Il film di un maestro stasera sulla tv in chiaro: THE DAY HE ARRIVES di Hong Sangsoo (mart. 23 sett. 2014)

The Day He Arrives, Rai Movie, ore 0,55.
88068_gal88074_gal88071_galPeccato lo diano così tardi (e allora, rimediare con i vari sistemi di registrazione). Perché questo film sud coreano del 2011 non mi risulta sia mai uscito nei nostri cinema, nonostante che il suo regista Hong Sangsoo sia da anni autore di prima fascia, altamente considerato dalle rassegne internazionali che lo inseriscono regolarmente nella loro lineup e dai critici che decidono la sorte di un autore, quelli francesi, segnatamente dei Cahiers du Cinéma. Ma non c’è niente, o quasi, da fare, Hong Sangsoo non è mai stato adottato dai sopracciò della critica italica, tant’è che anche il suo ultimo, meraviglioso Hill of Freedom presentato a Venezia Orizzonti tre settimane fa, è stato praticamente ignorato. Trattati con degnazioni dai nostri giornali anche i tre film precedenti, tutti presentati in festival di peso, In Another Country (Cannes 2012), Nobody’s Daughter Haewon (Berlino 2013) e Our Sunhi (Locarno 2013). Probabilmente il piccolo maestro di Seul sconta la sua apparente mancanza di profondità, la sua predilezione per storie minime fatte di intersezioni tra personaggi e persone comuni, di accadimenti che mai svoltano in dramma o tragedia o melodramma. Sconta la radicale semplicità di un cinema, del suo cinema, fatto di materia volatile, di conversazioni come rubate, di una trama di parole che ricorda da vicino il maurivaudage rohmeriano. Cinema parlato, e che però dietro la sua vernice di svagatezza cela tormenti, inganni, sofferenze, svelati di colpo da fatti quasi incidentali. Lo stile di Hong Sangsoo è fortemente codificato, un pugno di personaggi seguiti e pedinati nel loro interagire, ripresi quasi sempre in inquadrature frontali fisse e simmetricamente disposti sullo schermo, spesso seduti a un bar, un caffè, un ristorante. Questo però non è che il primo strato della narrazione, perché poi HSS scompone, ricompone, complessifica, e quella che pareva semplicità si rivela pura vertigine. Riprende la stessa scena e la stessa storia da punti di vista diversi, o ne mostra i plurimi possibili sviluppi in un gioco incessante del caso e della necessità, e delle infinite seppure virtuali opzioni. Come in un gioco orientale da tavolo, dove le pedine, pur rimanendo sempre le stesse, si scambiano di posto, ruotano vorticosamente, scompaiono e riappaiono. Con pochi elementi si creano narrazioni assai sofisticate, e però mai cerebrali, perché HSS è autore partecipe delle storie che racconta, e delle persone che le vivono. Questo The Day He Arrives è del 1911 ed è stato presentato a Cannes prima di In Another Country, e dunque appena prima che Hong Sangsoo diventasse autore di rispetto in Occidente. In bianco e nero (diversamente dagli altri suoi che seguitanno). Sempre con una delle sue storie piccole e ultraquotidiane. Un regista che da tempo non gira più va a trovare un amico nella capitale sud coreana, ma non lo trova in casa. Finirà col vagabondare per la città, incontrando alcuni studenti di cinema, si ubriacherà, conoscerà una donna che gli ricorda una sua donna precedente. Una trama straordinariamente simile a quella dell’ultimissimo Hill of Freedom. Succederà di tutto e non succederà niente, mentre al solito veniamo risucchiati nella partita delle identità cangianti messa in atto dal regista.

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