recensione: MAICOL JECSON. Una piccola commedia indie che tenta la strada dell’American Pie all’italiana

Maicol Jecson, un film  di Francesco Calabrese e Enrico Audenino. Con Remo Girone, Vittorio Gianotti, Tommaso Neri, Stefania Casini.
casa int sera 09Andrea ha 16 anni e non vede l’ora di perdere la verginità con la compagna di classe Eva. A complicargli le cose ci stanno un fratellino con la smania di rifare Michael Jackson e il solito gruppo di amici impiccioni. Tentativo di rifare con pochi mezzi e molta buona volontà un coming-of-age alla American Pie, battendo strade non così frequentate dal nostro cinema. Ma non funziona. Voto 5
MaicolJecson_Still_20-800x600Ecco la via italiana al coming-of-age (maschile) di massima scurrilità parolacciara giovanilistica. Quelle cose genere fratelli Farrell di molti, molti anni fa, e poi di ranta roba con i vari Seth Rogen, Jonah Hill etc. Maschietti (per via che siamo sul giovane giovane) allupati e con l’ansia della prima scopata non ancora fatta e assolutamente da fare, e intorno gli amici sghignazzanti, quelli che l’han già fatto, quelli che non ancora, quelli sfigatissimi che chissà quando forse mai. Solo che siamo in Italia, nel cinema italiano. In questo caso immagino anche molto indipendente e low cost, decisamente low, insomma, fatto in casa ai limiti dell’arrangiamoci con qualche euro. Il che, si sa, al talento non è mai stato vero ostacolo, e la storia del cinema, americano e anche nostro, è piena di opere prime fatte con un niente di soldi e però con idee e talento. Qui temo non ci sia, il talento. Ma no, forse esagero, forse son troppo acido e perfido, forse mi lascio ancora una volta trascinare dal pregiudizio e anche dai cattivi pensieri che ti mette in testa il piccolo cinema arrangiato di casa nostra. Allora: Maicol Jecson non mi è piaciuto, molte volte son stato tentato di scappare, però devo dire che nel genere ‘esordio made in Italy’ negli ultimi dieci anni s’è visto di peggio, e anche di recente. Anche qualcosa di meglio, chiaro. Qui almeno si cerca di battere una strada non così frequentata, quella della commedia giovanilistica ormonal-battutara e raunchy e un filino Judd Apatow che non ha molti precedenti da noi (le sporcaccionerie dei Vitali-movies anni Settanta avevano a che fare più con la tradizione sguaiata plebea vernacolare, qui siamo in ambienti piccolo-medio-borghesucci e i riferimenti son tutti americani).
Partiti mamma e nuovo compagno di mamma per le vacanze, il sedicenne Andrea si ritrova a casa solo con il fratellino Tommaso (o fratellastro, anzi neanche fratello, perché se ricordo bene è il figlio del diciamo così patrigno), bambinetto con la fissa di Michael Jackson tanto da imitarlo e vestisi come lui (sì, avete indovinato, il moonwalking è la sua performance preferita, pessimamente rifatto peraltro). Dovrebbe andare a un camp estivo, Andrea, ma con un trucchetto ragazzinesco – voce contraffatta – disdice e se ne sta a casa. Anche perché ha un obiettivo in testa: farsi la compagna di scuola bionda e bbona Eva, che già gli ha dato una qualche speranziella, e perdere finalmente la maledetta verginità. Ma dovrà, per avere campo libero, neutralizzare prima il fratellino scocciatore e impicciome Maicol Jecson, poi gli ancora più invadenti amici. Qualche battuta, devo ammettere, è abbastanza indovinata, i dialoghi nel loro demenzial-surreale qualche volta c’azzeccano (qualche volta) e, ecco, sul piano della scrittura siamo un po’ sopra la sconfortante e scoraggiante media giovane-italica, e dunque un qualcosa di buono su cui lavorare ci sarebbe. C’è anche un gusto per la commedia stralunata-bizzarra-grottesca non proprio da buttare. Per dire: entra in campo un vecchietto (Remo Girone) pelevato all’ospizio e spacciato dai due per nonno; ci si imbatte in un cacciatore di ufo fuori di testa. Piccole derive nel surreale che mostrano una vena insolita dalle nostre parti. Peccato che il buono che appena appena si intuisce e si intravede non ce la a farsi largo attraverso il troppo che non funziona. Il plot, già debolissimo, è appesantito da sottotrame che lo deviano in continuazione e lo fanno deragliare (e poi, perché chiamare il film Maicol Jecson quando il ragazzino è un carattere collaterale?), la sceneggiatura è arruffata e incapace di intercettare e sfruttare le buone occasioni (la notizia della morte di Michael Jackson non ha nessun ricasco vero sul personaggio di Tommaso, si perde nel vuoto). Il ritmo narrativo (e di regia) è letargico, quanto di più lontano dagli adrenalismi e frenesie dei corrispettivi americani, con inevitabile effetto valium sullo spettatore anche meglio disposto. La fotografia è di una bruttezza che raramente si vede anche nel piccolo cinema italiano. Gli attori son quelli che sono. Certo, Remo Girone si salvicchia, e pure Stefania Casini, icona del cinema anni Settanta e qui irriconoscibile nella parte della vicina. Ah sì, Andrea riesce a farsi Eva, ma la vera ragione per cui lei gliel’ha data salterà fuori solo alla fine, e devo dire che, nel suo cinismo, è la trovata migliore del film, una piccola finestra su quel che è oggi il sesso adolescente per lui e lei.

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