Recensione: LA ZUPPA DEL DEMONIO. La modernizzazione dell’Italia attraverso il cinema industriale. Da vedere

La zuppa del demonio di Davide Ferrario. Documentario. Italia.
11744-La_zuppa_del_demonio_4-__Centro_Storico_e_Museo_FiatIdea ottima, quella di ricostruire la modernizzazione dell’Italia novecentesca montando spezzoni e frammenti di cinema industriale. Si mette sotto accusa, e alla berlina, il mito del progresso che tracima da ogni frammento dei vari documenti visivi, ed è la parte pià ideologica e caduca del film. Ma il materiale riesumato dagli archivi è a tratti magnifico e irresistibile. Voto 7+
11748-La_zuppa_del_demonio_5-__Centro_Storico_e_Museo_FiatNotevole documentario – una bella sorpresa – di Davide Ferrario, uno dei pochi autori davvero indipendenti del nostro cinema. Che qui realizza una delle sue cose migliori. Un montaggio di schegge e pezzi del cinema industriale italiano, testimone e anche promotore-amplificatore del grande sogno di modernizzazione dell’Italia durato fino agli anni Settanta. Sì, in La zuppa del demonio si spara sul mito oggi assai obsoleto del progresso e dell’industrializzazione che da quei documenti trasuda, ed è un po’ troppo facile. Ma i documenti visivi sono una meraviglia, a partire dall’uscita dalle officine Fiat del 1911 passando per le opere mussoliniane pomosse da una propaganda roboante, fino al boom degli anni Cinquanta e Sessanta. Con parecchie, inquietanti analogie tra il trionfalismo meccanico-fabbrichista-operaista del leninismo (e poi stalinismo) tramite pellicola e quello mussolinista-fascista. Cavalcata – non così veloce, e qualche lungaggine è di troppo – nel nostro novecento, a ricostruire la mutazione anche antropologica del paese da contadino a industrial-moderno (sì, le due categorie tendono a sovrapporsi e coincidere). Questa è la nostra storia, questa è l’Italia, questi siamo noi. Comprese quelle facce da contadini, da ultimi, da umili, che il film ci mostra e che dovrebbero essere fatte vedere obbligatoriamente a tutta la happy hour generation, perché sappia cos’eravamo e com’eravamo qualche decade fa. E adesso datemi pure del moralista (e anche peggio). La zuppa del demonio è l’immaginifica descrizione che Dino Buzzati diede della colata delle acciaierie. Tutti da ascoltare i testi in voce fuori campo dei vari documenti, spesso opera di firme illustri che esaltano e trionfalizzano anche oltre il necessario, e gli autori prezzolati non ci fanno una gran figura. Momenti memorabili. Le luminarie di piazza Duomo a Milano salutate dalla propaganda fascista come una grande riuscita del regime. La visita di Mussolini alla Fiat. I muratori fieri di aver costruito – siamo negli anni Cinquanta/ primissimi Sessanta – quella diga che darà tanta luce e corrente elettrica, e un po’ ci si commuove. Certo, poi ti si ghiaccia il sangue quando vedi in un docu dei tempi ingenui del boom i rifiuti e le scorie Fiat buttate nel Mar Ligure, operazione neanche clandestina, neanche occultata e anzi esibita e propagandata attraverso i cinegiornali come cerimonia di unione tra industralismo e natura. Roba da matti.

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