VeneziaFestival2014. PASOLINI di Abel Ferrara: recensione a caldo

16145-Pasolini_12_-_W._DafoePasolini, un film i Abel Ferrara. Con Willem Dafoe, Maria de Medeiros, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Adriana Asti, Giada Colagrande, Valerio Mastandrea. Venezia 71-Concorso.
16131-Pasolini_7_-_R._Scamarcio__N._DavoliL’ultimo giorno di Pasolini, da un’intervista a una radio francese fino alla spiaggia di Ostia. Ferrara non si limita alla ricostruzione cronachistica, ma inserisce (e mette in scena) brani di Petrolio, il romanzo che Pasolini stava scrivendo, e del film sul re magio Epifanio che voleva realizzare con Eduardo. Ne esce un Pasolini sciamano, profeta (“siamo tutti in pericolo”) della propria fine e di quella del mondo tutto. Operazione intressante. Solo che Ferrara mantiene per tutto il film un tono freddo, distante. Stranamente prudente. Questo film non è né Ferrara né Pasolini. Ma se ne parlerà e straparlerà. Voto 6 meno
16143-Pasolini_8Esco adesso dalla seconda proiezione stampa in Sala Grande di quello che era forse il film più atteso del festival, Pasolini di Abel Ferrara (la prima era alle 9,00 in Sala Darsena). Davanti a me una ragazza sentenziava: questo film non piacerà ai puristi di Pasolini. Però non è tanto piaciuto nemmeno a me, che purista di Pasolini non sono, anzi purista mai, convinto come sono che ogni libertà e libera interpretazione e reinterpretazione e revisione sia possibile e lecita anche sulle più consolidate e monumentalizzate figure e narrative. Figuriamoci, di cosa mai ci si dovrebbe scandalizzare? Di un Willem Dafoe fisicamente somigliantissimo ma abissalmente distante, nella sua coolness mewyorkese, nella sua naturale estraneità da ogni rovello e passione del personaggio che gli tocca interpretare? Del fatto che il suo Pasolini parli in inglese anche con mamma, cugino e cugina e il primo ristoratore che incontra? Che fa un certo effetto vedere Mastandrea (nel ruolo di Nico Naldini) e Adriana Asti (la madre Susanna) interloquire oxfordianamente – insomma, ecco – con Pierpaolo. Peraltro chiamato alla friulana Pierut. No che non ci scandalizza, semplicemente prendiamo atto e notiamo che qualche volta si sfiora il grottesco, tutto qui. Che poi chissà perché quando Pasolini è con Pino Pelosi al ristorante, con lui e con il cuoco parla in italiano (e Dafoe non è doppiato). No, non è mica questa babele di suoni a darci fastidio, che anzi ci comunica l’ibridazione, la mescolanza, la contaminazione (di lingue, linguaggi, stili, piani narrativi) nel cui segno Abel Ferrara conduce tutta l’operazione. A non funzionare in Pasolini è l’inerzia, la mancanza di vitalità, la glacialità dell’intero film, che mai palpita davvero, che appare a tratti come un’operazione distanziata e distanziante rispetto al personaggio e a tutta la materia narrata, come un lezione condotta stancamente davanti a una platea di allibiti studenti del tutto ignari di Pasolini in una qualche remota universià dell’Ontario o del Minnesota. Pasolini chi? La sceneggiatura, abile e inventiva e anche furba nel riempire i vuoti e le zone stagnanti, affronta se hon ben capito l’ultima giornata del poeta-scrittire-regista. Si parte con un’intervista in francese sull’imminente uscita a Parigi di Salò-Sade, di cui vediamo alcuni immagini, ancora sconvolgenti oggi, anncora insostenibili (e son passati quarant’anni, ed è passato ogni horror possibile, ma quella crudeltà non è mai più stata raggiunta). Si mostrano i fatti successivi della giornata, a casa con mamma Susanna e la cugina, la visita di Laura Betti tornata dalla Jusgolasia dove ha girato con Jancso l’orgiastico Vizi privati, pubbliche virtù (una bravissima e credibile Maria De Medeiros, tra le poche scelte azzeccate in un gruppo di attori perlopiù miscast), l’intervista concessa a Furio Colombo per la Stampa. A questa minuta cronaca familiar-quotidiana si aggiungono le immagini e gli echi dell violenza di quei gorni, di quegli anni Settanta, di quella Roma contesa tra fasci e antifasci, con morti lasciati sul marcapiede e faide feroci. “Siamo tutti in pericolo” è il titolo che Pssolini suggerisce a Colombo per l’intervista, ed è la chiave del film, quella usata dal suo regista, dai suoi sceneggiatori. Pasolini sciamano che sente, percepisce oscuramente il proprio destino e quello del mondo, i due sovrappponendoli. Pasolini profeta, innanzitutto della propria morte. Si parla nell’intervista con Colombo di pensiero