Recensione: ANARCHIA – LA NOTTE DEL GIUDIZIO. Torna la notte in cui ogni orrore è concesso (ed è un discreto sequel)

purge2214Anarchia – La notte del giudizio (The Purge – Anarchy), un film di James DeMonaco. Con Frank Grillo, Carmen Ejogo, Kiele Sanchez, Zach Gilford.
purge2213Sequel di quel The Purge – La notte del giudizio che fu l’anno scorso una discreta sorpresa estiva. Anche stavolta nella Notte dello Sfogo è concesso uccidere, torturare, stuprare. Solo che il regista DeMonaco non punta più sulla claustrofobia, ma sull’avventura urbana in scenari sinistri, con molti echi di I guerrieri della notte, Fuga da New York e Arancia meccanica. Non male. Peccato che il racconto si sfrangi in sottotrame incongrue. Voto 6+
229124L’anno scorso il primo The Purge – da noi La notte del giudizio – è stato una discreta sorpresa. Un ibrido tra horror e action edificato su un’idea narrativa non nuova ma sempre efficace, quella di un mondo distopico a noi vicino dove la violenza viene ritualizzata, canalizzata, confinata in ambiti, momenti e territori deputati affinché trovi libero sfogo e non intacchi gli equilibri sociali. Secondo la vecchia convinzione ingegneristico-sociale che ogni dispositivo di controllo debba disporre della necessaria camera di decompressione. Quante volte l’abbiamo vista materializzarsi in cinema una simile visione teorica? Dai vecchi peplum coi loro giochi gladiatori ai circenses contemporaneizzati-futurizzati di Rollerball, seminale film anni Settanta di Norman Jewison, ai più recenti Hunger Games. Qui in The Purge 2, come nel primo, si immagina che in un’America di un domani abbastanza prossimo ripulita dal crimine dai Nuovi Padri Fondatori regnanti in una tirannia di morbide apparenze ma di ferrea sostanza, in un’America riconsegnata alla pace sociale e rilanciata economicamente dopo una devastante depressione, si lasci una volta all’anno una zona temporale a tutti i cittadini in cui dar libero corso ai propri istinti belluini. Sono ore, è una notte in cui si può ammazzare, torturare, stuprare senza incorrere in alcuna sanzione, anzi la libera espressione delle pulsioni aggressive è incoraggiata dal Potere (sì, certo, capital letter) per mezzo di un’ambigua propaganda mediatica.
Il rischio in film come questi è che la narrazione si riduca alla brillante idea di partenza senza molte invenzioni aggiunte e che la storia si srotoli ripetendo ad libitum lo schema binario: violenti che danno la caccia/vittime in fuga. C’è da dire che il regista James DeMonaco, probabilmente consapevole dei rischi, stavolta cambia parecchio rispetto al primo capitolo. Nessuno dei personaggi di allora compare in questo film, e se là molto si puntava sul modello dell’home invasion, sull’angoscia claustrofobica e sul collaudato topos del mostro nascosto dietro la normalità e dunque più insidioso, qui si punta sugli spazi aperti della metropoli, sull’incubo dilatato a apocalisse in un mondo notturno e sepolcrale. Un pugno di persone rimaste senza riparo durante la notte dello Sfogo (un paio anche stupidamente) cercano di scappare, guidate da un misterioso eroe di cui solo alla fine conosceremo il background, mentre orde di umani disumanizzati armati di ogni possibile arma, dai machete ai mitragliatori di ultima generazione, li braccano da una strada all’altra, da un tunnel all’altro, da una discarica all’altra. L’avventura si trasforma in un western urbano orrorifico, prendendo come riferimento il meraviglioso, fondativo I guerrieri della notte di Walter Hill e 1997: Fuga da New York di John Carpenter (come Distretto 13, le brigate della morte, sempre di Carpenter, era l’evidente modello del primo The Purge). Cacciatori e prede corrono nel buio da un agguato all’altro, nel rito del massacro legalizzato, e si rabbrividisce. Bisogna dire che DeMonaco riesce a costruire nei momenti migliori un action avvincente e visivamente notevole, di sinistra, cupissima suggestione. Periferie urbane devastate, strade che diventano piste per bande di bikers tra Scorpio Rising e il felliniano Roma, ponti sospesi su voragini senza fondo. E quegli assassini-teppisti dalla faccia biaccata o mascherata che rimandano esplicitamente a Arancia meccanica di Kubrick. Purtroppo vengono aggiunte sottotrame che finiscono col complicare inutilmente la traccia narrativa portante, e pure certi vetusti ideologismi alquanto ottocenteschi alla Misérables. Ormai certe divisioni di classe le si vedono solo al cinema – dare un’occhiata per dire a Snowpiercer – e qui se ne dà un’altra prova contrapponendo ferocemente ricchi malvagi e perversi (i borghesi son tutti dei porci!) ai poveri, tutti innocenti e angelicati, il cui destino è quello della preda. Con perfino una banda proletaria di giustizieri venuti dagli inferi metropolitani al comando di un leader-messia afroamericano che sembra uscito dai ranghi dei Black Panthers anni ’70. Sicché Anarchia – la notte del giudizio a un certo punto sbanda e diventa un altro film, passando dal neowestern urbano al ricalco di un classico anni Trenta come The Most Dangerous Game (Pericolosa partita) di Irving Pichel e Ernest B. Schoedsack. Sì, interessante, peccato sia un’altra storia da quella che abbiamo visto fino a quel momento.

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