Recensione: ITALY IN A DAY, un gigantesco selfie collettivo. Sì, ma che Italia è?

13433-Italy_in_a_Day_4Italy in a day – Un giorno da italiani, un documentario di Gabriele Salvatores. Produttore esecutivo Ridley Scott. Presentato fuori concorso al Venezia Film Festival. Uscito in sala solo per un giorno, il 23 settembre. In onda su Rai 3 sabato 27 settembre alle ore 21,05.
13427-Italy_in_a_Day_2Prima l’invito agli italiani a documentare in video la loro giornata, poi la selezione da parte di Gabriele Salvatores di tutto il materiale arrivato (40.ooo ore). Il risultato è questo film, Italy in a Day. Già visto a Venezia, arrivato nei cinema per un solo giorno, il 23 settembre, in onda sabato 27 su Rai 3. Un autoritratto collettivo dal quale emerge un paese per niente depresso e preoccupato, mediamente benestante, voglioso di godersela. Come sui social, stravincono le immagini di bambini, cani e gatti. Come da cliché, cibo, mamma e famiglia restano gli assi portanti dell’italianità. Un montaggio abilissimo e perfino frenetico fa dimenticare la sostanziale immobilità e fissità, e ripetitività, del materiale mostrato. Che abbaglia, diverte, ma non riesce mai a farsi narrazione, e non sorprende mai davvero. Voto 6+

