LocarnoFestival2014: DANCING ARABS (recensione). Identità cangianti tra Israele e Palestina

OC767264_P3001_186268Dancing Arabs, un film di Eran Riklis. Con Tawfeek Barhom, Yael Abecassis, Ali Suliman, Michael Mushonov, Danielle Kitzis. Sezione Piazza Grande.
OC767265_P3001_186269Anni Novanta. Un ragazzo palestinese riesce a farsi ammettere nel migliore liceo israeliano. Prove di convivenza in classe al di là delle barriere etnoreligiose e politiche. Ma ci vorrà ben altro perché Yiad possa avere davero una vita migliore. Film fino a un certo punto discreto del regista di La sposa siriana e Il giardino di limoni. Ma assurdo e inverosimile nella sua parte finale. Voto 5
OC767267_P3001_186271Il regista israeliano Eran Riklis lo conosciamo bene per Il responsabile delle risorse umane, da Yeoshua, ma anche, soprattutto, per Il giardino di limoni e La sposa siriana, dove ha raccontate storie di arabi dal punto di vista arabo (tant’è che molti lo scambiano per un regista palestinese). Anche in questo nuovo Dancing Arabs si tiene stretto a quello che, in tutta evidenza, è il suo tema d’elezione, il centro del suo cinema, le relazioni tra israeliani e palestinesi, no, non astrattamente tra Israele e Palestina, ma tra la gente dell’una e dell’altra parte, il che fa una bella differenza. Mostrandoci come le grandi oposizioni nazionalistiche, etniche, religiose, ideologiche, politiche, di classe, quando poi si traducono in carne e sangue, in vite di persone, uomini, donne, possono trovare inprevisti punti di cobtatto e di convergenza. Anche se magari labili e destinati a essere spazzati via dalla Storia (oh yes, capital letter!). Dancing Arabs, che sarà presentato tra poco davanti alle migliaia di spettatori in PiIazza Grande, è davvero un esemplare Riklis-movie, quasi un paradigma del suo fare cinema. Una famigia palestinese (abitante in territorio israeliano e dunque con cittadinanza di Israele) colta tra primi anni Ottante e Novanta, padre militante nazionalista arafattiano, madre bellissima e saggia, tre figli maschi. Con Iyad, il prediletto dalla nonna che ha capito tutto, molto acuto, molto perspicace, molto intelligente. Scene di villaggio  di famiglia palestinese assai istruttive. Come quando, siamo ai temi della guerra del golfo (la prima), Saddam lancia un missile verso Tel Avid e sul tetto delle case palestinesi tutti a fare il tifo perché caschi e colpisca duro. Viste le doti del figlio, il padre di Iyad si convince, “per darli un avvenire”, a tentare l’iscizione al più prestigioso liceo israeliano, a Gerusalemme, dove nessun arabo è stato mai ammesso. I test di ingresso vengono brillantemente superato, e Yiad si ritrova in aula, solo palestinese in un classe, in  una scuola, tutta di israeliani. Potete immaginare le differemze, le diffidenze, le oppisizioni. La benevolenza di alcuni compagni e il razzismo vero di altri. Il film è la trama di relazioni, di conflitti ma anche di naturale solidarietà tra coetanei, al di là delle appartenenze. Yiad si conquista dopo le iniziali goffaggini la stima di compagni e insegnanti (la sua dettagliata critica a come certa letteratura israeliana, anche la migliore, fantasmatizza la figura dell’arabo quale possibile aggressore sessuale gli procura l’ammirazione generale), nonché l’amore di Naomi, di ottima famiglia borghese israeliana. Sarà amore complicato, ovviamente. Le barriere etniche saltano completamente invece nell’amicizia di Yiad con il coetaneo Yonathan, colpito da distrofia muscolare progressiva e confinata in casa. Fino a uno scambio di identità tra i due che è la svolta del film e, insieme, la sua debolezza. Mai per un momento riusciamo a credere a quanto vediamo sullo schermo. Il furto dell’identità di Yonathan da parte di Yiad (con la madre dell’amico consenziente) è non solo inattendibile, ma anche assai ambigua. Cosa mai vorrà dirci Eklis? Che solo lasciando la sua identità di palestinese Yiad potrà vivere meglio? Più che una soluzione, una resa. Un colpo di scena che il regista non ci motivao, e che fa naufragare il film.

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