LocarnoFestival2014: ALIVE, onesta tranche-de-vie coreana (senza il trucidume di tanto cinema di Seoul)

OC767559_P3001_186390Alive di Park Jungbum. Con Lee Seungyeon, Park Myeonghoon. Corea del Sud, 178 min. Concorso internazionale.
OC767562_P3001_186396Tre ore, il più lungo del concorso dopo il fluviale Lav Diaz. In una piccola città sud coreana un brav’uomo cerca di tenere insieme i pezzi della sua vita, con una sorella pazza, una nipotina a carico, il lavoro che balla. Onesto. Senza il sangue e il trucidume che imperversano nel cinema coreano. Voto 6 e mezzo
OC767560_P3001_186392Non male, però mi chiedo ancora se questo fluviale film sudcoreano meritasse la levataccia di ieri per la proiezione stampa al Kursaal alle otto (di mattina, si intende). Orario strambo e parecchio punitivo, giustificato dalla inusitata lunghezza di Alive, tre ore tonde, il che ne fa il secondo per mole del concorso dopo ovviamente l’inarrivabile Lav Daz. Assai diverso dai truculentissimi film coreani cui siamo abituati, che siano d’autore o di genere, che siano alti, medi o bassi, che siano citazionisti del cinema d’Occidente o sorgivamente autoctoni. Qui non scorre quasi il sangue, ci sono se mai un’incombente minaccia che percorre tutta la narrazione, un senso di desolazione e sconfitta, l’oppressione claustrofobica di vite in gabbia. Un cinema onesto che sta schiscio sulla realtà e cerca di restituircela con fedeltà, in toni asciutti e mai melodrammatici, con un sobrietà che è anche rispetto dei personaggi e delle esistenze raccontate e mostrate. Tranche de vie neonaturalista di vite proletarie oltre Seoul, con un brav’uomo di nome Jungchul che fa quel che può per tenere insieme i pezzi di un’esistenza difficile, la sua e di chi gli sta vicino, con il lavoro che salta, la sorella pazza e ninfomane (ormai dopo Von Trier si può dire, no?), una nipotina a carico, colleghi che ce l’hano con lui. Un film onesto che apre anche parecchi squarci sulla realtà coreana (ad esempio il cirstianesimo assai diffuso, cosa che peraltro traspare anche in Kim Ki-duk), ma che non ce la fa a diventare qualcosa di speciale. Di quelli che nelle frenesia di un festival, dove il livello d’attenzione non è mai elevatissimo, ha poco da guadagnare e molto da perdere. Sarebbe da rivedere con tranqullità.

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