenso e pure il nostro cinismo e ci abbandoniamo al flusso della narrazione, ecco, finiamo col divertirci abbastanza.
Oren Little è un agente immobiliare che vuol piazzare l’ultimo colpo della sua carriera e poi ritirarsi in dorata pensione con i soldi incamerati. Dire che è odioso è poco, è di quei Grandi Antipatici cui stanno in uggia il mondo e gli umani tutti, parente di certe torve e grette figure dickensiane, oltretutto interpretato (benissimo) da un attore come Michael Douglas che già di suo non ha mai brillato per amabilità. Ecco, questo signore che le psicologhe selvagge di cui sopra definirebbero sociopatico, ma che più appropriatamente ed elegantamente chiameremo misantropo, incappa in qualcosa, in qualcuno, che non aveva previsto e rischia di farlo deragliare dalla sua routine. Il qualcuno è una ragazzina di una decina d’anni di nome Sarah, nipote che lui non ha mai saputo di avere e che gli vien recapitata out of the blue dal figlio già tossico e andato via di casa una vita fa, e adesso in procinto di andare in galera per un po’. Ragion per cui smolla al vecchio genitore la bambina, visto che la madre chissà in quale fumeria di crack è dispersa. Ora, un vecchietto intrattabile e nemico del mondo con di colpo in casa una nipote mai vista, e potete immaginare. Grazie a Dio ci pensa la vicina Leah, vedova matura ma assai ben tenuta (è Diane Keaton difatti), con smanie di far la cantante jazzy in qualche bettola del posto. Sarà lei a prendersi in casa Sarah, in attesa che Oren assorba la botta e ci si abitui. Intorno, figure e figurette varie a far da coro. Comnpresi gli altri vicini, che poi di Oren son tutti inquilini essendo lui il padrone, naturalmente tirchio e insopportabile, del maxicottage che tutti li accoglie. Queste son le premesse, lo svolgimento potete intuirlo a occhi chiusi. Sì, bene, avete già capito come va a finire, no? Il bisbetico vien domato, e la domatrice è la nostra vedova cantante di cui Oren si innamora. Certo, succede solo al cinema, però non si può non applaudire a tutti quelli che si sono impegnati per la buona riuscita di questa improbabile ma piacevole fanfaluca, e poi qui non c’è traccia di quella volgarità che inquina tanti film simili con oldies illustri (penso al Robert De Niro di The Big Wedding), semmai si pensa ai bisbetici messi al posto loro da donne pugno-di-ferro-in-guanti-di-velluto di tante sophisticated comedy della Golden Age hollywoodiana. Assai riuscito il personaggio della storica collega di Oren, una di quelle done che non san cosa sia il sentimentalismo  e rifuggono da ogni melensaggine per guardar la vita e gli umani in faccia e per quel che sono. Annotazione diciamo così sociologica: tutti i possibili acquirenti in visita alla casa messa in vendita da Oren per otto milioni e mezzo di dollari (sì, avete capito bene) appartengono a quelle che un tempo eran dette minoranze etniche, e che adesso hanno evidentemente una loro bella borghesia arricchita che può permettersi la spesa, e son cose che ti fan capire l’America meglio di cento inchieste. (Occhio, in un cameo di impresario musicale compare Frankie Valli, sì, proprio lui, il cantante celebrato da Clint Eastwood in Jersey Boys).

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