Film stasera sulla tv in chiaro: MORTE A VENEZIA di Luchino Visconti (merc. 20 agosto 2014)

Morte a Venezia, Iris, ore 21,00.

Luchino Visconti e Piero Tosi sul set con Silvana Mangano

Luchino Visconti e Piero Tosi sul set con Silvana Mangano

1911. Estate. Lo scirocco soffoca Venezia, portando con sè il bacillo del colera. I più prudenti scappano dalla città minacciata, non il musicista tedesco Gustav von Aschenbach, in vacanza al Lido al Des Bains. Che quei segnali di allarme li ignora (nel suo inconscio Thanatos è al lavoro) e decide di restare nella città ammorbata, infestata, prossima alla dissoluzione per malattia venuta da fuori e per consunzione interna. Resta, von Aschenbach, perché ammaliato-innamorato dell’efebo polacco Tadzio da lui incontrato sulla spiaggia, che gli lancia dalla battigia sguardi assai ambigui per poi sottrarsi e celarsi, facendo ammattire il maturo musicista. Seguirà per lui un degrado del corpo che sarà anche degradazione, vergogna, discesa agli inferi, fatale cedimento all’istinto. La passione per quell’adolescente lo porterà, letteralmente, alla fine. Quando nel 1971 Luchino Visconti trae da Thomas Mann questo suo film testamentario è già nella fase estrema e come ormai esplosa della sua carriera, quella cominciata con La caduta degli dei, quella in cui abbandona le coperture e sovrastrutture ideologico-politiche di tanto suo cinema precedente (Senso, Rocco, Il gattopardo, La terra trema) per evocare e dare corpo e immagine solo ai suoi fantasmi più personali, più privati e intimi. Prende Thomas Mann e lo piega a sè, lo adatta quasi alla propria storia, trasformando il main character da scrittore a musicista vagamente echeggiante Gustav Mahler, utilizzato e citato abbondantemente nel soundtrack, e quel che nel racconto originale riconduceva alla decadenza di una classe (e forse di una nazione, forse – splenglerianamente – dell’Occidente tutto) qui si fa dissoluzione di un uomo, di un singolo. Con un omoerotismo equiparato a debolezza mortale dello spirito, dell’anima, diventato veicolo di autodistruzione. Visconti al massimo della sua maniacalità estetica, del suo perfezionismo. Quegli interni del Des Bains, quelle ortensie sui tavoli. I costumi di Piero Tosi, mai così fondamentali, necessari, costitutivi del film stesso, della sua natura e essenza. Silvana Mangano, l’aristocratica madre di Tadzio, feticizzata e resa icona sempiterna del cinema. A non funzionare nel film – l’ho pensato allora, continuo a pensarlo oggi – è Dirk Bogarde, attore grande (in La caduta degli dei era stato perfetto), che fa del suo von Aschenach un omuncolo abbastanza abietto e un po’ ridicolo, una checcuccia che si muove a passettini da geisha, da uccellino, incapace di comunicarci ogni teutonica grandezza del personaggio. Però quella scena finale con il bistro liquefatto che riga la sua faccia non la si dimentica diventando la rappresentazione assoluta, definitiva, di ogni morte per vizio, per rinuncia al controllo, per abbandono alla forza oscura degli istinti. Certo, una danza degli spettri per niente politicamente corretta. Un film oggi impensabile, oltre che irrealizzabile. Chi mai oserebbe filmare  e raccontare il perduto amore di un cinquantenne per un ragazzino appena adolescente? Anche questo ci dice cosa siano stati gli anni Settanta e quanto sia cambiato da allora, non solo al cinema.

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