al cinema: LA MADRE (recensione). Se il figlio prete ha l’amante

Madre_06La madre, un film di Angelo Maresca. Con Carmen Maura, Stefano Dionisi, Laura Baldi, Luigi Maria Barruano.
Madre_08Ma vi par possibile oggi, in questa Italia, una madre che si dispera perché il figlio prete ha una donna? Difatti la storia viene da un remoto romanzo di Grazia Deledda, solo che non si capisce come mai sia stata trasposta nella Roma attuale. Operazione balorda. Se Stefano Dionisi se la cava come prete diviso tra carne e spirito, Carmen Maura non è mai credibile quale mater mediterranea.
Voto 4

Madre_05Uno di quei film italiano di modesto budget e una qualche ambizione che vengon buttati allo sbaraglio in qualche sala d’estate, e che poi, salvo rare eccezioni, si eclissano e si inabissano nel limbo del cinema. Certo, di fronte a La madre ci si chiede: ma che film è? chi mai avrà voglia di andarselo a vedere? e perché dovrebbe? Operazione abbastanza eccentrica, anzi a essere franchi, operazione abbastanza folle. Si prende un romanzo di una scrittrice come Grazia Deledda fuori da ogni gusto corrente, sideralmente lontana da ogni sentire contemporaneo, e lo si traspone – molto, molto liberamente – in una Roma d’oggi del tutto astratta e irreale. Con dentro personaggi e passioni, e pulsioni, lacerazioni, turbamenti, furori, che, semplicemente, non hanno più corsoe ci sembrano incomprensibili. Ma vi par possibile, qui e ora, la storia di una madre che si strugge e si dispera perché il figliolo prete ha un’amante? E che prega ossessivamente e si martirizza fino a scivolare nel delirio perché il pargolo si allontani dalla donna del peccato e ritrovi la via del Signore? Con la malafemmina che fa di tutto per portar via il pretino al doppio controllo materno, quello della madre biologica e di santa madre chiesa? Formidabile canovaccio per un fiammeggiante mélo popolare alla Matarazzo anni Quaranta-Cinquanta, in un’Italia ancora arcaica e rurale, e plot perfettamente funzionante nel romanzo di Grazia Deledda sullo sfondo di una natura selvatica e primordiale, in un mediterraneo ancestrale come fuori dalla storia e fissato nel mito. Ma nella Roma di adesso niente ha più senso. Dove mai sono, nel deserto attuale delle vocazioni, i preti come il Don Paolo del film? Dove sono le case come quella sua e di mamma con enormi crocefissi e tele sacre? E dove sono mamme come la signora Maddalena che sognano per il figlio la carriera di sacerdote perché così se ne sta al rioparo dalle tempeste e insidie del mondo? Non bastasse, il regista Angelo Maresca (al suo primo film) una storia così arcaica la inserisce nelle architetture gelide e ultrarazionaliste dell’Eur. Fondali sempre ipnotizzanti e stranianti, anche se già troppo visti al cinema, che cozzano però clamorosamente con quel che viene raccontato. E quella chiesa, la chiesa in cui celebra e officia Don Paolo, tutta un trionfo di geometrie e bianco abbacinante e con una sagrestia che sembra uno store in stile minimal di Prada, ecco, cosa c’entra mai con le pulsioni e le passioni barbariche della Deledda? Bisogna riconoscere ad Angelo Maresca l’essersi buttato con un certo coraggio in un’impresa del genere, tentando un cinema fuori corso che si interroga ancora sulla dissciazione tra corpi e e anime, tra carne e spirito, tra terreno e divino, cose che si usavano nel cinema anni Sessanta, anche in molto cinema alto (Bergman, Bresson, per dire). Se ci si astrae dalla storia improbabile, si può anche guardare con piacere agli scenari dell’Eur. Ma non c’è altro. Se Stefano Dionisi è fisicamente credibile come prete diviso, Carmen Maura come madre mediterranea di cupa e primitiva religiosità è fuori parte e perfino imbarazzante nel suo povero italiano. Fa piacere comunque ritrovare quale autore della sceneggiatura, insieme a Maresca, un nome di tanto nostro cinema di genere anni Settanta come Dardano Sacchetti (Il gatto a nove code, Inferno, Sette note in nero, Roma a mano armata tra le sue cose), già riemerso se ricordo bene in Tulpa di Zampaglione. Ecco, se Maresca avesse girato un film consapevolmente di genere ispirato agli eccessi e alle impudicizie e alle sregolatezze di quel cinema anni Settanta magari qualcosa ne sarebbe uscito, invece ha tentato la strada opposta dell’autorialità, ingabbiando una storia truce e trucida in una confezione assurdamente severa e puntando, fallendo clamorosamente, al cinema alto.

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2 risposte a al cinema: LA MADRE (recensione). Se il figlio prete ha l’amante

  1. Giangi scrive:

    Ciao Luigi, sai che il montatore del film è il mio amico Alessio Doglione, che era in giuria con te al Nonantola Film Festival? A questo punto però mi piacerebbe vedere il film…

    • luigilocatelli scrive:

      oops, non sapevo! il film ha delle ambizioni, è ben girato, ma è strutturalmente sballato (non si può impiantare la Deledda nell’Eur di oggi). Recitazione pessima, a parte Dionisi che se la cavicchia. Quando lo vedi poi mi dici

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