Film stasera sulla tv in chiaro: BOCCACCIO ’70 di Fellini/Visconti/De Sica/Monicelli (merc. 23 luglio 2014)

Boccaccio ’70, Iris, ore 23,13.
Jean Dujardin – l’attore Oscar 2012 per The Artist – nel presentare alla stampa il suo Gli infedeli (film interessante, sottovalutato, recuperatelo se e dove potete dopo il fulmineo passaggio nelle nostre sale) da lui interpretato e fortissimamente voluto, ha proclamato che l’intento suo è stato quello di rifare certo cinema a episodi italiano degli anni Sessanta-Settanta e il suo cinismo, la sua asprezza. Ecco, Boccaccio ’70, insieme a I mostri di Dino Risi è probabilmente il miglior film a episodi di sempre di quel nostro cinema. Nonostante il titolo anticipatore, è del 1962 e si compone di quattro storie, tutte sull’amore, il desiderio, il sesso, volute e prodotte da Carlo Ponti e affidate a registi che si chiamano Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Mario Monicelli e Federico Fellini: da urlo. Difficile scegliere l’episodio migliore, sono tutti di livello stratosferico. Il più celebrato resta a tutt’oggi Le tentazioni del dottor Antonio di Fellini, con un Peppino De Filippo politico moralista e bigotto, di tipologia molto democristiana, che si indigna per il gigantesco manifesto montato davanti alla sua finestra con una popputa Anita Ekberg nell’atto di pubblicizzare impudicamente la salubrità del latte. Il moralista diventerà un allucinato peccatore, in una nemesi e in un contrappasso esemplari (e un po’ troppo meccanicamente prevedibili). Il meglio di Boccaccio ’70 è invece, imho, Il lavoro, l’episodio altoborghese-milanese diretto da un Visconti mai così cinico, con protagonista una giovane, incantevole e già molto sicura Romy Schneider nei panni (rigorosamente Chanel) di una ricca rampolla sposata a un nullafacente Tomas Milian, bello, indolente e ozioso. Quando lei scopre che il bellimbusto è coinvolto in un giro di ragazze-squillo (oggi si direbbe escort), minaccia la separazione. E quando il marito, pentito, cerca di riconquistarla, lei lo punisce dicendogli che sì, farà l’amore con lui a patto di essere pagata ogni volta esattamente come quelle prostitute. Secco, glaciale apologo quasi brechtiano, con un’abrasiva visione della vita a due che sembra riecheggiare quel che aveva scritto un secolo prima Friedrich Engels, secondo cui il matrimonio altro non è che una forma di prostituzione mascherata. Monicelli in Renzo e Luciana mette in scena invece due giovani fidanzati della Milano proletaria e operaia, in un ritratto che oggi ci appare puntuale e prezioso di quegli anni, di quella realtà, di quella Milano. Conclude De Sica con La riffa, con una Sofia Loren prorompente regina del tirassegno in un luna-park che si mette in palio per i maschi di un paesino della Romagna: estrae il biglietto vincente il sacrestano, e ha tutta l’intenzione di riscuotere quanto promesso. Occhio a Sofia e al suo abito rosso: è (anche) su di lei che Woody Allen ha modellato la Penelope Cruz di To Rome with Love.

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