Recensione: LA BUCA di Daniele Ciprì. Gli eterni mostri italiani, in una fissità da tableau vivant che ricorda Seidl e Andersson

Sergio Castellitto e Rocco Papaleo durante la lavorazione del film "La Buca", regia di Daniele Ciprì Roma-Svizzera 2013-2014La buca, un film di Daniele Ciprì. Con Sergio Castellitto, Rocco Papaleo, Valeria Bruni Tedeschi, Jacopo Cullin, Ivan Franek, Teco Celio, Sonia Gessner, Lucia Ocone.
Valeria Bruni Tedeschi in una scena del film "La Buca", regia di Daniele Ciprì Roma-Svizzera 2013-2014Ciprì e Maresco sono tornati, ma ognuno per conto suo. Due-tre settimane fa Maresco con il suo Belluscone, adesso Ciprì con La buca. Commedia cupa con qualcosa del Risi più atrabiliare, del Sordi più abietto, dello Scola di Brutti, sporchi e cattivi. Che poi svolta in mystery con tanto di ricerca di una verità sepolta. Ma la storia è soprattutto pretesto per mettere in scena una galleria di mostri italici, di deformazioni grottesche, di visioni concitate e alterate. Gran resa visuale, meno convincente la narrazione. Ma questo è il cinema di un autore. Voto 7
Sergio Castellitto e Rocco Papaleo durante una scena del film "La Buca", regia di Daniele Ciprì Roma-Svizzera 2013-2014Ma insomma, chi sta ottenendo i risultati migliori – filmicamente parlando – tra Daniele Ciprì e Franco Maresco, autori che ormai lavorano in proprio dopo lo scioglimento del loro mitologico sodalizio? L’occasione del confronto è arrivata in questo settembre visto che, a distanza di due-tre settimane, sono usciti in sala i loro nuovi film da singoli. Prima Belluscone. Una storia siciliana di Maresco, poi questo La buca di Ciprì. Anche se Belluscone ha suscitato entusiasmi e deliqui in serie in un’ala della nostra critica, ottenendo pure il premio per la regia (ingiustificato, a mio parere) a Venezia Orizzonti, io continuo, come ho scritto subito dal Lido, a pensarlo come un’operazione abbastanza scombinata, confusa negli intenti, nel suo percorso narrativo, nella sua struttura, anche se qua e là illuminata da lampi di genio (la parte sui neomelodici e il loro impresario Ciccio Mira). Capisco l’allegrezza – che condivido – per il ritorno al cinema del desaparecido Maresco, capisco meno i ditirambi, i peana e la promozione immediata di Belluscone a capolavoro. Ecco, io non ho dubbi, tra i due preferisco La buca, un prodotto solidamente costruito, in cui Ciprì gioca all’interno di generi consolidati come la passata commedia all’italiana per scatenarsi in una messinscena dal segno fortissimo e personale, visionaria, grottesca e deformatoria, con una sapienza, un’abilità compositiva e figurativa ormai rare nel nostro cinema di oggi (e invece più diffusa in quello di ieri e dell’altro ieri). Si resta ammirati per la quantità di belle immagini che Ciprì ci sciorina davanti agli occhi e per come – assai autorialmente – sa ricreare un mondo filmico tutto suo in interni ed esterni smaccatamente fasulli e ricostruiti, non diversamente da un Kaurismaki o un Fellini, tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. C’è, nella perfezione dei segni, nel darsi uno stile proprio, nella cura maniacale del dettaglio, anche molto della tradizionale consuetudine italiana con il bello, quella che si è incarnata nel nostro cinema in un artigianato altissimo senza molti eguali al mondo. Con un fondo di disincanto, se non cinismo, massicciamente presente anche nel precedente Ciprì, È stato il figlio, anche se stavolta il tasso di crudeltà, anzi di ferocia, è più contenuto. Storia, alla fin fine, più accomodante nonostante i molti sberleffi e gli acidi e i veleni, che parte nei toni della commedia sordidamente dark per poi svoltare in thriller, in mystery, con tanto di detection alla ricerca della verità sepolta dei fatti. Protagonista un avvocaticchio, diciamo pure in italiano scolastico un azzeccagarbugli, di quelli che campano di truffe e raggiri, di quei personaggi abietti che non si fan scrupolo a sfruttare l’infelicità e le disgrazie altrui per un pugno di denari, come certi Sordi, come in certi episodi dei Mostri di Dino Risi, che mi pare sia il riferimento (forse involontario, inconscio) di La buca. Dove peraltro troviamo parecchi altri echi, ad esempio – nell’impasto tra miseria materiale, morale e avidità – di Brutti, sporchi e cattivi di Scola.
