Recensione: SI ALZA IL VENTO. Stavolta Miyazaki racconta la Storia e realizza il suo ‘Novecento’

Miyazaki 1Si alza il vento (Kaze Tachinu – The Wind Rises) di Hayao Myiazaki. Animazione. Miyazaki BUn uomo innamorato degli aerei, e che di aerei diventerà progettista. Attraverso di lui Miyazaki ci mostra anche un bel pezzo di storia del Giappone, realizzando incredibilmente il suo Novecento. Stavolta alla dimensione favolistica e fantastica il gran maestro dell’anime aggiunge un realismo che non gli si conosceva. Due ore e un quarto di un film-affresco che spiazza e incanta. Sequenze potenti e magnifiche. Qualche zona opaca, qualche lungaggine. Però bellissimo. Miyazaki ha annunciato il suo ritiro: questo è il suo ultimo film. Speriamo ci ripensi. Voto 8+Miyazaki CDavvero l’ultimo film di Miyazaki, come ha dichiarato il gran maestro dell’anime al Venezia Fil Festival lo scorso anno dopo la proiezione di Si alza il vento? Speriamo di no, speriamo che il signor Hayao ci ripensi. Comunque, una grandissima sorpresa questo Kaze Tachinu – tale il titolo originale – per chi si aspettava il Miyazaki favolistico, onirico, visionario di sempre. Invece eccolo che spiazza tutti e punta addirittura all’affresco di storia giapponese, quella compresa grossomodo tra anni Venti e fine della seconda guerra mondiale, e lo fa con un film di lunghezza inusuale, quasi due ore e un quarto. Parlare di svolta realistica sarebbe sbagliato e assai fuorviante, poiché Miyazaki mantiene tutta la sua leggerezza di tocco, le sue incursioni nei territori del poetico e del surreale, mai per un momento abbandonando il fantastico, che è la sua cifra. Ma il fatto che Kaze Tachinu sia dedicato a due pionieri dell’aviazione made in Japan, due progettisti che furono attivi soprattutto tra le due guerre, ci fornisce una chiave per penetrare nel film  e nella sua robusta diversità rispetto a tanto Miyazaki precedente. Il protagonista, un ragazzo di nome Jiro, è innamorato di quelle cose con le ali che solcano i cieli e attraversano le nuvole e si chiamano aerei. Siamo alla fine della prima guerra mondiale e Jiro ha come mito e riferimento Gianni Caproni, produttore e inventore italiano di aeroplani di sublime bellezza. Che lui studia e ammira sulle riviste, sui libri illustrati. E Miyazaki il mondo di Caproni ce lo mostra con aerei-farfalla tricolori che si muovono a decine nell’aria, con un velivolo-cattedrale maestoso e immaginifico che del conte-ingegnere italiano è la più perfetta invenzione. Jiro decide di diventare lui stesso progettista di aerei, lascerà il villaggio per studiare e poi lavorare nella fabbrica della Mitsubishi. L’aviazione gapponese è arretrata, Jiro e un suo amico vengono mandati in Germania perché apprendano le tecniche più nuove, occasione per il regista di sfrenarsi nel disegno di un universo meccanico-metallico di una bellezza da lasciare senza fiato. Al ritorno saranno pronti anche loro a inventare mirabilie volanti. Molte parti di S’alza il vento sono incredibilmente, minuziosamente realistiche. Il grande terremoto e il successivo incendio, sequenza prodigiosa sia narrativamente che visivamente. La meticolosità con cui ci viene restituita l’era pionieristica dell’aviazione giapponese. I riferimenti alla storia patria e del mondo tutto, la grande depressione post-29, l’ascesa di Hitler in Germania, l’imperialismo del Giappone con l’invasione prima della Manciuria e poi del resto della Cina, l’alleanza con la Germania, la guerra, la sconfitta e la distruzione del paese. Quel cimitero di rottami di aerei è scena di una potenza che non si dimentica, con un che di epico che io non ricordo nel precedente Miyazaki. C’è, quale sottotrama, la storia d’amore tra Jiro e la ragazza che diventerà sua moglie. A incantare come sempre e più di sempre sono i riferimenti alla cultura europea, da Miyazaki adorata e citata fin quasi al feticismo. Già il titolo è tratto da Paul Valéry. Ma che dire del sanatorio in cui va a curarsi la tubercolosi la ragazza di Jiro? Con scene che citano fedelmente la Montagna incantata di Thomas Mann, con il protagonista Hans Castorp che si materializza tra gli ospiti del sanatorio e dialoga con Jiro. Scusate, ma son cose, queste, che in me suscitano qualcosa di simile alla commozione. Come mi incantano, nell’universo di Miyazaki, i ragazzi sempre studiosi e educati, dediti al dovere e alla responsabilità, pieni di passioni e di idee e di desideri e, ebbene sì, di ideali. Quando poi a letto la moglie del protagonista gli si rivolge chiamandolo signor Jiro e dandogli del lei, ogni mia resistenza cade e mi ritrovo in ginocchio davanti a Miyazaki. Che qui realizza il suo Novecento (in senso bertolucciano), ed è qualcosa che non mi sarei mai aspettato. Attenzione che proprio Bertolucci è il presidente della giuria. Il film non è perfetto, ci sono ampie zone di opacità e lentezza, diversioni e digressioni non sempre giustificate. Però questo The Wind Rises è mirabile, con molti, moltissimi momenti di bellezza abbacinante. Peccato che a Venezia l’ano scorso non gli abbiano dato uno straccio di premio. Molte polemiche hanno accompagnato l’uscita americana del film per come Miyazaki non prende le distanze dall’imperialismo giapponese entre deux guerres, quello che portò il suo paese a invadere la Manciuria e poi gran parte della Cina, con episodi di ferocia inaudita come il massacro su scala gigante (cenbtinaia di migliaia di morti) di Nanchino. Certo, Miyazaki preferisce celebrare la bellezza degli aerei e sorvolare sul loro utilizzo come micidiale strumento di guerra, ma accusarlo di connivenza mi pare francamente troppo.

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