LocarnoFestival2014, recensione: il russo DURAK (THE FOOL) si candida alla vittoria

OC760481_P3001_184238Durak (The Fool), un film di Yuri Bikov. Con Artyom Bystrov, Natalia Surkova, Dmitry Kulichkov, Ilya Isaev, Maxim Pinsker. Russia. Concorso internazionale.
OC760483_P3001_184240Finora il più applaudito del concorso. Russia: un uomo buono e solo contro la corruzione che divora una città. Spaventoso ritratto del degrado morale di una nazione. La parabola di un eroe, anzi di un martire, che a noi scettici euroccidentali potrà sembrare inattuale e moralistica. Invece questo Durak, nonostante certi eccessi di verbosità, è ottimo cinema. Possibile Pardo. Voto tra il 7 e l’8
OC760478_P3001_184235Per la prima volta a un press screening si son sentiti degli applausi assai convinti. The Fool è uno di quei film non qualsiasi, non trascurabili, per quello che ci mostrano e per come lo fanno. Uno di quei foschi, allarmanti racconti che ci arrivano dalla Russia putiniana d’oggidì, arricchitasi con il petrolio, il gas e varie altre commodities fino ad aver alimentato un’oligarchia diffusa di ricchi, semiricchi e amministratori corrotti, e sotto un popolo che, se non è più alla fame come ai tempi di Eltsin, spesso non raggiunge la soglia di un minimo benessere. Mentre l’eterno lenitivo russo, l’alcol, la vodka, continua a scorrere e bruciare stomaci, fegati e cellule ceebrali. Molto simile, questo Durak, all’altrettanto sconvolgente e allarmante Leviathan visto all’ultimo Cannes dove si è portato via il premio per la sceneggiatura. Anche qui, come in quel film, c’è un uomo, un uomo solo, che cerca di resistere alla marea montante dei corrotti e dei violenti (e le due categorie quasi sempre coincidono). Il buon Dima Nitikin, idraulico aspirante ingegnere (studia di notte mentre moglie e bambino dormono), ancora coabitante con mamma e papà, viene chiamato a riparare un guasto in uno stabile di quelli tirati su al risparmio e con pessimi materiali un quarant’anni prima nel quartere più miserabile della piccola città, affollato di un’umanità alla deriva, senza risorse, senza futuro, senza sogni, senza possibile riscatto. Gli ultimi. Gli eterni umiliati e offesi di Santa Madre Russia. Dima si rende conto di come quel guasto sia il risultato e il sintomo di un degrado strutturale dell’intero edificio, che un crollo potrebbe esserci da un momento all’altro coinvolgendo e seppellendo le 820 persone che ci abitano. Bisogna lanciare l’allarme. Si oppongono la madre e la moglie, che non vogliono guai, lo appoggia il vecchio padre. Naturalmente si scoprirà subito che controlli e manutenzioni non sono mai stati fatti, che il soldi son stati deviati verso le tasche dei signori della città. Dima riesca a farsi ricevere dalla sindachessa durante la sua festa di compleanno: la quale, appurato l’effettivo pericolo di crollo, deve prendere una decisione difficile. Evacuare? E dove alloggiare gli evacuati? Intorno la sua corte di affaristi, di cui lei è insieme complice e vittima, burattinaia e burattino. Un viluppo losco da cui Dima resterà stritolato. Non rivelo il resto della storia, che ha almeno un paio di agghiaccianti colpi di scena, e l’ultimo che davvero non ti immagini. Il ritmo è costantemente alto, il racconto tesissimo, la rappresentazione di quell’ignobile oligarchia di provincia senza pietà. Durak è un film profondamente morale, e ci tiene a esserlo. Sì, ha l’ardire di ricordare come e quanto siano ancora necessari i Giusti, coloro che nel trionfo del Male sanno ricordare l’esistenza del Bene e lo praticano. Certo, a noi euroccidentali disincantati e scettici un film che sui valori e sull’etica costruisce la propria narrazione sembra un filo cheap. Ma se lo si guarda senza pregiudizi e snobismi ci si renderà conto di come quella di Dima sia una parabola esemplare di dedizione, di offerta di sé e, ebbene sì, di martirio totalmente inscritta nella grande tradizione cristiana russo-popolare e anche di certa letteratura, Dostoevsky e Tolstoj in testa. Se la visualità di The Fool è potente, con quei notturni minacciosi, con quelle deformazioni grottesche dei riti dell’oligarchia, è la scrittura, sono i dialoghi a suscitare qualche perplessità. Una parola che satura ogni interstizio, che non lascia zone d’ombra, che non dà il minimo spazio al non detto, all’allusione, all’ellisse. Il che (anche confrontandolo con Leviathan) ci dà l’impressione di un cinema convenzionale e datato nei suoi modi. Meglio vedere The Fool come una narrazione tradizionale nel senso migliore, ci renderemo conto allora di come anche quella minuziosità, quel bisogno di saturare con la parola, appartiene alla forma del racconto popolare. Quello che deve andare dritto al cuore e alle viscere. Io spero che Durak vinca qui a Locarno un premio importante.

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