Recensione: FRANCES HA, una ragazza tutta sola. Finalmente uno dei migliori film indie-americani approda nei nostri cinema

Frances Ha, regia di Noah Baumbach. Con Greta Gerwig, Mickey Sumner, Charlotte D’Amblose, Adam Driver. still2Già trionfatore alla Berlinale, già ottimamente piazzato in America al box office specialty (quello del cinema indipendente), Frances Ha approda finalmente, anche se tardicamente, nei nostri cinema. Meraviglia, in una New York in bianco e nero, mentre si guarda parecchio a Woody Allen, ai Coen e alla Nouvelle Vague. Frances, precaria in tutto (lavoro, amori, casa), pattina sull’esistenza in cerca di sè. Come una Annie Hall contemporanea. Ma più irrisolta, più goffa, più straziante. Gran film. Voto 8 e mezzostill1Presentato alla Berlinale nel febbraio 2013, acclamato dalla critica anglofona, buonissimo successo allo specialty box office Usa. Arriva finalmente nei cinema nostri uno dei meglio prodotti indie degli ultimi anni, un film crepucolar-malinconico-brillante che impone definitivamente la sua protagonista Greta Gerwig tra le attrici giovani americane di fascia alta e il suo regista Noah Baumach tra i maestri, piccoli o grandi fate voi, del cinema di conversazione. Frances, una ragazza sola e insicura e indecisa a tutto – e però mai doma –  in una New York fotografata meravigliosamente in bianco e nero e sacralizzata a città-feticcio. Incontri che si fanno e disfano e sbriciolano in pochi giorni, in poche ore, come in un giro di valzer, pochi i legami che resistono, e anche quelli non senza fragilità e crepe. Come un gran ballo di figuranti in cerca di un ruolo, del sé autentico, dell’autorealizzazione (miti assai contemporanei), del successo, preferibilmente in campi come arte e varie creatività. Frances ha le punte nevrotiche e insicure di Annie Hall, di cui sembra una reincarnazione qualche decennio dopo. Tutto, del resto, è molto Woody Allen-esque. Ma è un’impressione di superficie. Il regista Noah Baumbach – già autore di Il calamaro e la balena e Greenberg, già cosceneggiatore con Wes Anderson per Steve Zissou e Fantastic Mr. Fox –  ci dà, sotto l’apparenza di un film di garbo e perfino di leggiadria, sotto la squisitezza della confezione, sotto l’impeccabilità del gusto e dello stile, un ritratto inquietante e a modo suo fosco di un’esistenza solitaria. Frances è una perdente, diciamo pure una sfigata, la sua storia con il ragazzo dell’inizio si sfalda e lei si ritrova senza casa, vagando da un appartamento all’altro, da un divano all’altro ospite più o meno desiderata (e il film si articola in capitoli che hanno per titolo i suoi vari indirizzi), vorrebbe fare danza, danza contemporanea, e in effetti lavora in una compagnia, ma la espellono dallo spettacolo che si sta preparando, la confinano in amministrazione, solo alla fine troverà la sua strada, insegnare danza ai bambini e creare coreografie per loro. Cinema di parola e situazione, che nasce dai personaggi e dalle loro traiettorie, dalle parole e dal non-detto. Baumbach guarda clamorosamente a Rohmer e al suo marivaudage, omaggia con il bianco e nero e con i movimenti di una cinepresa prensile la Nouvelle Vague (c’è pefino una breve vacanza, solitaria natiralmente, di Frances a Parigi). Ma se c’è un cinema affine a questo è in realtà quello dei Coen. Frances, la eternament sconfitta, nel sua straziante goffaggine e arrendevolezza ci ricorda il protagonista segnato da Dio di A Serious Man o il Llewyn Davis dell’ultimo film dei due fratelli. Frances si sbatte, cade e risorge, deve perfino fare i conti con un piccolo tradimento della sua migliore amica dai tempi del college Sophie (è Mickey Sumner, figlia di Sting e Trudie Styler, bravissima, una sorpresa in un parte da giovane Susan Sontag), torna dai genitori a Sacramento. Poi sì, ce la farà, ma noi non riusciremo mai a dimenticare quel suo goffo ballare da sola, segno tangibile e commovente della sua inadeguatezza al mondo com’è. Greta Gerwig, regina del cinema indie e in particolare di quella sua declinazione che è il mumblecore, domina il film, è il film, in una delle due grandi interpretazione indie-americane della scorsa stagione insieme alla Julie Delpy di Before Midnight (anzi tre: c’è anche la Brie Larson di Short Term 12, vincitrice a Locarno 2013). Attnzione. C’è anche l’Adam Driver di Girls, neo vincitore a Venezia della Coppa Volpi come migliore interprete maschile per Hungry Hearts di Saverio Costanzo. (Spiega del titolo. Quando finalmente Frances trova una casa tutta sua cerca di infilare nel citofono la striscia con il suo nome completo, Frances Haliday, ma del cognome entreranno solo le prime due lettere, e sarà Frances Ha).

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4 risposte a Recensione: FRANCES HA, una ragazza tutta sola. Finalmente uno dei migliori film indie-americani approda nei nostri cinema

  1. Andrea V. scrive:

    A tratti straziante, davvero. Grazie per la bella recensione che è valsa da consiglio per la visione del film.

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