VeneziaFestival2014: i 6 film che ho visto oggi, martedì 2 settembre

Michel Houellebecq in 'Near Death Experience'

Michel Houellebecq in ‘Near Death Experience’

ore 9,00: A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence (En duva satt pa en gren och funderede pa tillvaron) di Roy Andersson. Svezia. Venezia 71-Concorso. Voto 9
È ancora spendibile la parola capolavoro? Se lo è, tiriamola fuori per questo film atteso per anni a concludere la trilogia di quell’inclassificabie di genio made in Sweden che è Roy Andersson, e finalmente arrivato oggi al Lido. Una luce livida, spettrale che non lascia ombre. Facce e corpi che hanno il colore terreo e cadaverico delle carni dipinte da Lucian Freud. Personaggi principali e collaterali congelati in tableaux vivants, e anche quando qualche movimento c’è sembra una danse macabre. Di cosa racconta un film così? Diciamo di una coppia malinconicissima fino allo strazio di due venditori di scherzi, denti finti di Dracula e via intristendo. Una coppia di clown che gira per una Svezia depressa, plumbea, attraversando follie, stramberie o un’ordinaria e piatta normalità squassata da elementi incongrui. Momenti che non si dimenticano. La lezione di flamenco, il numero quasi da musical dei soldati nella taverna di Lotta la Zoppa a Goteborg, un caffè invaso da un settecentesco re di Svezia a cavallo che si porta via come amante il barista. Vien da ridere e vien da piangere. Siamo dalle parti di Tati, di Buster Keaton, dei Monty Python. Molte affinità con l’universo di Ulrich Seidl. Ma Andersson prova per i suoi stralunati, sventurati, patetici personaggi una pietas di cui Seidl non sarà mai capace.
ore 11,30: O Velho do Restelo (The Old Man of Belem) di Manoel de Oliveira. 19 minuti. Fuori concorso. Voto 8
A 105 anni de Oliveira ci manda questo corto. Riflessioni sulla sconfitta, sull’anima lusitana e iberica, sul tradimento e altro. Camoes parla con Don Chisciotte, entra in scena lo scrittore Camilo de Castelo Branco. De Oliveira aggiunge pezzi di suoi film precedenti e frammenti del Don Chisciotte del russo Grigori Kozintsev, la migliore cineversione di sempre del romanzo di Cervantes (e sempre di Kozintsev è il miglior Amleto che si sia mai visto al cinema). Ipnotico, avvolgente, come tutto de Oliveira. Con quell’eleganza sublime di chi ha potuto respirare l’aria e lo stile della borghesia tra Otto e Novecento.
a seguire: La zuppa del demonio di Davide Ferrario. Italia. Fuori concorso. Voto tra il 7 e l’8
Notevole documentario – una bella sorpresa – di Davide Ferrario, uno dei pochi autori davvero indipendenti del nostro cinema. Che qui realizza una delle sue cose migliori. Un montaggio di schegge e pezzi del cinema industriale italiano, testimone e anche promotore-amplificatore del grande sogno di modernizzazione dell’Italia durato fino agli anni Settanta. Sì, si spara sul mito oggi assai obsoleto del progresso e dell’industrializzazione, ed è un po’ troppo facile. Ma i documenti visivi sono una meraviglia, a partire dall’uscita dalle officine Fiat del 1911 passando per le opere mussoliniane pomosse da una propaganda roboante, fino al boom degli anni Cinquanta e Sessanta. Questa è la nostra storia, questa è l’Italia, questi siamo noi. Comprese quelle facce da contadini, da ultimi, da umili, che il film ci mostra e che dovrebbero essere fatte vedere obbligatoriamente a tutta la happy hour generation, perché sappia cos’eravamo e com’eravamo qualche decade fa. E adesso datemi pure del moralista (e anche peggio). la zuppa del demonio è l’immaginifica definizione che diede Dino Buzzata della colata degli altiforni.
ore 14,oo: Near Death Experience di Benoît Delépine e Gustave Kervern. Con Michel Houellebcq. Orizzonti. Voto 7+
