VeneziaFestival2014. Recensione: GHESSEHA. Storie da un Iran per niente felice

11634-Ghesseha_5Ghesseha (Tales) di Rakhshan Banietemad. Con Fatemeh Motamedaria, Peiman Moadi, Farhad Aslani, Golab Adineh. Iran. Venezia 71-Concorso.
11597-Ghesseha_4Neo-neorealismo all’iraniana. Un film che va a scavare tra le pieghe e gli anfratti di Teheran, tirando fuori cose che di sicuro non piaceranno molto al regime degli ayatollah. L’eroina che dilaga, dissidenti che marciscono in galera, donne maltrattate da mariti violenti, disoccupazione, burocrati arroganti. Peccato che l’intento di denunciare prevalga sulla narrazione. Però con una scena finale assolutamente memorabile. Voto 6 e mezzo
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Ma cosa mai diranno gli ayotallah e gli imam di questo film per niente conciliante e che scoperchia parecchi verminai nascosti nella Teheran di oggi? No, non pensate a un film direttamente politico, programmaticamente antiregime. Questo Ghesseha (Racconti) della prima signora del cinema persiano Rakhshan Banietemad, autrice assai rispettata e autorevole, va a raccontare le vite quotidiane medie e qualsiasi, ed è tanto più dirompente per il suo tono non urlato, per come ci mostra, inesorabilmente, implacabilmente, le molte zone d’ombra e le molte questioni dell’Iran attraverso il disagio del giorno dopo giorno, la fatica di campare. Una ronda di personaggi che a volte collidono e si incontrano, a volte si sfiorano per poi perdersi e ritrovarsi casualmente. Cinema frammentato per dirci come molte cose non funzionino, oggi, da quelle parti. L’eroina che dilaga, e tossici e tossiche disperati. Centri di assistenza e recupero messi su da gente di buona volontà che fa quel che può. Donne umiliate e maltrattate da mariti violenti. Padri e madri di famiglia che perdono il posto di lavoro, e nessuno che faccia niente per loro. Burocrati ottusi, odiosi e inetti, fors’anche corrotti. Ragazzi che marciscono in galera per qualche manifestazione antiregine, e per tirarli fuori bisogna pagare cauzioni troppo alte, e i soldi chi li ha? No, non è un Iran Felix quello che Ghesseha ci mostra. Però interessante sì, parecchio. Banietemad è una robusta narratrice, sa incastrare le sue storie, sceglie le facce e i corpi giusti, adotta uno stile assai vicino al cinema-vérité, sa mimeticamente riprodurre il linguaggio della vita. Introduce anche, abilmente, echi di melodramma, a uso del pubblico più popolare. A non funzionare sono altre cose. Manca una struttura narrativa, innanzi tutto. Film multifocale, film-affresco, certo, ma indeciso tra l’accumulo progressivo dei frammenti (alla Nashville, alla Magnolia) e la rigorosa struttura circolare alla Ronde di Schnitzler (adottata con estrema precisione invece da un altro film iraniano presentato all’ultimo festival di Roma, Argid), oscillando tra l’uno e l’altro modello. Il limite maggiore è però un altro, è l’intento didascalico e messaggistico del film, il suo fin troppo palesemente volerci informare e avvertire su cosa si annidi nelle pieghe della società iraniana. Cinema di denuncia, cinema di impegno civile, si sarebbe detto un tempo. Che però finisce col pesare troppo sulla narrazione, semplificando e sacrificando la complessità, piegandola ai propri fini. Peccato. Con però una scena grandissima, quella finale in taxi, quel dialogo tra il conducente e la ragazza che si occupa delle tossiche, con una rivelazione finale che ci arriva in faccia come una frustata. Ecco, se tutto il film fosse stato così avremmo avuto un capolavoro.

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