Siamo in una anonima, astratta ed emblematica città della provincia italiana, probabilmente al centro-sud, in un tempo indefinito tra gli anni Cinquanta e l’oggi in cui si coagulano, cristallizzano e eternizzano caratteri e costanti dell’antropologia nazionale. L’avvocato Oscar – un Castellitto mostruosamente perfetto – si ingegna a cavar soldi da una buca che si è aperta nell’asfalto proprio davanti al suo studio piazzando sul ciglio della strada un falso cieco e falso invalido affinché finga di cascarci dentro al primo passaggio di autobus. Con l’obiettivo, ovvio, di far causa all’azienda trasporti e cavarci un po’ di soldi (euro o ancora lire? direi la seconda, vista l’atmosfera vintage dominante). Ci sarà per il laido essere un fatale incontro che scombinerà la sua vita, e quella dell’altro. Altro che si chiama Armando (Rocco Papaleo), un poverocristo appena uscito di galera dopo quasi trent’anni per un omicidio per colpo di pistola durante una rapina su una nave da crociera, omicidio di cui lui si dichiara inocente. Dopo che la sua famiglia gli ha sbattuto la porta in faccia, l’Armando vaga in quella città senza nome finché non approda al caffé, tenuto dalla materna Carmen (una bellissima e adorabile Valeria Bruni Tedeschi), incontrandoci l’azzeccarbugli Oscar. Il quale annusa subito il possibile affare, ovvero cercare la prova dell’innocenza di Armando, far riaprire il caso, farlo assolvere, chiedere un risarcimento consistentissimo per l’ingiustizia subita. L’alleanza è fatta, la ditta a due messa in piedi. Una coppia che ricorda non solo quella dei Mostri Ugo Tognazzi-Vittorio Gassman (in episodi come quella del pugile suonato e del suo sfruttatore), ma si configura anche, nelle sue dinamiche interne di prevaricazione e sottomissione, come l’ennesima variante del binomio circense composta da un clown incube (Oscar) e un clown succube (Armando). Ciprì non si preoccupa granché di mandare avanti il racconto, di imprimere un qualsivoglia ritmo, una qualsivoglia progressione al film, a lui interessano soprattutto le infinite possibilità di mettere in scena dei semi-tablueux vivants con di volta in volta i personaggi maggiori, collaterali, minori e minimi. Sempre fissati in interni ed esterni massimamente curati, di un polveroso e soffocante medio benessere-decoro piccoloborghese anni Cinquanta. Movimenti minimi della macchina da presa, e movimenti assai contenuti dei suoi protagonisti, ascrivibili quasi soltanto alla gestualità isterico-italiota di Oscar-Castellitto, mentre Armando se ne sta immobile e inerme col suo sguardo catatonico. Sicché a dinamicizzare la scena è soprattutto il cane dell’ex carcerato, di nome Internazionale, bravissimo, tempi perfetti e mai una mossa fuori posto. Da premio immediato (il cane interprete si chiama Sioux). Ciprì dispone molto bene le sue pedine all’interno delle cornici e degli ambienti che ha predisposto, e sembra puntare più sulla resa visiva che su quella narrativa. Finisce che ne soffre il racconto, che per quasi un’ora sembra bloccato sui preliminari e sulle premesse senza fare molti passi in avanti, tant’è che ti chiedi dove si voglia andare a parare al di là della gallery di bellissime e anche potenti immagini, e della gran prova degli attori. Poi La buca imbocca, e però un po’ tardi, la strada delle detection allorché la coppia Oscar-Armando si mette finalmente alla caccia di testimoni e rivelazioni per la riapertura del caso. Con tanto di escursione in una Svizzera montana e nevosa in cerca di una ragazza sopravvissuta al colpo e da allora misteriosamente svanita nel nulla (così si giustifica anche che il film sia prodotto con l’apporto di capitali di provenienza elvetica). Questa parte seconda, pur se un filo più celere della prima, è tuttosommato non così sorprendente e appassionante, con qualche zona di inverosimiglianza (mi riferisco al testimone-chiave che balza fuori a sorpresa nel finale, e alle sue poco convincenti motivazioni). Ma Ciprì, prima di finire, ha la possibilità di scatenarsi nelle grandi scene di un processo mostruosamente italico, con testimoni dementi e un giudice fancazzista e senza coscienza, voglioso solo di dare un’occhiata alla partita in corso e di non avere grane. Formidabile costruzione grottesco-barocca che da sola vale la visione del film, e che contiene infiniti riferimenti a tanto nostro cinema processuale, maggiore e minore (penso al Il processo di Frine, episodio di Altri tempi di Alessandro Blasetti). Le falle di La buca son parecchie. Una prima parte lenta e vischiosa, un plot giallo non così convincente, una certa meccanica ripetitività. Però la messinscena è folgorante, le scene con lo scatenato Castellitto e il remissivo Papaleo massimamente godibili (e molto ben scritte). Vedendo l’attenzione e la precisione estrema con cui il regista inquadra i suoi personaggi, al distacco entomologico con cui ce li mostra, come coleotteri infilzati da un collezionista, come manichini di un diorama, vien da pensare ad altri autori di oggi che confezionano altrettante gallerie, altrettante esibizioni come sottovetro di poveri freaks: l’austriaco Ulrich Seidl e lo svedese Roy Andersson, Leone d’oro al Venezia 2014 con il suo A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence (con una coppia di protagonisti clown tristi non così lontani dai Castellitto-Papaleo di La buca).

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