Recensione: ANIME NERE, un mafia-movie gonfio di cliché (con echi di tragedia greca, anzi di Magna Grecia)

11493-Anime_nere_6-Giuseppe_Fumo_Fabrizio_Ferracane--__Francesca_CasciarriAnime nere, un film di Francesco Munzi. Con Marco Leonardi, Barbora Bobulova, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Anna Ferruzzo. Al cinema da giovedì 18 settembre. Presentato in concorso al recente Festival di Venezia.
11477-Anime_nere_1-Aurora_Quattrocchi_Peppino_Mazzotta--__Francesca_CasciarriA Venezia è stato molto applaudito e molto ben accolto dalla critica italiana. Sorry, ma dissento. Questa storia di tre fratelli d’Aspromonte – due emigrati al Nord a trafficare in coca e riciclare, il terzo rimasto invece fuori dai giri criminali – non ce la fa proprio a emanciparsi dalle convenzioni del mafia-movie all’italiana e allinea un cliché dopo l’altro. Solo il finale apre uno squarcio lasciando intravedere quello che il film sarebbe potuto diventare (ma non è). Echi di tragedia greca, anzi di Magna Grecia. Con il suo Sud dagli eterni stereotipi piacerà moltissimo all’estero. Voto 4 e mezzo
11593-Anime_Nere_3--__Francesca_CasciarriNon mi è proprio piaciuto. No, non sto dicendo che sia orrendo (è girato ottimamente) e nemmeno che a Venezia, dov’è stato presentato in concorso, sia stato un flop. Anzi, alla proiezione stampa cui ho partecipato gli applausi sono stati tanti e convinti. Sono io, semplicemente, a chiamarmi fuori dal coro degli osanna. Per tutta la sua durata ho sperato che svoltasse, che uscisse da quella massa enorme di cliché che, uno dopo l’altro, implacabilmente affastellava, che si desse un twist, una virata, che ci comunicasse un qualcosa di non già visto e già sentito, estraesse da una materia così logorata dal troppo uso come il mafia-movie all’italiana qualche pista inesplorata, che adeguasse il genere ai nuovi modi del crimine, alla sua ipertecnologizzazione e planetarizzazione. Invece macché. Qui sprofondiamo in un Aspromonte schiavo delle sue leggi del sangue e della vendetta, come fissato in un eterno selvaggio-mediterraneo, condannato a una ripetizione coatta di sé e dei propri rituali omicidi, dove non c’è redenzione possibile, e nemmeno cambiamento. Ma come, uno scrittore quale Walter Siti (il miglior scrittore italiano) in Resistere non serve a niente ci ha descritto l’anno scorso una ‘ndrangheta 2.0 o forse 3.0 ormai immateriale, emancipata dalla sua barbarie originaria, finanziarizzata e internazionalizzata con boss in guanti bianchi che più bianchi non si può. Invece qui siamo bloccati nello stereotipo, qui i picciotti c’hanno sempre il livello di testosterone troppo alto e con inflessione meridionalissima son vogliosi di aprire la guerra con il clan rivale. Le donne stanno mute in disparte, con le vecchie vestite di nero. Mancano solo la recita del rosario e la processione del santo patrono, perché per il resto c’è tutto. Se qualcuno (il fratello buono e sua moglie) cercano di starsene fuori dal merdaio, vi vengono inesorabilmente risucchiati. E la moglie del Nord, del fratello che a Milano ha messo su una vita borghese riciclando i soldi sporchi, quando cala al paesello calabrese tanto per far vedere che lei è diversa fuma, la svergognata. In più aggiungeteci le greggi di capre, come in un Frammartino-movie, però senza la sua arcadia ecologistica, ed esattamente come nelle parti agropastorizie siciliane del Padrino primo e secondo. I film che hanno reinventato la crime story mafiosa all’italiana, Gomorra ma anche il seminale Luna rossa di Antonio Capuano o Una vita tranquilla di Cupellini, vengono piallati via. Anime nere torna al punto zero del genere, a In nome della legge di Germi, al Damiani del Giorno della civetta e La piovra. Son passati cinquant’anni da quel cinema, ma sempre lì restiamo. Si obietterà (e qualcuno me l’ha già fatta l’obiezione): ma Anime nere non è un mafia-movie, è un film sui legami di sangue, sui conflitti tra fratelli, sulla dannazione di essere fratelli. Certo, come no. Ma scusate, anche Il padrino era una storia di famiglia, e che storia, e di fratelli diversi e rivali. Famiglia e mafia sono impastati, anzi fatti della stessa pasta. Il familismo decisamente amorale, l’anti-ethos della famiglia e del clan tribale è consustanziale a ogni tipo di organizzazione mafioso-criminale, ‘ndrangheta compresa. I due livelli si mescolano, anzi si strutturano l’uno con l’altro, disgiungerli e distinguerli è impossibile. Anime nere è il racconto di tre fratelli calabresi. Due sono andati via, al nord, trafficano in cocaina, hanno fatto i soldi, hanno un piccolo esercito armato al loro servizio. Solo che uno è rimasto ancora il picciotto contadino, l’altro ha invece messo su una bella facciata e una bella casa borghese a Milano, si è integrato, ha una moglie nordica (Barbora Bobulova), ma nel fondo resta pure lui il calabresello d’Aspromonte ligio alle regole claniche. Il terzo è rimasto giù,  al paese, ed è quello che ha preso le distanze da ogni vita criminale, dal culto dell’onore, del sangue, del tribalismo, della faida. Peccato che suo figlio di quella vita perbene  e modesta non vuol sapere, lui picciotto picciottissimo è, e non vede l’ora di diventare operativo nella banda di famiglia. Sarà lui a dare inizio a una faida con un clan rivale sparacchiando da cretino contro la saracinesca di un bar. Salirà al Nord per raggiungere gli zii e anche per levarsi per un po’ dall’Aspromonte. Ma tutti, inesorabilmente, riconvergeranno lì, al paesello natio che in fondo nessuno è mai riuscito ad abbandonare davvero, e sarà guerra, sarà escalation di violenza. Tutto prevedibile e telefonato. Anime nere si riscatta in parte solo negli ultimi dieci minuti, di cui ovviamente non svelerò niente. Ma non basta. Quella fenditura che si apre alla fine nella pervasiva logica mafiosa, ma ancora di più nell’inesorabile convenzionalità del genere cinematografico di mafia, arriva davvero troppo tardi, e non ce la fa a suggerirci il nuovo. A farci respirare un’altra storia e un altro cinema.

