Recensione: DURAN DURAN: UNSTAGED, regia di David Lynch. Ecco, ci si aspettava di più

duran-duranDuran Duran: Unstaged, regia di David Lynch. Con Simon Le Bon, John Taylor, Nick Rhodes, Roger Taylor, Dom Brown, Mark Ronson, Kelis, Gerard Way, Beth Ditto, Whitney Montgomery, Travis Dukelow. Il film è uscito nei cinema italiani il 21, 22 e 23 luglio 2014.
unstaged-620x350David Lynch riprende un concerto dei Duran Duran, poi imbastisce un’operazione delle sue sovrapponendo a quelle immagini un’altra banda visiva fatta di disegni, animazioni, visioni. Qua e là la mano del regista di Mulholland Drive è evidente, ma il tasso di invenzione resta così così, e chi si aspettava la rivoluzione del film-concerto resta deluso. L’impressione è che Lynch, che pure non girava film dal 2006, non si sia impegnato allo spasimo. Peccato, perché i Duran Duran invece si impegnano parecchio, e con ottimi risultati. Voto 6+
Duran-Duran-Unstaged-5-Simon-Le-Bon-e-Kelis-890x395La storia è nota. I Duran Duran il 23 marzo 2011 fanno tappa al Mayan Theatre di Los Angeles nel corso del tour che prende il nome dal loro ultimo lavoro, All You Need is Now (ogni allusione beatlesiano immagino sia voluta) e chiamano nientedimeno che David Lynch a curarne il video, anzi l’emissione in streaming: Lynch, che si è proclamato loro ammiratore fin dagli anni Ottanta. Adesso è arrivato in alcuni cinema d’Italia il film che da quel concerto, anzi da quell’esperienza, il gran maestro di Mullholland Drive ha cavato, ed è, dovrebbe essere, un evento, visto che lui non ha più fatto film dopo Inland Empire, anno 2007. Dovrebbe essere, perché, diciamolo, Duran Duran: Unstaged è una mezza delusione. Questa operazione lynchiana sembra una robina assai minore nella quale Mr. Blue Velvet non pare essersi impegnato allo spasimo, limtandosi a imbastire certi giochini grafici e d’animazione abbastanza basici, elementari, e un po’ childish. Tutto qui?, vien da dire. Tanta attesa per qualcosa che, se qua e là porta il segno del comando lynchiano, inconfondibile e innegabile (quegli animaletti-mostro che sembrano accovacciarsi sulle spalle di chi canta, quelle barbie nude danzanti in un robotico numero da musical), non sembra nel suo insieme fondare un nuovo paradigma del film-concerto e fissarsi come un svolta. Asserendo di prendere come riferimento i film dei Pink Floyd (immagino soprattutto Pink Floyd: The Wall), Lynch si muove su due piani visivi, poi sovrapposti in fase di streaming, fino a diventare il film che vediamo. Due piste visuali. Quella di base, il concerto dei quattro Duran Duran (in forma grandissima, altroché, come se gli anni Ottanta fossero appena ieri) ripreso perlopiù in bianco e nero con qualche inserto di colore, con qualche bagliore, e tutto in tempo reale, senza tagli, con tanto di spieghe e presentazioni integrali di Simon LeBon, e introduzione degli ospiti, tra cui Beth Ditto (assai imbellita), Kelis e Mark Ronson. Passando piuttosto classicamente e convenzionalmente dai primi piani di chi sta sul palco a quelli di chi sta in platea (il teatro è piuttosto piccolo, e il pubblico è tutto di qurantenni, di ventenni non se ne vedono). Ecco, a questa pista visiva DL sovrappone altre immagini, o disegni, o animazioni in stop-motion. E intanto, se ho ben capito, dalle parti del backstage ci sta una macchina del fumo che sputa vapori e nebbie che nenche a un concerto dei Pooh col ghiaccio secco a far da effettone speciale. Il tasso aggiunto di creatività sta nella banda visiva sovapposta, lì stanno la firma e il marchio impresso dal regista. La sensazione è che il venerato maestro si sia dilettato come in una stanza dei giochi, cogliendo l’occasione per sperimentare e magari divertirsi un attimo, senza però darci dentro, senza l’ambizione della Grande Opera. Questo surplus di immagini sposta certo il video parecchio lontano dai molti film di/su concerti live, e però non ce la fa a imprimere una svolta alla forma del video-concerto (e probabilmente non ce n’è nemmeno la voglia). Per il resto Lynch osa pochissimo, ogni pezzo ha diligentemente la sua illustrazione visiva, mai un attraversamento da un pezzo all’altro, mai una scossa a questa scansione utraclassica. Tantt’è l’effetto finale è quello di tanti singoli video musicali connessi tra loro dagli interventi parlati di Simon LeBon. Per carità, qualche volta veniamo catturati e trascinati in quelle derive fantastiche e visionarie, e surreali, così lynchiane. Penso ai Duran Duran trasformati in tableau da una cornice, o al lui e alla lei che si muovono come fantasmi sui volti e i corpi dei musicisti aorendosi su interni e abissi misteriosi e minacciosi. Però alcune son proprio cosucce e trovatine, come quel sole disegnato fatto rimbalzare qua e là, e le troppo insistite fiamme a trasformare il concerto in un piccolo sabba sena maledizione vera. Lavoro che ha più a che fare con la pura visualità, con la perfomance d’arte che con la narrazione cinematografica. Sì, non male, ma i Duran Duran si meritavano un maggiore impegno. Loro che sul palco si danno completamente e ci consegnano una perfomance inaspettata – son dei signori cinquantenni ormai – per energia e freschezza di suono e idee. Gli hit storici come Rio, A View to a Kill e Ordinary People sono rilucidati come meglio non si potrebbe (non aspettatevi però Wild Boys, non c’è), i pezzi dell’album ultimo sono belli davvero. Massì, si meritavano di più del trattamento un po’ pigro che David Lynch gli ha riservato.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.