VENEZIA 71: parliamo del programma (e di che festival sarà)

Ethan Hawke in 'Good Kill' di Andrew Niccol. In concorso.

Ethan Hawke in ‘Good Kill’ di Andrew Niccol. In concorso.

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Ma che festival sarà questo Venezia 71? Lontano da Cannes e, temo, anche da Berlino. Con una line-up succulenta per cinefili, ma scarna di titoli e nomi di appeal universale, quelli che fan correre la stampa da tutta Europa e dai nuovi mondi arrembanti, Cina, India, Brasile, sempre più vogliosi di vetrine cinematografiche lustre e tappeti rossi e sberluccichii. Quei titoli che poi finiscono agli Oscar portando nel rito più fastoso del cinema il marchio del festival che li ha lanciati. Un programma bellissimo si annuncia al Lido, però come introflesso e introverso, ripiegato sui gusti sicuramente sofisticati e sugli appetiti elegantamente anoressici di molti addetti ai lavori – soprattutto, ho l’impressione, italiani anzi romani. Tendenza già intuibile l’anno scorso, al di là della spettacolare apertura con Gravity, e che s’è fatta stavolta più marcata. Se va avanti così Venezia diventerà una straordinaria e molto chic rassegna di nicchia e d’élite, strumento esplorativo di ogni possibile nuova frontiera di quella cosa chiamata cinema. Ecco, diciamo un Locarno potenziato, con tutto il magnifico carico del suo blasone di festival più antico del mondo, ma per pochi, e sempre di meno. Il programma presentato ieri a Roma dal direttore Alberto Barbera e dal presidente della Biennal Paolo Baratta è bello e ricco e importante per le presenze, ma un filo allarmante per le assenze. Mancano quei film che si collocano tra autorialità e entertainment e sanno rastrellare premi e incassi al box office in pari misura, oggetti cinematografici bifronti insieme da festival e da platea (abbastanza) allargata, spettacolari e rigorosi. Con la firma di registi consacrati e conclamati anche se non ancora bacucchi, anzi nel rigoglio delle proprie potenzialità. Per capirci: all’ultima Berlinale c’erano (in concorso!) Wes Anderson con The Grand Hotel Budapest e Richard Linklater con il formidabile Boyhood, a Cannes lo scorso maggio si son visti i Dardenne, Olivier Assayas, Xavier Dolan, Nuri Bilge Ceylan (palma d’oro), ma qui a Venezia? Vediamo in corsa per il leone presenze rispettabili e perfino straordinarie e cultistiche – per dire, lo svedese Roy Andersson, il tedesco di origine turca Fatih Akin, il giapponese Shinya Tsukamoto– ma gente di quel peso anche mediatico no, gente, dico, in grado di scatenare il buzz e, ebbene sì, l’attesa delirante tra addetti e non addetti. Soprattutto latitano i film americani in grado di correre poi con chance di vittoria o almeno di buon piazzamento nella awards season.
Appena due anni fa c’erano The Master di Paul Thomas Anderson e To The Wonder di Malick, e ricordo ancora l’eccitazione della stampa in fila alla sala Darsena. Ma stavolta? L’unico che corrisponde abbastanza a questo profilo è Birdman di Iñarritu, giustamente promosso a evento di apertura. Direte, ma ci sono David Gordon Green con Manglehorn e Ramin Bahrani con 99 Homes (il suo At Any Price a Venezia 2012 fu però una delusione), c’è Andrew Niccol – australiano, ma produttivamente americano – con Good Kill, che potrebbe diventare un caso anche politico con la sua storia di un programmatore a distanza di droni (Ethan Hawke). Sorry, non sono la stessa cosa dei Dardenne o di Wes Anderson, non ancora almeno. D’altra parte sappiamo benissimo chi avremmo voluto vedere al Palazzo del cinema e invece è emigrato altrove, in altri festival. Inherent Vice di Paul Thomas Anderson, forse il film più atteso dell’anno, se l’è preso il New York Festival, che già si era assicurato qualche giorno prima Gone Girl di David Fincher. Due colpi da stendere Venezia. Poi è arrivata l’idrovora Toronto a risucchiare il nuovo François Ozon di The New Girlfiend, The Imitation Game di Morten Tyldum sull’inventore di Enigma Alan Turing, Miss Julie di Liv Ullmann con Jessica Chastain. A questo punto, visto che a Venezia pare siano liberi ancora un paio di slot, speriamo che a occuparli spunti a sorpresa qualche peso