VeneziaFestival2014. Recensione: ONE ON ONE, il nuovo Kim Ki-duk è un revenge-movie tra ultraviolenza e riflessioni buddiste

021072014171434_media1One on One (Chi sono io?), un film di Kim Ki-duk (suoi sono regia, sceneggiatura, editing, cinematography). Con Lee-Jin sook, Don Lee, Kim Young-min. Il film apre Cineasti del presente/Venice Days. Sarà nei cinema da giovedì 28 agosto.021072014171531_media1Stavolta Kim Ki-duk, dopo l’estremissimo Moebius (che segnava un punto di non ritorno, quasi un suo ground zero), fa un passo indietro e imbastisce un film quasi di genere (quasi). Un revenge movie dove un gruppo di spietati giustizieri ne combina di ogni. Molta violenza declinata in varie forme, anche assai creative e bizzarre. Purtroppo c’è anche un gran filosofeggiare buddista, a far da foglia di fico a tanto spettacolo truculento. Abbastanza sgangherato, ripetitivo, con lampi di genio qua e là. Voto 6
021072014171516_media1Due anni fa ha vinto il Leone con Pieta, l’anno scorso con Moebieus era nella selezione ufficiale, però fuori concorso. Quest’anno è alla Giornate degli autori con questo One on One come film di apertura. Cosa pensare di questo slittamento progressivo fuori dal centro? Si potrà parlare a proposito del celebrato coreano Kim Ki-duk di downgrading veneziano, senza che se la prendano i suoi entusiasti laudatori e senza che ne abbiano a male gli organizzatori delle Giornate? Perché non mi si dica che la sua collocazione di quest’anno vale quella nel concorso ufficiale di Venezia 2012. Con Moebius – zero parole, però molte violenze e incesti e castrazioni con riattaccamenti di peni tagliati ecc. ecc. – mi era sembrato che il nostro avesse liberato, nel senso di scatenato, fatto uscire dalla gabbia, tutti i suoi fantasmi e le sue male fantasie (il suo Salò-Sade, avevo scritto) e mi chiedevo dopo quel suo personale ground zero dove sarebbe approdato. La risposta è qui, in One on One, o Chi sono io?, come da traduzione del titolo originale. Di sicuro un passo indietro rispetto all’abisso e al delirio del suo film precedente Kim Ki-duk lo fa, recuperando una parvenza di narrazione, anche se a saturare il film è la violenza, declinata sado-voyeuristicamente e perfino pornograficamente in varie forme aberranti, estreme, perfino biazzarre e creativo. Sempre compiaciutissime. Il sesso no, quello stavolta è assente, visto che Kim Ki-duk sembra abbia deciso di girare e mostrarci un revenge movie dall’impianto abbastanza classico (abbastanza) dove la faccenda è soprattutto tra maschi. Una banda di misteriosi giustizieri, di volta in volta abbigliati da mercenari senza pietà o da gangster o da spazzini, rapisce uno dopo l’altro dei normali cittadini, che tali scopriremo non essere. Torturandoli e minacciandoli i morte, il capo della truce ghenga (tra cui c’è una donna) li costringe a vergare una confessione su un certo fatto e un certo giorno di cui niente noi sappiamo, firmandola con l’impronta della propria mano insanguinata, e a ogni interrogatorio corrispondono violenze inenarrabili, che sono il vero focus del film, il suo motore e temo il suo vero fine. Il perché della vendetta lo conosceremo molto avanti (il film dura due ore e qualche minuto), come conosceremo il perché di tanta spietatezza da parte del capobanda. Ma la violenza, si sa, è una brutta bestia, una volta trata fuori dalla gabbia non la fai più rientrare e resta in circola, contamina tutto, disgrega, destruttura, distrugge anche le alleanze e le amicizie. Violenza chiama violenza, dicevano i conservatori-moderati degli anni Settanta, e Kim Ki-duk sembra d’accordo. Tra i ranghi della banda cominciano le defezioni, i dubbi alla fine investono lo stesso spietato leader della cellula ormai impazzita. Il sovradosaggio di sangue e pestoni e lacerazioni (e martellate sulle mani: si sa, il martello è un’arma feticcio di Kim ki-duk, che ha il debole per i vecchi arnesi artigianal-meccanici e anche qui ne fa un uso copioso) s’accompagna purtroppo a riflessioni m’è parso di capire di matrice buddista sulla violenza e la non violenza, sulla colpa e l’espiazione. Spieghe che mi son sembrate delle gran foglie di fico, ecco. Mentre stavolta manca ogni riferimento cristiano, tanto presente nei precdenti film del sud coreano (ma come, Kim Ki-duk, proprio adesso che Papa Francesco è venuto a trovarvi?). Alla fin fine, un film abbastanza sgangherato, a conferma di come l’un tempo grande e riverito autore sia ancora in balia delle sue pulsioni e non più capace di incanalarle e imbrigliarle in una forma-cinema ferrea, e in uno stile. Narrazione piatta, monocorde, com ampie e inutili ripetizioni, e anche digressioni, illuminata qua e là da bagliori di una certa forza, ma nel suo insieme stanca, debilitata. Certo, vien da pensare che il Leone assegnato a Pieta due anni fa non sia stata una decisione lungimirante. I segni di involuzione di Kim Ki-duk c’erano già tutti e li si sarebbe dovuti cogliere, anziché gridare a un capolavoro che non c’era.

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