Gabriele Salvatores

Gabriele Salvatores

Ebbene sì, bisogna proprio raccontare la rava e la fava, il come e il perché è nato questo non comune documentario firmato Gabriele Salvatores. Allora: al regista scozzese Kevin McDonald – quello di L’ultimo re di Scozia – viene qualche anno fa la brillante idea di comporre un ritrattone della vita sul pianeta terra assemblando video postati su YouTube nell’arco di una giornata, quella del 24 luglio 2010. Appoggia il progetto Ridley Scott, ed ecco sortire di lì a un anno Life in a day. Così buono il risultato, che al nostro Gabriele Salvatores (cui capitò di prendere un Oscar con Mediterraneo, e son di quei colpi che ti riescono una volta nella vita, anzi in a life) viene la voglia di tentare l’operazione sull’Italia, e però non attingendo a YouTube, ma invitando gli italiani tutti a filmare pezzi del loro vivere – mediante camera, tablet, cellulare e quant’altro oggi metta a disposizione delle masse la tecnologia per fissare il mondo in immagini – in un giorno determinato, lo stesso per tutti, il 26 ottobre 2013. Il progetto Italy in a day viene promosso su parecchi media, supportato da Rai e varie emittenti radiotv, rilanciato da gente famosa (se ho visto bene i credits a inizio film) come Fiorello, Linus, Lorella Cuccarini. Filmate, filmate – la famiglia, il lavoro, la scuola, quello che vi sta intorno, quello che vi piace e viene in mente – filmate e registrate, e poi mandate a Salvatores. 40mila persone han risposto e inviato, per la bellezza di un totale di 2200 ore di girato, da cui Salvatores ha successivamente, e immagino pazientemente, distillato questo suo film di un’ora e 24 minuti. Tutto a colori – non ricordo un’immagine in b/n -, abilissimamente montato (l’editing è di gran lunga la cosa migliore creando folgoranti analogie e cortocircuiti di senso, dando forza e ritmo), che traccia un giorno in Italia e da italiani secondo una scansione classicamente cronologica. La notte, l’alba, la mattina, il mezzodì, e via via fino alla sera. Autoritratto – e però con l’intervento determinante del regista a selezionare, tagliare, accostare – di un paese in 24 ore. Operazione, bisogna dirlo subito, brillante, mai noiosa, di sicuro riuscita e che ce la fa a incarnare e calare nel reale un’idea che rischiava di essere prevaricante e di generare un film troppo concettuale, astratto e programmatico. Sì, ma cosa vediamo? Che Italia vien fuori? Devo dire che Italy in a day mi ha a tratti divertito e perfino coinvolto, ma non mi è parso mai davvero interessante. Mai sorprendente e rivelatore. L’impressione è la stessa di quando scorri velocemente Facebook o Twitter o Instagram e ti vedi i vari post, i testi e soprattutto le immagini. Niente di particolarmente nuovo, ecco. Qualcosa che ti sembra di aver già visto mille volte sui social, solo che stavolta è in forma di film e imbrigliato in un format. Anche se in sequenza temporale, i materiali visivi assemblati (ripeto, abilissimamente, e tanto di cappello) non ce la fanno mai a dare vita a una narrazione. Non c’è uno sviluppo, non c’è un movimento interno, tutto torna inesorabilmente su se stesso, gli stessi temi, le stesse visioni, le stesse ossessioni si ripetono e ridondano, dalla notte al mattino alla sera, suscitando una sensazione di fissità, di monotematicità se non monotonia, e se movimento lento qua e là ti sembra di intravedere nella generale inerzia, è un movimento circolare, un eterno ritorno, un riavvolgersi su se stessi, un andare e viaggiare per tornare al punto di partenza, i soliti cardini dell’italianità, la famiglia, la cucina ecc. La fantasmagoria delle immagini – ce ne sone di meravigliose, come quella dell’Etna in eruzione, o della nave container – la loro brillantezza, il ritmo impresso da un editing furbissimo, finiscono però col nascondere una sorta di immobilità, un’ineluttabile fissità. Come quando dopo un po’ su Facebook le immagini ti sembrano ossessivamente ripetitive. Anche in Italy in a day a dominare, come nei social network, sono bambini, cani e gatti. A seguire il cibo, il fidanzato/la fidanzata, la famiglia tutta. Siamo questo? Si direbbe proprio di sì. Comunque lo si guardi, un documento prezioso del nostro paese qui, adesso, oggi. Di come si autopercepisce e autorappresenta. Di come si racconta. Di come ama mostrarsi. Formidabile catalogo a futura memoria dell’antropologia nazionale, di tipi umani e dei loro animali (tanti, troppi, madonnamia, e che siamo diventati, l’arca di Noè?). Colpiscono certe vistose assenze. Non si parla mai di calcio, né lo si fa vedere, ed è strano. Di mafia non si accenna. Il piagnisteo è assai ridotto rispetto a quanto ci si potesse aspettare. Stravince un’Italia per niente depressa, nonostante i mali che sappiamo (mancanza del lavoro in testa, voragine dei conti pubblici), un’Italia giovane e abbastanza allegra, vogliosa di vivere e capacissima ancora e sempre di godersela, la vita. Giosamente escapista. Che, se è seduta sul vulcano, non vuole rinunciare ad afferrare tutto il buono, il bello e il meglio che può ancora capitarle, sempre con molta