Recensione: 22 JUMP STREET. Sorprendentemente ottimo (e si ride assai)

Jonah Hill;Channing Tatum22 Jump Street, un film di Phil Lord e Chris Miller. Con Jonah Hill, Channing Tatum, Wyatt Russell, Ice Cube, Peter Stormare, Dave Franco.
Channing TatumPerfetto esempio di cosa sia capace il cinema americano nel campo della commedia maschiogiovane. Apparenti sgangherataggini, volgarità esibite e abbondanti, e invece una tessitura drammaturgica assai curata e una comicità che dietro la grana grossa nasconde sottili rimandi al cinema, alla pop culture, alla politica. Stavolta i due cops Schmidt (Jonah Hill) e Jenko (Channing Tatum) vanno in un college sotto copertura a indagare su un narcotraffico. Non si smette di ridere. Andateci. Voto tra il 7 e l’8
Jonah Hill;Channing TatumTorna l’incongrua coppia di cops sotto copertura giovanilista, il nerdone sovrappeso Schmidt e il fichissimo Jenko con i suoi ads e deltoidi e quant’altro da esposizione. Più son diversi e più sfrigolano e fan scintille quando li cortocircuiti, vecchia legge del buddy-buddy movie nella sua sottoversione poliziesca qui applicata con il massimo dello scrupolo. Questo 22 Jump Street – sequel del molto fortunato 21 – è Arma letale con tanto di due pulotti, però trasposto ai tempi della tecnologia onnipervasiva, del narcisismo di massa, dell’umanità non più divisa tra ricchi e poveri (almeno, non sembra più essere questa la contraddizione principale), ma tra belli e cessi, fisicati e spappolati-obesi. Opposizione che già di suo è una gran macchina narrativa, e comica. Potenziale qui sfruttato accortamente, fino all’ultima battuta, fino all’ultimo ruzzolone, con immissione massiccia di sconcezze e sporcaccionerie e ogni possibile riferimento corporale secondo le leggi ferree della raunchy comedy, però tutto in grande leggerezza, come un elefante che riesca miracolosamente a metter su le ali e volare. Merito molto di Jonah Hill, non solo attore, ma anche co-produttore e coautore del soggetto, che cura insieme agli sceneggiatori e ai due registi una sequenza infinita di effetti comici, battute fantastiche, situazioni ridarole in puro slapstick e altrettante di pura pirotecnia verbale (e vien da maledire il doppiaggio quando lo Schmidt di Jonah Hill sale on stage alla serata di improvvisazione poetica e si lancia in una meravigliosa invenzione). Dappertutto, e infaticabilmente, la coppia Jonah Hill-Channing Tatum (anche più adorabile del solito) dissemina la sua indagine sotto copertura di momenti irresistibili, trovate incessanti e crepitanti, e son richiami alla cultura pop, alla tv, al cinema, alla musica, all’hip hop, al bello e anche al brutto dell’attualità. Si ride delle news sputate dagli schermi e della politica, stando su un registro politically correct (“Tu non devi dire frocio, chiaro?”, si incazza Jenko/Channing Tatum, e giù botte all’incauto) però non bacchettone e capace anche di goduriosi deragliamenti (in un bar, al pigro cameriere: “la portate un po’ d’acqua o no a questo nero? non pensate che per il colore della sua pelle abbia già sofferto abbastanza?”). Il risultato è che si ride senza vergognarsi, senza sentirsi decerebrati, e se questo vi sembra poco. Schmidt e Jenko vanno al college fingendosi naturalmente studenti – anche se c’è chi nota subito le zampe di gallina agli angoli dell’occhio e li sgama per i trentenni che sono. La missione è individuare produzione e spaccio di una nuova droga sintetica dagli effetti devastanti. Si parte dalla morte di una ragazza, e dunque la prima mossa è scandagliarne gli amici, le conoscenze più o meno strette, i compagni di camera e di corso, gli insegnanti e così via. Il che consente di tracciare un ritratto senza paraocchi e senza