LocarnoFestival2014. Recensione: HIN UND WEG (TOUR DE FORCE), il suicidio assistito in un film tredesco

OC760680_P3001_184270Hin und Weg (Tour de Force), un film di Christian Zübert. Con Florian David Fitz, Julia Koschitz, Jürgen Vogel. Sezione Piazza Grande.
OC760681_P3001_184271Hannes ha 36 anni ed è affetto da SLA. Così ha deciso di farsi praticare il suicidio assistito in Belgio, dove la legge lo consente. Coinvolgerà gli amici più cari in una biciclettata collettiva verso l’ultima meta. Per la prima volta la spinosa faccenda entra in un film mainstream destinato al più largo pubblico possibile. Piatto, privo di ogni complessità e finezza, Hin und Weg è, nella sua struttura, un film di propaganda. O, se preferite, a tesi. Solo sociologicamente interessante per come introduce il tema della morte procurata nel discorso collettivo. Voto 4
OC760685_P3001_184274Ecco, il suicidio assistito, o la morte assistita per propria scelta, chiamatela come volete ma non la dolce morte (andiamo, come può mai essere dolce la morte?), fa il suo ingresso nella narrazione cinematografica, e in una produzione di peso. Sì, si era già visto proprio qui a Locarno, e sempre in piazza Grande, un paio di anni fa il film francese Quelques heures de printemps con un Vincent Lindon che accompagnava in Svizzera la madre anziana e stufa di vivere a trovar la propria morte. Però in questo film tedesco la scommessa è più alta, il morto predestinato ha solo 36 anni, il che moltiplica il tasso di controversie e possibile scandalo, ogni autorialità (che invece era presente nel film francse) è bandita per un prodotto volutamente medio-mainstream in grado di raggiungere il più vasto numero possibile di spettatori. Che dire? Che il film è in sé mediocre, di quella confezione e piattezza che un tempo, prima della grande, nuova serialità, si sarebbe detta televisiva, ogni azzardo, sia stilistico che discorsivo, ogni finezza, ogni cmplessità sono rigorosamente banditi, acciocché chi guarda accetti l’abbastanza inverosimile vicenda e soprattutto trovi naturale la scelta del povero protagonista. Ma questi sono casi su cui è inutile discutere di forma e stile e di questioni strettamente cinematografiche, perché a dominare è quanto sta fuori dal film, e che il film intercetta e mette in scena. Semmai sarebbe utile analizzare i dispositivi narrativi e le retoriche con cui si cerca di far passare quello che resta inesorabilmente ostico e sgradevole come il suicidio assistito. Questo è, a modo suo, un film di propaganda (o, se volete, a tesi) e come tale andrebbe giudicato. Hannes, 36 anni, oraganizza con un pugno di cari amici una biciclettata a tappe destinazione Ostende, Belgio. Si parte allegri, la comitiva è variamente assortita come si conviene a ogni commedia corale. Bisticci, capricci, smanie e manie. Primo stop la casa della mamma di Hannes, e lì la rivelazione. Hannes è affetto da SLA, la stessa malatia di cui è morto il pade dopo atroci sofferenze, non gli resta molto da vivere, soprattutto quel che gli resterebbe sarebbe una tortura. Così ha fissato un apuntamento con un medico di Ostende che pratica la morte assistita, come lì la legge permette. La biciclettata è stata la scusa per coinvolgere gli amici e averli vicini quando là, arrivati al traguardo, sarà il momento. Quello che segue non è interessante, slo riemptivi in attesa di quell’ultima tappa. Poco ci viene detto di Hannes, niente dei suoi tormenti, ripensamenti zero, solo un gran dispiagemnto di retoriche amicali e scemenze new age sulla vita dopo la vita (“mio padre da quando è morto mi segue sempre, lo sento vicino a me” dice una cretina), e ti ricorderemo Hannes e bla bla bla. Semmai a colpirci è la madre del morto predestinato, superconsenziente e dosposta ad accompagnare lei il figlio sul letto di morte nel caso lui non ce la facesse ad arrivarci in bici con le proprie gambe. Ogni giorno che pasa cambia il panorama, la comitiva si dedica a scherzi e burle che coprono solo l’odore della morte senza debellarlo, e si arriva a Ostende. Affanculo spoiler e chi li teme, dico sì come va a finire, perché qui come si fa parlare davvero di questo film? Dopo che il medico con cui era stato fissato l’apuntamento ha dato buca per via di un incidente (ma avvisare il direto interessato con un sms, whatsapp, fecebook, email no?), bisogna trovarne un altro, e lo si trova. Il giorno dopo verrà praticata l’iniezione letale, Hannes morirà tra le braccia della madre e davanti al fratello e a tutti gli amici. Mentre noi spettatori piangiamo a dirotto, ovvio. No, non mi butto nella querelte se sia giusto o no il suicidio assistito, ci mancherebbe, son quei pozzi senza fondo, dico solo che la morte legalmente procurata mi mette più di un brivido e apre la finestra su un abisso di cui neanche intuiamo l’ampiezza. Rilevo, avendo visto il precedente film francese, che in Belgio si pratica l’iniezione letale (una frazione di secondo ed è fatta), in Svizzera la pozione viene somministrata invece per via orale. Dico che scegliere di morire prima che il proprio corpo si degradi irrimediabilmente ci lascia intravedere in negativo tutta l’ossessione del corpo perfetto e il sogno dell’immortaltà che percorre, oggi, l’Occidente. La malattia non è più accettata in quanto macchia e deturpa la perfezione omologata e obbligatoria, la soffernza poi è espunta, incimpatibile com’è con il narcisismo di massa. Hin und Weg potrebe diventare un caso, di quei film di cui si dibatte in tv, spesso vacuamente, e su quotidiani e magazine, con altrettanta vacuità. Stiamo a vedere se arriverà mai in Italua. Intanto prepariamoci all’ondata di cliché, banalità, pregiudizi che da un parte e dall’altra si abbatteranno su di noi.

 

 

 

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