Alla Berlinale avevamo visto Il rapimento di Michel Houellebcq, mockumentary in cui si metteva in scena il sequestro da parte di una banda di matti dello scrittore meno allineato di Francia, il più controverso e fors’anche il più grande. Pensavamo si trattasse di un’incursione estemporana nel cinema che non avrebbe avuto seguito. Invece, ecco questo Near Death Experience del premiato duo belga Delépine-Kervern di Mammuth e Louise-Michel con di nuovo Houellebecq attore. Bravissimo, diciamolo subito, nel personaggio di Paul, un uomo segnato e spiegazzato e come corroso dentro di 56 anni che vuole suicidarsi, ci prova, ma non ce la fa. Tutto durante un’escursione in bicicletta e poi a piedi in una zona di montagna. Un lunghissimo e molto ben scritto monologo esteriore e interiore in cui quest’uomo dalla faccia triste e impassibile e dalla voce atona rievoca la sua vita, il suo progressivo inaridirsi. Senza piagnistei, lucidamente, perfino stoicamente. Con passaggi straordinari e altri meno felici (come quei mucchi di sassi che diventano nell’allucinato monologo la moglie e i figli di Paul). Troppo lungo. Con verso la fine slittamenti in un sentimentalismo fastidioso (la voce di Endorphine). Ho cercato di capire se il testo sia stato scritto dallo stesso Houellebecq, ma i titoli di testa sono quasi illeggibili (vengono solo illuminati e resi visibili per frazioni di secondo dai lampi di un temporale), quelli di coda non ci sono. Dalle dichiarazioni dei due registi par di capire che il testo sia loro. Comunque, se vi capita, non perdetevelo.
ore 17,00: Bypass di Duane Hopkins. UK. Orizzonti. Voto 3
Se ne parlava come di una scoperta, di un film irrinunciabile. Invece una sòla, tra le cose peggiori di tutto il festival. Girato con quei giovanilismi e furberie da commercial e da video musicali, e invece più vetusto di una telenovela turca. Noir accoppiato al melodramma, una mistura micidiale, almeno nelle mani del giovane regista (era in sala, un tipo assai cool tendente all’hipster). Un ragazzo di famiglia disastratissima cui capita una sfiga dopo l’altra che neanche nel più estremo Matarazzo. Il padre se n’è andato, la mamma è morta, il fratello è in galera, la sorella butta malissimo e la si intuisce già sulla via della prostituzione, gli ufficiali giudiziari sono alle porte, la fidanzatina resta incinta, lui è malatissimo. Se cerca di tirar su qualche soldo incappa in cadaveri o nella polizia. Il giovane e coolissinmo Duane Hopkins non si risparmia nulla, nemmeno la mamma che appare in sogno allo sventurato figliolo. Scena cult: lui che ritrova sul materasso un capello biondo della genitrice defunta.
ore 19,30: Sivas di Kaan Mujdeci. Turchia, Venezia 71-Concorso. Voto 4 e mezzo
A fine proiezione uno spettatore (un giornalista, trattandosi di press screening) si è alzato urlando contro il film e i suoi molteplici e esibiti combattimenti di cani. Probabile sia solo l’inizio delle polemiche che accompagneranno questo film turco nel suo cammino. Anche questo anticipato come un film importante, e invece. Un Belle e Sebastien in versione anatolica neo-neorealista, e il vero scandalo è questo, è l’eccesso di sentimentalismo, altro che dog fighting. Un cane di nome Sivas vene creduto morto e abbandonato dal suo padrone dopo un combattimento perso. Lo salva e lo adotta un bambino di nome Aslan, tipo cocciuto e tosto. Ma siccome siamo in un film turco da festival, quindi programmaticamente assai impegnato, non si deve eccedere in smaccati sdilinquimenti, così il povero Sivas vien costretto dal fratello maggiore di Aslan e da altri paesani a continuare la sua carriera di fighter. A un certo punto non si capisce più niente, forse viene venduto forse no, e ad accompagnarlo ai combattimenti clandestini è mezzo paese, ma perché mai? Però attenti, se trova qualche supporto in giuria rischia di vincere qualcosa.

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