autoinganni, fino alla spietatezza, di cosa sia oggi la vita di college. Le eterne divisioni castali tra confraternite fighe e gli sfigati che non ci possono mettere piedi, i riti di iniziazione che dire goliardici è poco perché qui siamo oltre, tra alcolismi, strafattismi di ogni tipo e ogni pillola, pratiche sessuali in cui, peraltro, l’omosessualità non è più allusa ma praticata anche come umiliazione e inferiorizzazione. E comunque omosessualità ormai dilagante, accettata quale presenza ineliminabile dei comportamenti collettivi, come un’opzione, come fase da cui puoi entrare e uscire, come intermittenza, con pochi o nessuno che però si proclami gay fisso. Su come si sia ridotto il livello medio di cultura diciamo così generale stendiamo un pietoso velo. La libreria viene scelta come punto di smistamento della droga perché “ormai non ci va più nessuno ed è il posto più tranquillo” e la merce nascosta in libri cui son state tolte le pagine e ridotti a puro involucro (“tanto chi li apre più?”). Se la traccia narrativa portante è quella dell’indagine, la sottotrama più forte e resistente è però quella della gelosia – dichiarata, mica nascosta – di Schmidt/Jonah Hill per il suo partner Jenko, risucchiato e vampirizzato da un biondone che se lo porta in giro alle feste e lo introduce alla squadra di football del college consolidando con lui sul campo (e fuori) una coppia cui mancano solo l’innamoramento e la scopata. Portando in superficie quel che è sempre stato latente in un’infinità di coppie maschili del cinema poliziesco e non. Piagnucola, Schmidt, vedendosi sfuggire l’adorato Jenko: Ah, ma cosa ci trovi in quello là, ah ma tu mi stai tradendo, eppure eravamo una coppia perfetta!, dillo, dillo che preferisci lui a me! Lamentii con i quali Schmidt si ritaglia il ruolo della fidanzatina bruttina che fa fatica a mantenersi il fidanzato troppo bello e bbono, e concupito dal mondo tutto, donne e uomini. Una sottotrama mica così labile, visto che percorre tutto il racconto fino al finale (anzi fino ai titoli di coda che non dovete assolutamente perdere, non alzatevi troppo presto dalla poltrona). Citazioni cinefile infinite – si vede che Jonah Hill ama il suo mestiere e tutti quelli che lo fanno -, con l’ultima parte che è un omaggio a Spring Breakers di Harmony Korine, anche se naturalmente senza quella carica visionaria, ribalda, orgiastica, dionisiaca. Lunga vita alla saga Jump Street (di cui i titoli di coda ci danno qualche possibile prefigurazione).

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Una risposta a Recensione: 22 JUMP STREET. Sorprendentemente ottimo (e si ride assai)

  1. Claudio Persichella scrive:

    Caro Locatelli, la seguo da tempo.
    La sua competenza, il suo lessico, la sua cultura generale ma, ancor di più, la sua straripante passione l’hanno resa ai miei occhi un punto di riferimento.
    Ciò non toglie, purtroppo, che la segnalazione positiva e il voto assegnato al film in questione sono indegne di una persona competente quale lei mi sembra essere.
    Un film sgangherato, senza nè capo nè coda, senza un’idea che è una, un’accozzaglia di scenette amatoriali cucite insieme senza la benchè minima considerazione per il povero spettatore in cui l’unico, grezzo e ripetuto leit motiv riconoscibile è l’omosessualità, nemmeno tanto latente tra i due protagonisti.
    Un film imbarazzante.
    Dovendo azzardare un voto direi tra il 2 e il 3.
    Altro che elefante che mette le ali e vola.
    Io non ho mai riso ma, in compenso, mi sono vergognato di assistere alla proiezione.
    Che Dio ci scampi dal proseguimento della saga.
    Non capisco.
    Francamente non capisco.

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