LocarnoFestival2014. Recensione: CAVALO DINHEIRO. Penitenziale e politicamente correttissimo, una combinazione micidiale

OC767569_P3001_186405Cavalo Dinheiro, un film di Pedro Costa. Con Ventura, Vitalina Varela, Tito Furtado. Portogallo. Concorso internazionale.OC767568_P3001_186403Il maestro portoghese del cinema ossificato porta in concorso un film ovviamente penitenziale. Visualità estenuata, però messaggio politico ipersemplificato fermo al terzomondismo anni Settanta, ed è una combinazione micidiale. Ma visto che Costa ha i suoi cultori, soprattutto ai festival, potrebbe anche vincere. Voto 4 e mezzo
OC766257_P3001_186049Applausi caldi, molto caldi, ieri pomeriggio al Kursaal alla proiezione stampa. Io no che non ho applaudito. Non ce l’ho fatta a voler bene a questo pezzo di puro, radicalissimo, estenuante, penitenziale cinema con molte radici negli anni ribellistici e contestativi del Novecento, anzi a tratti l’ho detestato proprio. Pure avendone viste ormai di ogni (dico le prime cose che mi vengono in mente: i cortometraggi zen di Tsai Ming-liang e il Carlos Reygadas cubista di Post Tenebras Lux) son rimasto, da questo Cavalo Dinheiro, spiazzato e pure un po’ incazzato. Sì, lo so che Pedro Costa è dai tempi di Ossos un culto che conta su molti adepti, soprattutto ai festival. Però va bene tutto, passi sabotare ogni narrazione in quanto cheap e volgarità da serve, passi decostruire e destrutturare ogni linearità e struttura di racconto, passi oscurare e distruggere subito ogni minimo indizio che potrebbe portare lo spettatore a capirci qualcosa di quel che vede sullo schermo. Però la correttezza politica più smaccata e più anni Settanta no, quella proprio non la si può più reggere. Cavalo Dinheiro riesce a coniugare il cinema pià impervio, ossificato e elitario a una visione che un tempo si sarebbe detta miserabilista-terzomondista, mettendo in scena un uomo di nome Ventura, nero capoverdino a Lisbona, per raccontare attraverso di lui le oppressioni e le emarginazioni, le non integrazioni e le dis-integrazioni subite dagli uomini e dalle donne arrivati in Portogallo dalle ex colonie africane. Se la messinscena è ad alto tasso di sofisticazione, pencolando verso la videoart e l’oratorio laico e riusando il cinema più rarefatto e scarnificato a partire da Dreyer, i cosiddetti contents, quello che il film intende comunicare, è invece di massima semplicità e semplificazione, basato com’è sull’opposizione bianchi dominanti/neri oppressi. Il che consegna Cavalo Dinheiro, nonostante la sua estetica per niente mainstream, al livello di un qualsiasi film militante a una sola dimensione e dal pensiero unico. Di cosa parla? Mah, proviamoci. Un capoverdino di nome Ventura viene portato, nella Portogallo di oggi (almeno così sembra), in un posto che potrebbe essere un ospedale psichiatrico. Nella sua testa, e purtroppo anche nella nostra, tutto si rimescola, sovrappone, confonde, l’oggi e l’ieri, fatti, persone, fantasmi, gente che muore e poi ritorna. C’è Ventura che scappa nudo nella notte inseguito dai militari con tanto di carro armato (presumo che Pedro Costa si riferisca alla rivoluzione dei garofani, anche se questi miltari non si capisce bene da che parte stiano, e se è per questo neanche Ventura, ma è solo uno degli infiniti misteri del film). Un suo amico dalla camicia rossa muore (ma questo dovrebbe essere appena successo, e forse ha una relazione con il ricovero di Ventura), arriva da CapoVerde la vedova. Intanto riemergono i ricordi di un lavoro lontano in un cantiere. Tutto o quasi in inquadrature fisse, con monologhi o dialoghi tra sé e il proprio doppio immaginario e flussi di coscienza. Con un’allucinante lunga scena in ascensore tra Ventura e un soldato tutto riverniciato che sta tra la statua del commendatore del Don Giovanni mozartiano e le statue viventi che si vedono nelle nostre piazze a tirar su qualche euro. Voci fuori campo a raccontare-recitare le sofferenze dei neri delle colonie, e anche canti in tema. Micidiale. Con tutto il rispetto per lo status acquisito nei decenni da Pedro Costa, s’intende. Potrebbe anche vincere un premio.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a LocarnoFestival2014. Recensione: CAVALO DINHEIRO. Penitenziale e politicamente correttissimo, una combinazione micidiale

  1. Pingback: LocarnoFestival2014: LA MIA CLASSIFICA dei film del concorso a giovedì 14 agosto | Nuovo Cinema Locatelli

  2. Pingback: LocarnoFestival2014: PREMI E VINCITORI. Il Pardo a Lav Diaz, ovviamente | Nuovo Cinema Locatelli

  3. Pingback: i migliori film del 2014 secondo i Cahiers du Cinéma e Sight & Sound | Nuovo Cinema Locatelli

  4. Pingback: i 15 film più sopravvalutati del 2014 | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.