Recensione. PARTY GIRL: storia vera di Angélique, ballerina & entraîneuse. 60 anni, 4 figli da più uomini, nessuna voglia di sistemarsi

179961Party Girl, un film di Maria Amachoukeli, Claire Burger, Samuel Theis. Con Angélique Litzenburger, Joseph Bour, Mario Theis, Samuel Theis, Séverine Litzenburger, Cynthia Litzenburger.544655
e652befaf3a93e33d97bfb5471da0834Si sa, imperversano i film da storie vere, fictionalizzazioni del reale. Come questo Party Girl , presentato a Cannes lo nscorso maggio a Un certain regard e vincitore di due premi (compreso la Caméra d’or come migliore opera prima). Angélique a quasi 60 anni continua a fare la party girl, la ballerina-entraîneuse in un club. Finché un cliente non la convince a mollare e a mettersi con lui. Non sarà così semplice. La protagonista Angélique Litzenburger interpreta se stessa e (pare) la propria storia, i figli che vediamo nel film sono i suoi (e uno, Samuel Theis, è anche uno dei registi). Eppure, nonostante la forza del suo main character, Party Girl non ce la fa a essere un film importante. Voto 6

Samuel Theis, uno dei registi: il film racconta la storia di sua madre

Samuel Theis, uno dei registi: nel film racconta la storia di sua madre Angélique.

Allo scorso Cannes, dov’è stato presentato in gran pompa a Un certain regard, è piaciuto parecchio, e soprattutto ai francesi, sempre solleciti nel sostenere il prodotto nazionale. Uscendone poi con la bellezza di due premi, quello per il migliore ensemble di Un certain regard e – riconoscimento ben più consistente – la Caméra d’or come migliore opera prima di tutto il festival. Film non trascurabile, ma, temo, troppo incerto e timido per diventare davvero importante. Eccentrico per più motivi. Perché firmato da una triade registica, due donne e un uomo (Samuel Theis, figlio della protagonista Angélique Litzenburger), e perché sospeso tra realtà e fictionalizzazione, un esempio di quel cinema-finzione che attraverso la mimesi e la simulazione si pretende più vero del vero. La storia ricalca quella – anche se non sappiamo quanto fedelmente  – di Angélique Litzenburger, la protagonista. I quattro figli che vediamo sono davvero i suoi. Quanto agli altri personaggi, ci informano le note di produzione che si tratta di attori, benché non professionisti.
Non mi interessa sapere quanto il film rispecchi davvero i fatti accaduti, a me interessano il film e la sua, le sue, verità. La party girl del titolo è Angélique, più vicina ai 60 che ai 50, un viso segnato e sempre bello con quegli occhi da lupa che ti trapanano. Angélique che lavora, ha sempre lavorato, in un club di notte alla frontiera tra Francia e Germania. Ragazze che ballano al palo desnude, che si fanno offrire da bere dai clienti, che ci vanno a letto. Quelle che negli anni Sessanta e Settanta in Italia venivan chiamata entraîneuse ed eran molto temute dalle mogli dei cumenda brianzoli. Puttane? Donne con un prezzo. Solo che Angélique si offende se le dicono prostituta, lei non lo è, lei è una party girl, categoria di un qualche gradino più su, si diverte ed è lì a divertire. L’uomo che paga lo champagne fornisce l’illusione del corteggiamento, in un rituale che maschera e addolcisce il puro aspetto mercantile. Un ex cliente tedesco, minatore in pensione, a Angélique è affezionato, anzi le vuol bene anzi è proprio innamorato di lei, riesce a convincerla a mollare il lavoro e ad andare a stare da lui. Lei è perplessa, tentenna, poi accetta. Finché lui le chiede di sposarlo, e qui i dubbi di Angélique si moltiplicano. Ma dovrà decidere. Vedendo questo discreto film mi è venuto in mente un classico come Adua e le compagne di Antonio Pietrangeli su un gruppo di ragazze sfrattate dalle case chiuse dalla legge Merlin (erano gli anni ’50) e che sperano, mettendo su un ristorante, di poter cambiare vita, di non fare più la vita. Non ci riusciranno. Come nei melodrammi, il passato farà valere le sue ragioni. In Party Girl siamo lontani anni luce, anzi la storia è completamente ribaltata. Angélique è felice quando lavora con i clienti, non si sente sfruttata, incomincia a deprimersi quando molla la vita di notte e si accasa con un brav’uomo. In Adua e le compagne la normalità era la meta agognata e però mai raggiunta, qui diventa per la protagonista una trappola, mentre il vendersi agli uomini (insomma, quel lavoro lì di party girl) è percepito da lei come il regno dell’autodeterminazione e della libertà, tra colleghe tutte simpatiche e carine e con un datore di lavoro tutt’altro che carogna, mica il torvo sfruttatore di innocenti fanciulle dei feuilleton di un tempo. Il film è girato alla maniera dell’80 per cento del cinema giovane d’oggi. Artificio ridotto al minimo, massimo realismo, macchina da presa mobile – a mano o a spalla – per stare addosso ai personaggi e spazzolare gli ambienti in ogni angolo e anfratto, dialoghi che mimano il vero, e spesso sono improvvisati. Attori-non attori, e Angélique come se stessa è magnifica, di quelle figure cui ti affezioni, un po’ come la Gloria del film cileno di Sebastian Lelio. La seguiamo, e a momenti ci appassioniamo, mentre lascia la vecchia vita per la nuova, e incontra i figli: quattro, avuti da uomini diversi, e dell’ultima, Cynthia, non sa tuttora chi sia il padre. Meglio non dire come la faccenda si evolva e si concluda, sennò son spoiler. Party Girl si tiene su un registro di commedia-dramma senza mai scendere negli abissi, pericolosi ma pure fecondi, del melodramma. Sullo sfondo intravediamo i modelli alti di Fassbinder e del Pasolini di Mamma Roma, anche se qui ogni asperità di quei grandi è depotenziata e addomesticata per trarne un film non troppo perturbante. Che però almeno ha il coraggio di un finale non così happy, non così rosa.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.