LocarnoFestival2014: i 5 film che ho visto oggi, mercoledì 13 agosto

Amori e Metamorfosi

Amori e Metamorfosi

I primi due visti in anteprima stampa, gli altri tre del programma ufficiale del festival e dunque visti insieme al pubblico.

ore 8,oo: Alive di Park Jungbum. Corea del Sud, 178 min. Concorso internazionale.
Stamatina sveglia anticipata per essere al press screening alle ore otto di questo film coreano del concorso. Non male, ma mi chiedo ancora se meritasse la levataccia. Tranche de vie neonaturalista di vite proletarie oltre Seoul, con un protagonista brav’uomo che fa quel che può con il lavoro che viene a mancare, la sorella pazza e ninfomane (rmai dopo Von Trier si può dire, no?), una niotina a carico, coleghi che gliene combinano di ogni. Molto meno trucido della media del cinema coreano. Un buon film che non ce la fa a diventare qualcosa di speciale.
ore 14,00: The Iron Ministry di J.P. Sniadecki. Cina-Stati Uniti, 82 min. Concorso internazionale.
Un altro documentario di questo Locarno, e un altro possibile vincitore (sono parecchi perché nessun film di distingue nettamente, a parte Lav Diaz che fa caso a sé). Sniadecki e un giovane regista del Michigan, però molto addentro nella realtà cinese avendoci vissuto e avendoci girato tempo fa quel notevolissimo Yumen dato prima alla Berlinale 2013 e poi in svariati festival in giro per il mondo (Sniadecki è venuto anche a Milano a presentarlo). Allora aveva lavorato con due co-registi cinesi, stavolta fa tutto da solo, e fa molto bene. Tre anni di riprese sui treni che percorrono in su e in giù il continente Cina, e ne esce un film stratificato, per niente ovvio, il miglior docu che io ricordi su quel paese entrato in una ipermodernità convulsa e per noi anche incomprensibile. Film visualmente potente (la parte iniziale, astratta come il finale dell’Eclisse di Antonioni, vale da sola il Pardo d’oro). Treni rigurgitanti ci cose, persone, animali. Passeggeri che han storie da raccontare, e son storie interessanti. Un cinese musulmano, una tibetana, due donne che lavorano in fabbrica, quattro ragazzi che si interrogano sulla democrazia, sul miracolo conomico e vorrebbero più libertà (e sembra una chiosa all’attuale, bruciante dibattto su compatibilità oggi tra democrazia e sviluppo economico innescata da un’intrevista del primo ministro ungherese Viktor Orban). Bello e importante.
ore 16,oo: Remake, Remix, RipOff di Cem Kaya. Turchia, 110 min. Sezione Histoire(s) du Cinéma.
Applausi incontenibili oggi al Palavideo per il giovane e sveglissimo regista turco di questo omaggio al cinema di genere del suo paese, soprattutto quello degli anni Sessanta e Settanta. Quando a Istanbul, per via di un regime fiscale favorevole e nonostante l’occhiutissima censura dei militari, si giravano centinaia di cose l’anno. Film storici, avventurosi, western, bondistici, melodrammi: di ogni, di tutto. Molto simile al nostro cinema popolare anni ’50-60-70, però anche infinitamente più povero, più sgangherato e ancora più costretto all’arte di arrangiarsi. Dunque ancora più cultistico. E siccome non esisteva in Turchia protezione del diritto d’auore, si rifacevano perfino i film americani (si vedono sequenze di A qualcuno piace caldo e Il mago di Oz rifatti a Istanbul! cose da non credersi, oltre ogni immaginazione), si rubavano colonne sonore e pezzi interi di film stranieri. Con registi che riuscivano a girarne anche uno al giorno. Insomma, una meraviglia. Quel che per il cinema bis italiano hanno fatto riviste come Nocturno e critici come Marco Giusti, lo fa questo film per il cinema turco. Peccato che il regista ci abbia messo dentro troppa roba e il senso dell’operazione qua e là rischi di offuscarsi. Ma è un film obbligatorio, oltre che assai godibile. Qualcuno lo porti in Italia, please.
ore 18,30: They Chased Me Through Arizona di Matthias Huser, Svizzera-Polonia, 86 min. Cineasti del presnte.
Perso ieri alla proiezione stampa, recuperato oggi in un sala strapiena di pubblico. No, non si svolge in Arizona, come il titolo lascerebbe intendere, ma in Polonia (il film è una coproduzione svizzero-polacca, e svizzero è il regista). Un’azienda telefonica che si chiama Pronto chiude i battenti e decide di smantellare le sue cabine in giro per il paese. Se ne occuperà un operaio di mezz’età ombroso e taciturno aiutato da un autista uscito da poco di galera. Mi aspettavo un on the road assai citazionista dei classici americani del genere, invece è uno strano, ambiziosissimo film che si rifà alla lezione di Kaurismaki. Inquadrature fisse e leccatissime. Personaggi taciturni fino all’abulia e alla catatonia. Non succede praticamente niente. Forse al regista (anni 35) sarebbe convenuto stare più schiscio. Molto arty. Potrebbe piacere alla giuria, anche perché a Cineasti del presente non s’è visto finora il capolavoro che mette tutti d’accordo.
ore 21,00: Amori e Metamorfosi di Yanira Yariv. Italia-Francia, 88 min. Sezione Signs of Life.
Arrivato tra molte attese e sospinto da un intenso buzz, un film quasi iraccontabile (difatti collocato nella sezione sperimenta-avanguardistica del festival) di una regista israeliana operante anche in Italia (dove credo adesso abiti). L’idea, assai suggestiva, è quella di parlare di metamorfosi del corpo e dell’anima, di transgender e di passaggi da una identità di genere all’altra, partendo dalle Metamorfosi di Ovidio. Le cose funzionano quando ascoltiamo i versi – una meraviglia – recitati in luoghi mediterranei di pura classicità (e non si può non pensare a certo Straub, come quello di Empedocle, o al Pasolini di Medea e Edipo re, o al Rossellini a Cuma di Viaggio in Italia), funzionano molto meno quando gli attori transgender raccontano le loro storie personali. E le due parti non si saldano mai, sabotando la premessa del film.

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