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14 risposte a Recensione: ANIME NERE, un mafia-movie gonfio di cliché (con echi di tragedia greca, anzi di Magna Grecia)

  1. Claudio Persichella scrive:

    Capisco esattamente le istanze ma non si può giudicare da 4,5(!!) un film solo per la presenza di presunti clichè narrativi.
    Innanzitutto di film sulla ‘ndrangheta non mi sembra proprio che abbondi il cinema italiano e poi, essendo le storie più o meno sempre le stesse, non è importante sottolineare anche gli innumerevoli modi di raccontarle?
    Come quello adottato da questo film che non mi sembra una performance da poco.
    Senza scomodare il Padrino che di questo genere di film familiar gangsteristici ne è l’insuperato e pioneristico capostipite direi che il lavoro di Munzi sia più che onorevole e molto ben fatto.
    Lo stile sordo, livido, cupo che poco concede al facile spettacolo non è certo quello di un Ceylan, un grandissimo, ma ha comunque un suo valore, anche antropologico, che non risiede solo nel suo finale completamente inaspettato e ugualmente sferzante.
    Siamo sicuri che la ‘ndrangheta sia solo 2.0?
    Una sufficienza piena insomma, non certo un 4,5.

    • luigilocatelli scrive:

      lei non è il primo a rimproverarmi un’eccessiva durezza nei confronti di Anime nere. Che dire? a ciascuno la sua opinione. Io continuo a pensare che sia un film scarsamente originale e largamente sopravvalutato.

