Recensione: THE TRIBE, il film ucraino vincitore ex-aequo al Milano Film Festival. Dentro la mafia del silenzio

OC770321_P3001_186983OC756707_P3001_183038The Tribe (Plemya), un film di Miroslav Slaboshpytskiy. Ucraina, 2014. Neo-vincitore (ex aequo con il messicano Navajazo) del Milano Film Festival. Vincitore lo scorso maggio a Cannes della Semaine de la critique.
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il regista Miroslav

il regista Miroslav Skaboshpytskiy

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Il film ucraino che a Cannes alla Semaine de la Critique ha sconvolto critici e spettatori, ma per davvero, e poi s’è portato a casa ben tre premi. E che ha appena vinto (ieri, domenica 14 settembre) anche il Milano Film Festival ex aequo con un altro film formidabile, il messicano Navajazo. Già considerato universalmente, The Tribe, uno dei film dell’anno. Diretto da un regista poco più che trentenne, Miroslav Slaboshpytskiy, ha la peculiarità di essere un film muto, nel senso di senza dialoghi, senza parole, senza sottotitoli, l’unico linguaggio usato essendo quello dei gesti dei non udenti. Siamo difatti in una torva scuola speciale per sordomuti in una qualche parte dell’Ucraina (non capiamo se filo-occidentale o filo-russa), di uno squallore ancora sovietico da stringere il cuore. Arriva un ragazzo nuovo di nome Sergej, verrà immediatamente bullizzato e sottomesso dalla cricca dei coetanei non udenti e non parlanti che domina mafiosamente il collegio. No, non è il solito nonnismo, è molto peggio. Un sistema perfettamente costruito e oliato di dominio e controllo. Di deliberata umiliazione e anche di sfruttamento. Gli altri ragazzi, quelli che non stanno ai vertici della piramide, vengono derubati, sottomessi e schiavizzati, le ragazze mandate fuori di notte a prostituirsi. Un inferno. Più di due ore di insostenibile violenza, e l’impressione è di assistere a dei barracuda che si divorano in un acquario. Per niente politically correct: gli svantaggiati di questo film non sono angeli, sono bastardi come e peggio degli altri. Qua e là Plemya rivela un che di artificioso, dovendo costringere tutta la narrazione nella ferrea gabbia del film deliberatamente senza parole (penso alle scene delle due ragazze interrogate in stanze contigue ma separate, con ripresa dall’esterno e da lontano di modo che non si senta la voce degli interroganti). Se la ferocia e la brutalità sconvolgono – la conclusione è tra le più cruente viste in questi anni al cinema, per non parlare dell’aborto dalla mammana – a colpire è anche la perfezione formale, lo stile iperconsapevole della messinscena. Un film che resterà. Nel caso arrivasse in Italia, non perdetevelo.

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