Recensione: CHEF – LA RICETTA PERFETTA. Per fortuna, non il solito film su quant’è cool il food

DChef – La ricetta perfetta, un film di Jon Favreau. Con Jon Favreau, Scarlett Johansson, Sofia Vergara, Dustin Hoffman, John Leguizamo, Bobby Cannavale, Oliver Platt, Robert Downey Jr.
_Si temeva l’ennesimo film di mastercheffate e ricette astruse però fichissime. Invece no. Questa è una commedia indie-popolare (difatti in America sta incassando benone) in cui a farla da padrone è lo street food greve e unhealthy, e però irresistibile. Protagonista uno chef che da un ristorante chic losangelino precipita felice nei bassifondi della cucina da strada. Ma proprio da lì partirà il suo riscatto. Voto 7+
CChi l’avrebbe mai detto che il regista dei primi due Iron Man e di Aliens & Cowboy avrebbe cavato fuori una piccola commedia come questa, bella e popolare senza rinunciare al pensiero e allo scintillio dell’intelligenza. Oltretutto molto indie e low budget, girata allegramente sì con un pugno di soldi, ma con parecchie idee, gran senso dello spettacolo e del racconto, e l’aiuto per niente little di un gruppo di amici e complici che si son prestati immagino al minimo sindacale e fors’anche meno, Scarlett Johansson, Robert Downey Jr., Sofia Vergara, Dustin Hoffman. Con l’aria, tutti, di divertirsi davvero. Difatti, risultato ottimo, e ottimi incassi in America, dove sta per raggiungere i 30 milioni di dollari, il secondo miglior risultato dell’anno per un film indipendente dopo The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson (e intanto, occhio, sta crescendo Boyhood di Richard Linklater). Con tanto di premio del pubblico vinto al coolissimo e schifiltosissimo Tribeca Festival. Son soddisfazioni, credo, per il massiccio e molto simpatico Favreau (me lo ricordo tre anni fa a Locarno, venuto a presentare con Daniel Craig e Harrison Ford Aliens & Cowboys: non se la tirava per niente), che in Chef si è ritagliato già che c’era pure la parte protagonista. Chi si aspetta il solito film strafico su chef strafico di ricette astruse verrà smentito. Grazie a Dio, niente mastercheffate e estenuazioni da ristorante danese numero uno al mondo. Questo è un film ruspante, selvaggio, anche un po’ randagio e vagabondo, dove a farla da padrone è lo street food, il cibo (in questo caso cubano) da strada e da marciapiede, confezionato e servito in un food truck itinerante cafonissimo. Insomma, di quei baracchini da panozzi che si incontran di notte anche nelle nostre strade metropolitane e di solito frequentati dal popolo del buio che in strada magari ci lavora (marchette, spaccio ecc.). Chef parte però in un ristorante di Los Angeles di gran pretese dove il nostro adorabile (ma anche testardo, permaloso, narciso) Carl Casper è il responsabile della cucina. Al suo comando una banda di cuochi a lui fedeli (quasi fedeli, come si vedrà poi), sopra di lui il proprietario (Dustin Hoffman), che a parole gli lascia carta bianca e invece gli impone menu diciamo così collaudati, e mi raccomando zero sperimentalismi, che con i clienti non si rischia. Cose tipo l’uovo alla coque con caviale (orrore!) e il tortino caldo al cuor di cioccolato fuso. Il nostro ambirebbe ad altro, al meglio, e quando si annuncia la visita di un food blogger temutissimo e rispettatissimo cerca di imporre un nuovo menu. Niente da fare. Il padrone vuole uovo al caviale e tortino, e quelli saranno. Con successiva, catastrofica recensione del signor blogger. Chef Casper vien licenziato, ingaggerà a colpi di tweets (aiutato dal figlioletto tecnologico e internettato) una guerra con lo stroncatore, si ritroverà a Miami insieme alla ex moglie, al figlio, al suocero cubano scappato da Castro e cantante-musicista simil Buena Vista Social Club. Da lì, dalla punta della Florida, sud estremo statunitense, parte la riscossa, con l’idea (della moglie) di acquistare un food trucker e con quello di vendere per le strade d’America proprio il cibo cubano, quello importato e custodito dai rifugiati dell’Avana. Da Miami verso Los Angeles, attraverso New Orleans e Austin, e a ogni tappa un successo crescente e clamoroso. Se la prima parte di Chef è brillante ma abbastanza convenzionale, con quel ristorante che solo a Los Angeles, solo in un film american-popolare può essere considerato figo, la seconda, quella randagia on the road, è fantastica. Qui Favreau tira fuori tutta la sua passione per le culture etniche americane, per il Sud, per il cibo greve, grasso, unhealthy, ma sant’iddio capace di orgasmare gli stomaci dei clienti, e comunque preparato al meglio possibile. Son belle le lezioni di papà Carl al figliolo sul punto migliore della piastra in cui posizionare il panino, e quanto bisogna spalmarlo di burro, e quando bisogna toglierlo, né troppo presto né troppo tardi. Che sia dorato ma non bruciato. Il trionfo, come nei meravigliosi viaggi culinari-televisivi di Anthony Bourdain nelle peggiori suburre del mondo, del cibo povero e irresistibile. Poi il finale è quello che è, ma intanto il film ha messo a segno più di un bel momento. Con parecchie sottotrame, in primis quella della moglie forse ancora innamorata di Carl forse no (e lo stesso vale per lui), e della paternità messa a rischio e poi recuperata con il figlio. Cose trattate senza sdilinquimenti. Con, in più, due delle più belle donne del cinema di oggi, donne vere, Scarlett Johansson e Sofia Vergara (la moglie). Il film è da vedere anche per loro due. Vergara è tutto quello che Jennifer Lopez avrebbe voluto essere e non è mai diventata. Robert Downey Jr. grandiosissimo nel suo cameo.

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