  2. Anonimo scrive:

    prima di accettare la sua valutazione gradirei conoscere le sue opere cinematografiche… visto che parla tanto di cliché mi ricorda tanto quello del critico intransigente che non ha mai girato neanche un cortometraggio.

    • luigilocatelli scrive:

      io non ho mai girato niente, neanche un corto, neanche un corto-corto, ma questo che c’entra, scusi? io vado al cinema e scrivo quel che penso di quello che vedo: tutto qui. (e non sono un critico – parola esecrabile – sono solo uno che ama il cinema e guarda film). poi lei è liberissimo di non accettare le mie valutazioni, ci mancherebbe.

  3. Federico Ciceroni scrive:

    Perfettamente d’accordo con la recensione. Anche io sono andato a vederlo con i migliori intenti e sono rimasto molto deluso. E’ sicuramente ben girato, la scelta delle location si adatta perfettamente alla durezza del tema, ma è un film visto e rivisto milioni di volte. Prevedibile fin dall’inizio. Vendette da tra famiglie, l’adolescente che vuole fare l’adulto e finisce per fare una brutta fine (come i ragazzini di Gomorra), la moglie del nord che non si adatta alla famiglia del sud e via dicendo.
    La verità è che la mafia che si dovrebbe raccontare è quella dentro lo Stato, è quella che mette le mani negli appalti al Nord, che entra silenziosamente nella vita di noi tutti. No quella delle famiglie locali che si fanno gli omicidi in casa tra loro. Quella mafia l’hanno raccontata già in centinaia di film e fiction. Il fatto poi di girarla in dialetto, se da un lato era quasi inevitabile per una trama (quale trama poi?) del genere, dall’altra non fa altro che far passare l’idea che la mafia sia una cosa che riguarda solo il sud e quelle famiglie rurali rimaste alle tradizioni del dopo-guerra.

  4. Vincenzo scrive:

    Io penso sia opera d’arte, e con questa definizione non voglio innalzarne il valore. Opera d’arte inteso come frutto dell’artisticità di chi ha voluto un film tale. In questo modo collocato bisognerebbe capire quali siano le intenzioni di chi ha creato questo prodotto artistico. Bisogna quindi capire se lo scopo fosse quello di creare una storia originale, in questo caso il fallimento era dietro l’angolo. Bisogna capire se l’autore o regista che sia volesse creare un documentario, strada, anche questa, inutile da battere. Oppure bisogna capire se il punto focale del film volesse essere un punto di vista sula ‘ndrangheta calabrese. Mi piace collocare il film in questo ultimo punto, magari mi sbaglio, ma agisco da semplice spettatore quale sono. Ed è proprio sotto questo punto di vista che ho adorato “Anime nere”. Lo sguardo dietro la cinepresa è attentissimo e delicato nella gestione dei dettagli, così come lo è la cura della fotografia. Mi sembra che giudicare negativamente un film per i tanti “cliché” (termine che non adoro, preferisco “luoghi comuni”) sia una azione un po’ superficiale. La mafia in generale, ancor di più la ‘ndrangheta, vive di legami fortemente tradizionali, se vogliamo, di ritualità. Definire tradizioni e rituali come luoghi comuni mi sembra alquanto difficile. Sono calabrese e conosco queste dinamiche, riesco a capire molto bene la differenza fra un luogo comune ed un rituale, solo chi vive in luoghi così fortemente legati alle tradizioni (pagane, religiose che siano) può ben capire cosa significhi. Il punto è questo, lei forse auspicava ad una storia nuova, qualcosa di originale. Girare un film sulla mafia occorre per forza di cose accettare la non possibilità a creare qualcosa che risulti nuovo, altrimenti si racconta altro. Quello che un regista può fare è offrire semmai uno sguardo originale, ecco perché ho adorato “Anime nere”. Quelli che lei chiama “cliché”, sono luoghi comuni reali e necessari, qualora non la pensasse così, penso che in futuro lei potrà dare dei giudizi solo negativi anche sui film d’amore in cui nella sceneggiatura compaia anche un solo bacio.