magico. Ecco, questo Pasolini è un film costruito intorno al pensiero magico, conettendo fatti e cose, presentimenti e accadimenti, che la ragione non connetterrebe, con anticipazioni, percezioni, visioni di quel che sta accadendo altrove e accadrà. Si inseriscono nel corso della narrazione e della cronaca il romanzo che Pasolini stava allora scrivendo, Petrolio, e che sarebbe uscito molti anni dopo incompiuto, Ferrara ne visualizza, ne mette in scena alcuni passaggi. Come i pompini in serie del protagonista Carlo (interpretato da Roberto Zibetti) nel famoso Pratone della Casilina. Come le chiacchiere nei salotti romani su retroscena, complotti, segreti della politica e dell’economia. Con perfino un racconto nel racconto, quello dell’aereo che precipita nel deserto del Sudan (e però quei ragazzi del deserto glamourizzati come modelli di un fashion-show, ma si può?). Il che consente a Ferrara escursioni nell’onirico che sottraggono il suo film al piatto realismo, al cronachismo di altri che abbiamo visto sullo stesso tema, penso a quello di Marco Tullio Giordana, anche se poi non ne sfrutta appieno le chance visionarie e alterate come ci si sarebbe aspettato da lui. L’altro inserto, più corposo, pesante e anche molto più fastidioso, è il film su un re magio di nome Epifano di cui Pasolini stava scrivendo la scenegiattura e che avrebbe voluto realizzare con Eduardo nel ruolo portagonista e Ninetto Davoli come suo angelo accompagnatore e custode dal mondo terreno al mondo celeste. Ferrara gira il film di Pasolini che Pasolini non ha mai girato, il che per un regista è una bella sfida. Ci riesce? Mica tanto. Sceglie due attori completamente fuori parte. Il Ninetto Davoli di oggi come Eduardo è inattendibile, e solo un americano se lo poteva scegliere, e Riccardo Scamarcio come Ninetto (di allora) non ha più l’età e la naturale anglicità. Parte lunghissima, una vera zeppa nel film, con tanto di salita conclusiva al paradiso (che poi non c’è) dei due personagi in parallelo con la scena della morte di Pasolini a Ostia, e son cose che sarebbe meglio non fare. Du questo film mai realizzato vediamo anche il baccanale del giorno della fertilità. In una metropoli di gay e lesbiche una volta l’anno c’è l’accoppiamento tra uomini e donne per la perpetuazione della specie, in un rituale orgiastico che affonda le sue radici mi pare in certi riti mediterranei, e che Ferrara mette in scena correttamente, ma senza percepirne la barbarica ancestralità, e senza riuscire a comunicarcela. Stranamente Ferrara di fronte a una materia così incandescente come l’ultimo giorno di Pasolini si ritrae, gira con estrema prudenza, non si concede quegli estremismi visivi, quelle derive nella follia che gli conosciamo e sono suoi. Solo certe parti notturne di Roma ci fanno venire i brividi, il viaggio verso Ostia, la spiaggia maledetta. Il resto sembra non appartenere né a Pasolini né a Ferrara. Un corpo assemblato con più pezzi che non ce la fa mai a vivere di vita propria. Mi era sembrato vedendo il trailer, poi prontamente ritirato dalla produzione, che sulla morte di Pasolini non si sposasse nessuna visione complottistica e la si attribuisse al solo Pino Pelosi. Invece no. Nel film vediamo Pasolini aggredito da quattro persone, quatro ragazzacci di vita che sbucano dal buio, gi danno del frocio e gli rubano la macchina. Amici di Pelosi che l’hanno seguito senza che lui sapesse? Quattro sbucati per caso? O mandati da qualcuno a regolare i conti con lo scomodo poeta-regista? Io non ho mai creduto a nessuna di queste ipotesi, ho sempre pensato che della morte fosse reponsabile il solo Pelosi. Alla fine della proiezioni moltissimi applausi, e adesso che le polemiche comincino.

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7 risposte a VeneziaFestival2014. PASOLINI di Abel Ferrara: recensione a caldo

  1. lorenamelis scrive:

    qui a raccontar di noi passato senza capacità di presente, il cinema ha la nostalgia malata della decadenza e mordere non sa

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  3. clauri scrive:

    Il solo Pelosi?

  4. Anonimo scrive:

    Forse hai sempre pensato che l’assassino fosse il solo Pelosi perché sei disinformato in modo talmente sconfortante che non sai neanche che il nome di Pelosi è Pino, non Pietro. Se non possiedi nemmeno le basi per una “recensione” che non “rasenti il grottesco”, perché non leggi, invece di scrivere?

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