massimo, magari Terrence Malick, come qualche rumor, chissà quanto attendibile, lascia intendere. Se le cose stanno così, Venezia 71 mi pare configurata come un superCineforum molto rispettabile, ma a rischio di perdere qualche posizione nel ranking internazionale dei festival, dove in testa c’è saldo e irraggiungibile il solito Cannes, secondo un giornalista americano l’equivalente per il cinema della World Cup per il calcio. Stando nella metafora pallonara, dcidete voi dove collocare Venezia, se in Champions League, in Europa League o più sotto. Dite che non ha senso mettere i festival in competizione tra loro? Oggi Paolo Mereghetti sul Corriere della sera scrive che “ogni volta che la mostra annuncia il suo programma lo port nazionale diventa quello di confrontare Venezia con i concorrenti, Cannes in primis, come se tutti insieme partecipassero a una corsa…”. Scusate, dissento. Il confronto, la corsa, la competizione ci sono, stanno nelle cose, sono ineliminabili, sono inscritti nella comune natura di Cannes, Venezia, Locarno, Berlino, Toronto, Sundance. In quanto italiano sono per una politica di potenza da parte del festival di Venezia, facciamo di tutto, mostriamo i muscoli, muoviamo ogni possibile leva per mantenerne il rango e anzi migliorarlo, e ingaggiare con Cannes e gli altri una sana lotta per la supremazia. I francesi con il loro festival maggiore si comportano da francesi, secondo quella magniloquenza e quello spirito di grandeur che appartengono al loro bagaglio (no, non dico dna) storico-nazionale, e basta andarci una volta, a Cannes, per capirlo. Dobbiamo fare altrettanto. Certo, la concorrenza con Toronto, che parte addirittura con Venezia ancora in corso, è ormai feroce, ma rischiamo di perdere la partita se ci arrocchiamo in un modello di festival volutamente minoritario e elitario, lasciando ai canadesi un ruolo strategico da giocare nel mercato.
Adesso, dopo le perplessità per quello che a Venezia non c’è, vediamo (e godiamoci) quello che c’è. Moltissimo. In concorso troviamo, oltre agli Andersson, Akin, Tsukamoto ecc. di cui si diceva, il ritornante Andrej Konchalovsly – tredici anni dall’ultimo film – e il da me molto atteso Joshua Oppenheimer, il regista texano di The Act of Killing, che con The Look of Silence continua a indagare su massacri e massacratori nell’Indonesia della repressione anticomunista. Un turco (Sivas), un iraniano (Tales), parecchia Francia, con in testa i consolidati Xavier Beauvois e Benoît Jacquot. Molta Italia. Vanno in concorso Saverio Costanzo con un piccolo film girato a New York, Hungry Hearts, Francesco Munzi con un mafia-movie ambientato in Calabria, Anime nere, e Mario Martone con Il giovane favoloso su Giacomo Leopardi (cui dà la faccia Elio Germano). Produttivamente italiano è Pasolini di Abel Ferrara sugli ultimi dieci giorni del poeta-scrittore-regista, con un Willem Dafoe somigliantissimo. Forse il più atteso di tutta la competizione, ma è improbabile che Abel Ferrara, da molto tempo ritiratosi in un cinema autoreferenziale anche se con squarci portentosi qua e là, possa davvero scuoterci. L’Italia poi dilaga nel fuori concorso (Davide Ferrario, Sabina Guzzanti, Gabriele Salvatores, Edoardo De Angelis) e in Orizzonti, la seconda sezione del Venezia Festival (Michele Alhaique, Renato De Maria, Franco Maresco). Se teniamo conto anche delle due rassegne indipendenti ma amiche, Giornate degli autori e Settimana della critica, vediamo che il nostro cinema ha occupato parecchio spazio disponibile. Stiamo a vedere se meritatamente o meno. Intanto una notizia (se buona o cattiva decidete voi). Chi temeva che James Franco avesse dato uno stop alla sua compulsione registica – non si erano visti difatti film suoi né a Berlino né a Cannes – si rassicuri. A Venezia ci sarà, anche se fuori concorso, con il suo nuovo The Sound and the Fury da Faulkner. La non notizia è invece l’arrivo di Lars Von Trier con la versione uncut della parte seconda di Nymphomaniac. Ancora?

 

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5 risposte a VENEZIA 71: parliamo del programma (e di che festival sarà)

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