VeneziaFestival2014: i 5 film che ho visto oggi, sabato 30 agosto

tournage "3 cœurs"ore 9,00: 3 Coeurs di Benoit Jacquot. Francia. Venezia 71-Concorso. Voto tra il 7 e l’8
Alla fine, fischi e applausi. Io ho applaudito. Storia di un uomo che, à la Truffaut, ama le donne, e finisce con l’innamorarsi di due sorelle. Con anche parecchio di Lelouch e Resnais. Un film di amori, passioni e sentimenti senza melassa e sdilinquimenti, e di grande eleganza francese. Lui è un ispettore del fisco. Una sera, in provincia, incontra una donna, le dà appuntamento di lì a qualche giorno a Parigi, alle Tuileries. Ma, causa contrattempi e problemi (seri), non potrà andarci. Un amore appena nato e già finito, come cantava Mina, perché lei subito dopo si trasferisce in America con il marito. Il nostro conoscerà un’altra donna, la sposerà, avrà da lei un figlio. Finché scoprirà che si tratta della sorella della prima e mai dimenticata donna. Un melodramma trattenuto e insieme potente sull’impossibilità dell’amore. Straziante. Con Benoît Poelvoorde, Chiara Mastroianni e Charlotte Gaisnbourg, un triangolo perfetto. Catherine Deneuve è la mamma delle due sorelle.
ore 11,30: Manglehorn di David Gordon Green. Con Al Pacino. Usa. Venezia 71-Concorso. Voto 5+
Delusione grande. David Gordon Greene, che con Prince Avalanche e Joe ci aveva conquistati, stavolta realizza un film scombinato, irrisolto, anche irritante. Sbaglia molto anche perché rischia molto, destrutturando la narrazione, facendosi dettare il ritmo da Al Pacino che gigioneggia e spadroneggia, procedendo anarchicamente per annotazioni casuali e anche per deviazioni. Tutto piuttosto insolito per un film americano, per quanto indie. Film su un uomo vecchio e solo, attaccato alla sua gatta Fanny, senza alcuna relazione con il figlio lontano. A irritare è l’estenuante monologo interiore del protagonista in forma di immaginaria lettera a Clara, grande amore della sua vita che purtroppo lui si è lasciato sfuggire. Pessimo, fintissimo, consolatorio finale (sono parecchi a questo festival i film rovinati da un finale sbagliato). Però David Gordon Green azzecca due o tre sequenze magnifiche. La lunga carrellata sulle macchine incidentate travolte da un carico di angurie (mi ha ricordato Weekend di Godard), l’intervento chirurgico alla gatta, la corte sottoforma di canzone di un uomo a un’impiegata di banca. Pezzi che ci confermano il talento di DGG. Al prossimo film.
ore 15,00: Ich seh Ich seh (Io vedo, io vedo – Goodnight Mommy) di Veronika Franz e Severin Fiala. Austria. Orizzonti. Voto 8
La grande sorpresa di questa giornata. Uno dei film-rivelazione del festival. Made in Austria. Prodotto da Ulrich Seidl e co-diretto da sua moglie Veronika Franz, e dunque potete immaginare la carica disturbante. C’è perfino, tanto per non farsi mancare niente, un qualcosa di Haneke, visto che la storia si ambienta in villa su un lago alpino che ricorda quella di Funny Games. Horror di quelli allucinati, visionari e perversi. Poco sangue, e molti fantasmi di una mente pericolosa e malata. Due gemelli sui dieci anni, Elias e Lukas, cominciano a dubitare che quella donna scostante, irascibile che li maltratta e punisce non è la loro madre. No, non può esserlo, mammina è sempre stata buona e dolce, come può essersi trasformata in quella strega? Che oltretutto si presenta loro con la faccia ricoperta da bende dicendo di aver subito un intervento per via di un incidente. Tentano di scappare, ma vengono riacchiappati, e ricominciano le angherie. Finché i due gemelli passano al contrattacco. E non vi dico altro. Un tensione come non la si provava da un bel po’. Fino alla fine ti chiedi se quella sia o non sia la madre, se i ragazzini siano dei sadici o solo vittime che si difendono. È nato un cult-movie. Questo film girerà il mondo.
ore 17,15: Senza nessuna pietà di Michele Alhaique. Italia. Orizzonti. Voto tra il 6 e il 7
Ci sono andato con parecchi pregiudizi in testa (sapete, è un film italiano). Invece questo noir alla romana c’ha le sue qualità, ed è meglio di quanto mi aspettassi. Il filone in cui si inscrive è quello di Romanzo criminale, film e serie tv, storie tese e delinquenziali di gente che ha perso l’anima e campa di sesso facile, soldi facili e sporchi. E cocaina, tanta. Un dramma, che è anche un melodramma, tutto interno a un piccolo clan capitanato da un boss di molti e loschi traffici (Ninetto Davoli, un mito). Con due cugini maschi alfa che più diversi non potrebbero essere, e destinati fatalmente a confliggere, uno debosciato e carogna, l’altro un gigante taciturno e sgobbone di buon cuore. Il buono finirà quasi con l’ammazzare il cattivo per difendere dalla sue sgrinfie una giovane prostituta. Comincia la fuga, mentre tutto il clan gli dà la caccia e lo vuole morto. Sì, vero, una storia che abbiamo visto molte volte, a partire da quel prototipo, qui citatissimo, che è Il bandito della Casbah di Duvivier. Ma il film funziona, eccome, nonostante certe semplificazioni nell’andamento narrativo. Fantastico Pierfrancesco Favino quale omaccione dal cuore d’oro disposto ad ammazzare per i begli occhi di una puttana. Adriano Giannini è la bestia.
ore 19,30: Loin des hommes di David Oelhoffen. Francia. Venezia 71-Concorso. Voto 7 e mezzo
Un altro gran bel film del concorso (dove finora le delusioni sono state solo due, Anime nere e Manglehorn). Tratto da un racconto di Albert Camus, ci racconta l’odissea di due uomini, un colono francese e un arabo, nell’Algeria del 1954, già devastata dalla guerriglia nazionalista e dalla feroce repressione dell’esercito mandato da Parigi. Un insegnante francese deve consegnare nella città più vicina perché sia sottoposto a processo un contadino algerino che ha ucciso con una roncola un cugino. Nel viaggio ai due ne succederanno di ogni, verranno assaliti dai parenti del morto in cerca di vendetta, dai guerriglieri nazionalisti, dai soldati francesi. Nella storia del prigioniero da consegnare al tribunale rivediamo film come Quel treno per Yuma e Shield of Straw di Takashi Miike, e a tratti Loin des hommes sembra davvero un western, solo spostato nei paesaggi (immensi, bellissimi) dell’Atlante algerino. Ma c’è anche molto altro. Il reciproco rispetto che si instaura tra i due. L’essere entrambi uomini ormai senza appartenenza, senza identità, uomini soli in balia di eventi che li sovrastano. E quel territorio che di volta in volta viene perso e riconquistato dalle due parti in guerra, come in L’armata a cavallo di Jancso o Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone. Alla fine si eccede in sentimentalismo. Ma questo resta un signor film. Con Viggo Mortensen, meraviglioso come sempre.

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