autoironia, soprattutto nei più giovani ma non solo in loro. Un’Italia che si conferma lo scrigno della Grande Bellezza. Città e borghi meravigliosi, rifulgenti grazie a accurati restauri e un lighting che di notte li rende scenografie di una perenne dolcezza del vivere. Belle – di narcisa e coltivata bellezza – le nuove generazioni, ragazzi e ragazze che sanno abbigliarsi, makeupparsi, glamourizzarsi come in un fashion show senza fine. Narcisismo esteso e iperpotenziato. Ci si fotografa, ci si riprende, ci si ammira, ci si ama, ci si gode. Un paese allo specchio. Tutto molto autoriferito, e non si capisce bene se sia un modo squisitamente nostro o il riflesso della generale Me-culture che si è impossessata di tutto l’Occidente (giusto, Christopher Lasch?). Tutti i cliché vengono confermati, anche se in versione 2.0, e anche 3.0 e oltre, gli immarcescibili tratti dell’antropologia nazionale, autoriproposti con però molta consapevolezza ipermoderna, come messi tra parentesi, citati, ridotti a clins-d’oeil. Il cibo, il godimento della vita, la musica e i balli (tarantella compresa), la mamma, la famiglia (nonni compresi). Ci scorrono tutti e di più davanti agli occhi, gli stereotipi a tre colori, e tutto sommato non sono un brutto vedere. I guai sono appena accennati (i ragazzi che si lamentano del lavoro che non c’è, le immondizie in fumo della terra dei fuochi, con relative proteste di piazza) o accuratamente evitati. Del lavoro si parla pochissimo, e lo si vede ancor meno, e non solo perché ce n’è poco, ma perché se ne evita la rappresentazione, reputando la fatica, soprattutto fisica, assai poco glamorous. Anche nell’episodio del ragazzo imbarcato sulla nave-container (uno degli assi narrativi insieme a quello del chirurgo e all’infermiere volontari nel Kurdistan e dell’astronauta dell’Esa) non si vede mai una stilla di sudore, se mai ci tocca ascoltare il filosofeggiare contemplativo e estatico del chiamiamolo – et pour cause – protagonista. Mai uno su una gru, mai che si veda un cantiere, mai una fabbrica, mai una catena di montaggio più o meno robotizzata. Il lavoro si è smaterializzato ed è scomparso non solo dalla nostra vista, ma pure, si direbbe, dalla coscienza nazionale, diventato solo un fastidioso compito che bisogna quotidianamente svolgere per portare a casa il necessario a campare. La vita è altrove, in quello che una volta si chiamava tempo libero, e che adesso è, semplicemente, tutto. Che differenza rispetto all’Italia e agli italiani che abbiamo appena visto nell’altro importante documentario su di noi, sulla nostra storia e la nostra antropologia, degli ultimi tempi, La zuppa del demonio di Davide Ferrario. Dove, in una rassegna di film sull’industralizazione e modernizzazione del paese, si vedono connazionali (degli anni Cinquanta e Sessanta soprattutto) che orgogliosamente faticano costruendo dighe e palazzi, si arrampicano sulle strutture arabescate delle raffineri, assemblano pezzi alle catene di montaggio. Dalla fierezza del lavoro fisico alla sua rimozione: Italy in a day sembra distante, rispetto ad allora, parecchie ere geologiche e qualche galassia. Il film di Salvatores ci consegna e descrive anche, inaspettatamente, un paese monoetnico, la bruciante questione degli stranieri qui semplicemente è piallata via, non dimora in questo autoracconto. Di immigrati non se ne vedono, io, almeno, non ne ricordo. Espunti. Nel selfie gigante che è Italy in a day non sono nemmeno fantasmi, non sono nemmeno una minaccia temuta, sono zero. Alla fin fine, ti resta addosso la sensazione di un paese per niente depresso e preoccupato del futuro, al contrario di quante le fosche cronache continuano a dirci, e nonostante tutti i moniti del Fondo monetario internazionale e lo sguardo corrucciato gettato su di noi da Frau Merkel. Un paese gaio e benestante (non c’è mai un’immagine di povertà), che si accuccia volentieri sotto le coperte, va da babbo e mamma la domenica a pranzo, abita in case confortevoli, si circonda di tutto il necessario e il superfluo, abita camere con viste meravigliose su vulcani scenograficamente eruttivi, colline pettinate, centri cittadini che nessuno al mondo ha, così tanti e così belli. Un paese incosciente? Mah. Forse. Ma è così che si vedono gli italiani, o almeno gli italiani che Salvatores ha selezionato. Momenti memorabili: il reagazzo che sta a Los Angeles e, conversando via skype con mamma, si dichiara stufo di mangiare tacos (come lo capiamo, povero figlio) e si prepara un bel pranzo all’italiana. La mamma che studia il cinese dicendo ai figli stupefatti che “quando voi per via della disoccupazione dovrete andare in Cina a trovarvi un lavoro io sarò già pronta”. La vecchia madre in Alzheimer che non riconosce e ricorda i nomi dei figli e che a uno di loro, che le rammenta di chiamarsi Gabriele, dice soave: Gabriele come l’angelo? ma allora tu sei un angelo?, che è tra le cose più commoventi e involontariamente poetiche, e dunque poetiche davvero, che mi sia capitato di ascoltare da molto tempo in qua.

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