    • Federico Ciceroni scrive:

      Ciao. Scusa ma con questa logica qualunque film può essere definiti un’opera d’arte. Basta che il regista dichiari che quello era esattamente il suo intento e il gioco è fatto.
      Non metto in dubbio che ciò che viene raccontato accada realmente tutt’oggi e che le mafie siano strettamente legate alle tradizioni. Ma un film deve confrontarsi non con la realtà, ma con la storia del cinema. Specialmente se fai un film di genere.
      Se oggi un pittore dipingesse come Monet non sarebbe un’opera d’arte ma uno che fa qualcosa che un altro aveva già fatto.
      Prendi l’Olocausto. Un film sulla Shoah oggi sarebbe una noia mortale. Non importa se la Shoah è un tema importante, ma è un tema già trattato centinaia di volte e diviene noioso mostrare sempre le stesse cose.
      Un’opera d’arte è tale se scopre nuovi punti di vista, racconta qualcosa che il pubblico non conosce e non si aspetta. Altrimenti è un battere una strada, non solo già battuta, ma ampiamente conosciuta.

      • Vincenzo scrive:

        Quindi conviene dire che i film sulla mafia sono, allo stato attuale, inutili per la storia del cinema, dico bene?

        • Federico Ciceroni scrive:

          Quelli che raccontano storie già raccontate da altri e pieni di luoghi comuni, certo. La mafia non rende un film più meritevole di un altro. Non basta la mafia a rendere bello un film, come non basta un campo di concentramento. Devi raccontare aspetti della mafia che non sono mai stati raccontati se vuoi fare qualcosa che resti.

          • vincenzogermano scrive:

            Se la mafia non rende un film più meritevole di un altro, non capisco come possa renderlo meno meritevole. Guardi, rispetto profondamente il suo parere diverso dal mio. Vivo di arte e mi piace quando il discorso si sposta sull’artisticità, quello che mi lascia un po’ perplesso è il fatto che, avverto da parte sua, un giudizio istintivo (sacrosanto) che lei sta cercando di motivare con del tecnicismo. Un po’ come dire che non mi piace il cavolfiore per un eccesso di vitamina D. Ad ogni modo la ringrazio per la possibilità che offre per discutere di un così bell’argomento.

          • Federico Ciceroni scrive:

            Ma infatti la mafia o qualunque altra tematica trattata non rende immeritevole un film. Infatti io non ho parlato del tema, ma del modo in cui esso viene trattato.
            Da un punto di vista strettamente narrativo non dirmi che non avevi capito SPOILER che il ragazzo sarebbe rimasto ucciso. Si era capito fin da subito. FINE SPOILER
            O che i personaggi non siano stereotipati. Se prendi Il Padrino anche lì hai un fratello che non vuole saperne degli affari di famiglia (Al Pacino), una moglie che si sente estranea a quel mondo (Diane Keaton), gli anziani radicati nelle tradizioni, l’odio verso la polizia,…tutte cose vera, ma cinematograficamente già viste e riviste.
            Per me il film risulta molto banale e pieno di situazioni scontate, con una trama inesistente (“un mafioso viene ucciso da un clan rivale, e la sua famiglia vuole vendicarsi”). Da un punto di vista di “racconto sulla mafia” non racconta nulla che chi abbia visto anche solo Il Padrino già non conosce.
            Poi invece, da un punto di vista, prettamente visivo è sicuramente ben girato, gli attori sono molti bravi, molto bella l’ambientazione. E’ sicuramente un buon film tecnicamente, ma deludente sul piano narrativo.

  5. nicola calò scrive:

    Locatelli grazie. Ho visto ieri il film, e sto combattendo contro tutti i miei amici che lo esaltano. Chiaramente è fatto bene, ma questa tetra litania di immutabile e monotona cupezza non mi è piaciuta, non mi ha preso, non mi ha coinvolto. Già visto Nicola verona

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