LocarnoFestival2014. Recensione: DOS DISPAROS. Due spari a Buenos Aires senza un perché

OC754735_P3001_182287Dos Disparos, un film di Martin Rejtman. Con Susana Pampin, Rafael Federman, Benjamin Coelho, Manuela Martelli. Argentina. Concorso internazionale.
OC754734_P3001_182286Buenos Aires. Un sedicenne di famiglia borghese triva una vecchia pistola e si spara i due colpi del titolo. Sopravvive. Ma perché l’ha fatto? Un film che non vuole spiegare niente, vuol solo osservare, e registrare, l’insignificanza, e ci riesce. Voto 6 e mezzo
OC754736_P3001_182288Argentina, da una qualche parte nei suburbia di Buenos Aires,. Un ragazzo di sedici anni, Mariano, trova per caso – come il Michel Piccoli di Dillinger è morto – una vecchia pistola in garage, si spara un colpo in testa poi in pancia. Così. Senza ragione. Sopravvive non si sa come, una pallottola vien ritrovata conficcata nel muro, l’altro no, finita in chissà quale pate parte del corpo, irrintracciabile. Nessuno sa spiegarsi perché Mariano, ragazzo di buona famiglia, madre avvocato (ma il padre dov’è? morto? separato?), fratello maggiore informatico, l’abbia fatto, e al regista emmeno importa, Non ci sono psicologismi in questo film argentino, solo osservazione, registrazione di fatti e atti, e parole, molte parole. Ieri mattina alla proiezione stampa al Kursaal ha suscitato parecchi sbadigli e noia e sbuffi, e qualche fuga. Diciamolo subito: non se lo merita d’essere trattato così, sarà anche un film imperfetto e lacunoso, non proprio di massima godibilità, pure estenuante, ma una sua carica perturbante la possiede, inserendosi coerentemente in quel cinema argentino, capitanato da Lucretia Matel, che negli ultimi due decenni ha raccontato il malessere, il disagio accuratamente nascosto sotto la superficie ben verniciata della classe dirigente e borghese di quel paese. Dopo Mariano conosciamo la sua sua cerchia, la sua ragazza, gli amici, i componenti del quartetto di flauto di cui fa parte. Quartetto che a poco a poco si disfarrà, si decomporrà. Come sembra succedere a molte delle esistenze del film, vite svuotate, scavate dentro, o irrealizzate o fallimentari o deluse. Non succede niente in Dos Disparos, solo una lunga scia di piccoli disagi e progressive derive in un vuoto surreale, vagamente assurdo. Film entropico, come condannato a una progressiva paralisi interna. Film che a un certo punto ne diventa un altro, quai un movie-movie, pur mantenendo qualche personaggio della prima parte (la madre), passando dal ritratto di Mariano e del suo entourage giovane a quello adulto della madre, dei suoi amici e amiche. Si cambia anche location, da Buenos Aires a un centro balneare. Dialoghi sul banale quotidiano, in assenza di ogni profondità, senza la voglia o la capacità di capire, neanche quel gesto di Mariano. Si va dallo psicanalista (l’Argentina è uno dei paese in cui la psicanalisi è più radicata) come si va dal dentista, senza aspettarsi niente, e senza ricevere niente. Si finisce con una scena che riproduce e nello stesso tempo ribalta quella inziale, in una circolarità in cui niente sembra essere davvero cambiato, a parte la sensazione che tutto, tutti siano scesi un girone più giù nella scala dell’insignificanza. O, per usare una meravigliosa parola desueta, dell’alienazione.

 

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