VeneziaFestival2014. Recensione: IM KELLER (In cantina) è finora l’unico film scandalo (moderato) del festival

Im Keller (In the Basement – In cantina), un documentario di Ulrich Seidl. Fuori concorso.
11858-Im_Keller_4-__Ulrich_SeidlL’urticante Ultich Seidl fa un giro nelle peggio cantine del suo paese, l’Austria, alla scoperto del rimosso nazionale, e ne scopre e ce ne fa vedere di ogni. Collezionisti pazzi, neonazi, aspiranti tiratori scelti, serpenti. Ma l’apoteosi del laido, la vera cifra di questo film di freaks, è una corpulenta coppia sadomaso. Disturbante e insieme divertente. L’unico (peraltro limitato) scandalo di qusto festival alquanto morigerato in fatto di sesso (attendendo la parte seconda integrale di Nymphomaniac). Voto tra il 7 e l’8
11860-Im_Keller_2-__Ulrich_SeidlFinalmente conclusa la sua assai personale trilogia sulle virtù teologali Paradiso: amore/fede/speranza, il classificatore-osservatore di microperversioni quotidiane Ulrich Seidl si è messo stavolta ad esplorare con la cinepresa le cantine del suo paese, l’Austria. Nell’ipotesi, immagino, che l’inconscio dei suoi abitanti, e anche quelo dell’intera nazione, abiti più lì, in basso, nel sottosuolo, che sulle terrazze e negli attici ariosi e soleggiati. Cantina come zona del rimosso, come contenitore di ciò che non sia ama mostrare, e dunque area (non solo abitativa) assai rivelatrice. L’idea di Seidl è davvero buona, e il risultato non ha deluso, anzi. Im Keller è molto meglio del suo Paradiso: fede visto qui in concorso due Venezie fa, si configura come una compliation di piccoli universi sottoscala ora perversi, ora bizzari, malati, esilaranti, agghiaccianti. Si sa, nelle visione filmiche del regista austriaco non c’è spazio per il rosa, abbonda se mai il nero, e il gusto del sordido, del laido, del mostruoso, dell’alterato, del fallato. Un cinema di freak, non diversamente da quello di un Todd Browning o un Alex de la Iglesia. Dunque, coerentemente, Im Keller diventa una sfilata di mostri e piccole mostruosità quotidiane, e se qualche volta (spesso) si ride, qualche volta un brivido ti corre giù lungo la schiena. Panoplie di animali impagliati abbattuti in cacce e safari, basements trasformati in poligoni di tiro (e intanto, tra i tiratori, è tutto un parlare e straparlare di immigrazione e islam), collezioni di bambolotti modellati iper realisticamente su neonati e cullati dalla loro padrona, boa che ingoiano topi vivi. Poteva mancare, nel paese che ha dato i natali a Hitler, la nostalgia del Terzo Reich? Ovvio che no. Rispunta nella cantina di una musico di banda molto amante dell’aclol tappezzata di ritratti del Führer, svastiche e quant’altro, e a colpire è il contrasto tra le convinzioni nazi del proprietario e la sua apparente bonomia. E poteva poi mancare in Seidl il côté sesso nella sua versione più laida? Difatti, con qualche scena esplicita, Im Keller si candida a film più sporcaccionesco di questo festival (ma dovrà fare i conti con la versione integrale di Nymphomaniac parte seconda, qui in prima mondiale tra un paio di giorni) mostrandoci una coppia dominatrix-schiavo al lavoro. Lei un donnone che dichiara di avere la dominanza come vocazione, lui, lo schiavo, è un orsone peloso che adora sottoporsi ai peggori supplizi inflittigli dalla sua domina. Alla quale piace soprattutto farlo soffrire appendenedogli pesi ai testicoli, mentre lui lava i piatti o lecca con la lingua i pavimenti e i vetri. Fantastico, vi garantisco, perché questo SM casereccio, pur nel suo estremismo, sprizza senso di verità, mandando affanculo ogni scema glamourizzazione fetish delle varie fintissime sfumature di grigio. Non riusciamo a staccare gli occhi dai due amanti, e non è credo solo per voyeurismo, è la lora stramba commedia umana a ipnotizzarci. Amanti che proprio in cantina hanno il loro santuario, con tutti gli aggeggi ad hoc, compresi dilatatori anali di varie forme e dimensioni. Fino al climax del film, lei che lo appende, letteralmente, per i coglioni, facendo urlare di dolore-piacere lo schiavo. Sì, oltre alla coppia c’è anche una signora molto amante del sadomaso che si lascia riprendere stretta in una corda sapientemente costrittiva e annodata. Adora farsi menare e però lavora come volontaria in un centro di sostegno alle donne maltrattate, e un personaggio così solo la realtà ce lo poteva sfornare, perché l’immaginazione non ci sarebbe mai arrivata. Ulrich adotta verso la materia narrata e rappresentata il suo implacabile stile di sempre. Camera fissa e inquadrature frontali, congelando i suoi personaggi nell’immobilità, come statue di un cimitero, o farfalle infilzate dallo spillone del collezionista, o manichini di un diorama.  Alla fine a ricevere gli applausi del pubblico c’era anche, insieme al regista, la coppia di sadomasochisti, e per loro c’è stata l’ovazione.

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