Il film da non perdere stasera in tv: PERSONA di Ingmar Bergman (ven. 1 agosto 2014)

Persona di Ingmar Bergman, Rai Movie, ore 0,20.
02Schermata 2014-08-01 alle 10.59.15Purtroppo il miniciclo estivo dedicato a Ingmar Bergman da Rai Movie, con alcuni dei suoi titoli fondamentali, va in onda a ore assai tarde, quando non si ha magari voglia di darsi alla visione di un film che richiede concentrazione e impegno. Ma tant’è. Stasera, appena dopo mezzanotte, tocca a Persona, e dire che non bisogna perderlo è il minimo, se si ama il cinema e se si ama Bergman. Nell’ultimo sondaggio tra critici di tutto il mondo indetto dal magazine inglese Sight & Sound si è piazzato alla posizione numero 17 tra i più grandi film di tutti i tempi (e al 14° nel poll tra i registi), e si può concordare. Se quando apparve, anno 1967, Persona sembrò ai critici istituzionali troppo contorto e poco bergmaniano, senza quelle torturanti domande sull’esistenza, la presenza e l’assenza di Dio che avevano timbrato il suo cinema precedente in cose come Il settimo sigillo, Il posto delle fragole, Luci d’inverno, nel tempo e nel ricordo ha guadagnato posizioni su posizioni nel ranking, e oggi è pressoché universalmente riconosciuto come l’apice del suo autore, il punto, anche, di massimo sperimentalismo, attraverso l’adozione di tecniche antinarrative che qualcosa devono alla Nouvelle Vague. Una Nouvelle Vague che naturalmente B. rivisita a modo suo e piega a se stesso e alle proprie ossessioni eterne. Già i titoli di testa, tra i più temerari e visionari della storia del cinema, ci fan capire che stavolta Bergman vuole portare il bergmanismo fino al punto di massima tensione e perfino di esplosione. Immagini diverse e incongrue velocissimamente montate uno sull’altra, una dopo l’altra (c’è perfino un fallo maschile), a tracciare una mappa psichica (quella della protagonista?) o forse un’allucinazione. In una specie di jam session psichedelica, anche se in rigoroso bianco e nero, non così distante da quella di certe sequenze psicoalterate che vedremo di lì a poco in 2001: Odissea nello spazio di Kubrick (e dunque anticipandole). Anche, con echi della sequenza finale di L’eclisse di Antonioni, uno dei punti di rottura della modernità in cinema. Il resto è il racconto, la messa in scena, l’osservazione, la trattazione, l’analisi fredda di un caso clinico. L’attrice di teatro Elisabeth Vogler (Liv Ullmann al suo massimo storico) mentre recita ha una crisi, e da quel momento cade nel mutismo più assoluto. Non vuole o non più più parlare? Cosa le è successo? Si ritira in una casa di campagna, assistita da una giovane infermiera che le sta costantemente accanto (Bibi Andersson, altra attrice-feticcio bergmaniana). Il film è la relazione che man mano si stabilisce tra le due donne, sempre più profonda e fonda, con la nurse Alma che si apre a Elisabeth completamente e anche impudicamente, raccontandole tutto di sé, anche le cose segrete e più sordide, come un’orgia a quattro sulla spiaggia. Elisabeth ascolta e ascolta, ma non pronuncia mai una parola. Ora giudice silenziosa, ora apparente amica, progressivamente manipola la più naïve Alma fino ad attirarla nel suo cerchio, a comandarne le meccaniche psichiche. Plagio? Forse fusione, identificazione tra le due. Forse attrazione omoerotica. Un processo inquietante, con un che di patologico, che Bergman segnala visivamente con plurime e perturbanti sovrapposizioni tra le facce di Alma ed Elisabeth, in un gioco visionario e fantasmatico che finisce col siglare il flm (e difatti, son quelle scene a fissarsi nella nostra testa e a non andare più via). Poi succederà qualcosa, il tacito patto di lealtà e fiducia tra le due verrà infranto, Alma accuserà Elisabeth di averla ingannata. Crudele kammerspiel dove magistralmente Bergman ci mostra una partita psichica a due nella quale un dominante (Elisabeth) allarga il suo controllo sul dominato (Alma), spettacolo della rapacità umana in forma di conquista della mente e dell’anima. A rivederlo oggi si resta sbalorditi per come Bergman sperimenti in libertà, in un’esplorazione di modi e linguaggi cinematografci come mai prima, e neanche dopo. Non so se sia il suo film più bello (io amo moltissimo anche Il silenzio), di sicuro è il più radicale.

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