LocarnoFesatival2014: LA CREAZIONE DI SIGNIFICATO (recensione). Delude il primo italiano a scendere in campo

OC765524_P3001_185770La creazione di significato, di Simone Rapisarda Casanova. Con Pacifico Pieruccioni, Alexander auf der Heyde, Silvia Battelli. Cineasti del Presente.
OC765525_P3001_185771Però, che titolo pretenzioso e pomposo per questo documentario su un contadino-pastore che vive sulle Alpi Apuane, nell’entroterra versiliano. Le sue giornate, il lavoro, gli incontri. Forse il modello è il cinema di Frammartino, ma qui l’impresa non riesce, i frammenti non si connettono in un insieme significativo. E quel dialogo tra il protagonista e il giovane tedesco è una zavorra micidiale. Voto 4 e mezzo
OC765537_P3001_185776Mah. Dietro a un titolo così pretenzioso ci poteva stare di tutto, dal film-concept alle sperimentazioni più toste al prodotto arty che vuole mostrare al mondo  le buone letture e le frequentazioni colte del suo autore. Niente di tutto questo. Il titolo sembra totalmente scollegato da quanto poi vien raccontato, una specie di titolo celibe e autoreferenziale, e allora, scusate, perché? Eccoci davanti a un altro film, l’ennesimo, che si muove in quella zona di semidocumentarismo con voglia di raccontare persone, personaggi e storie, di costruire uno storytelling. Ambiente rural-montano, siamo nelle Alpi Apuane (se ho ben capito), nell’entroterra versiliano, ma è un altro mondo rispetto a Viareggio e il Forte. Picchi, nuvole, prati, animali al pascolo, e un uomo che fa da personaggio-guida al racconto, il protagonista se vogliamo chiamarlo così. Sessant’anni, un contadino montanaro che coltiva, pascola, segue gli animali domestici, fa la mautenzione del territorio. Lo vediamo (ah, ancora la cultura materiale che tanto affascina i giovani cineasti, forse perché con le mani non han mai faticato) mentre zappa, taglia, inchioda, sorveglia pecore, dà da mangiare all’asino, costruisce, ripara, sistema, cucina, lava, si lava. Qualcuno ogni tanto passa di lì. Un gruppo di ragazzi gira un filmino sui partigiani – colonna sonora Fischia il vento e Bella ciao, ovvio – che da quelle parti operarono (e quando il filmino lo vediamo più tardi sembra più Tarantino-Inglorious Basterds e Samuel Fuller che il cinema resistenziale italiano anni Sessanta). L’intenzione del regista Simone Rapisarda Casanova, siciliano con scuola di cinema in America e credo lì attivo, mi pare sia quello di entrare in una vita avvolta da un tutto natutrale, documentare il comune respiro dell’uomo e della terra, sulla scia della lezione di Michelangelo Frammartino, il cui Le quattro volte è uno dei pochi grandi film italiani degli anni Duemila. Ma il riutato è molto al di sotto del modello. Il racconto resta inerte, assemblando frammenti non così significativi e sconnessi tra loro. E il dialogo in sottofinale tra il contadino e il giovane tedesco che ha appena acquistato la casa è micidiale e interminabile, pieno di cliché che, non volendo essere tali, finiscono con l’esserlo ancora di più. Gli italiani, i tedeschi, Berlusconi ecc. No grazie.

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