Recensione: IO STO CON LA SPOSA. Da Milano a Stoccolma con cinque clandestini siriani, fingendo un corteo di nozze

io_sto_con_la_sposa_IMG_3661Io sto con la sposa, un film-documentario di Gabriele del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry, Antonio Agugliaro. Con Tasneem Fared, Abdallah Sallam, Alaa Bjermi, MC Manar, Ahmed Abed, Mona Al Ghabr, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry, Tareq Al Jabr, Marta Bellingreri, Rachele Masci. Presentato fuori concorso a Venezia Orizzonti, poi al Milano Film Festival.io_sto_con_la_sposaIMG_0233Cinque clandestini venuti dalla Siria. Che vogliono lasciare Milano e raggiungere la Svezia dove sperano di ottenere lo status di rifugiato. Come eludere controlli di frontiere e eventuali posti di blocco? Ed ecco l’idea di far passare i cinque e i loro accompagnatori come un corteo di nozze, con in testa una finta coppia di sposi (e sembra un po’ Train de vie e un po’ il Lubitsch di Essere o non essere). Io sto con la sposa documenta, tappa dopo tappa, l’avventuroso viaggio. Peccato che la brillante idea resti celibe e sterile, e non produca una narrazione. Voto 6 meno
io_sto_con_la_sposa_IMG_3179io_sto_con_la_sposa_IMG_2837Un documentario italiano che potrebbe fare il giro del mondo da un festibval all’altro e otenere un ottimo gradimento, e magari pure qualche premio. Perché tratta un tema sensibile e ormai universale come l’arrivo clandestino di migranti da paesi complicati e tormentati da guerre e altri disastri umanitari. Perché lo tratta in modi originali che cercano di andare oltre la piatta abenché meritoria cronaca dei fatti. Già accolto bene alla Mostra del cinema di Venezia 2014 dov’era fuori concorso nella sezione Orizzonti, e poi al più di nicchia e anche più complice e solidale Milano Film Festival. C’è parecchio di buono nell’operazione, ma anche parecchio che non funziona. Andiamo con ordine. Gabriele del Giudice, giornalista che molto si è occupato, anche – come s’usa dire – sul campo, del conflitto siriano e di altre turbolenze del Vicino Oriente (e che parla, rara avis, anche un arabo fluente), si è unito a un poeta palestinese, Khaled Soliman Al Nassiry, residente in Italia con tutti i permessi e i crismi del caso, per raccontare in un film la storia e l’avventura di cinque persone approdate in Italia dalle zone di guerra siriane. E intenzionate non a fermarsi da noi, ma a raggiungere la Svezia al fine di chiedere lo status di rifugiati (tra i siriani, e non solo tra loro, corre voce che sia la Svezia il paese europeo più accogliente e ben disposto) e possibilmente stabilirvisi. A loro due di è aggiunto Antonio Agugliaro, ed ecco spiegata la traide registica che compare nei credits di Io sto con la sposa. Nel momento in cui del Giudice, Al Nassiry e Agugliaro prendono in carico a Milano i cinque clandestini – una coppia di maturi coniugi siriani, un padre con il figlio ragazzino aspirante rapper, un giovane uomo ex studente universitario – si chiedono come portarli fino lassù a Stoccolma senza incorrere in controlli, polizie, blocchi, guardie di frontiera e quant’altro, evitando che siano respinti e rimandati in Italia, il paese in cui sono sbarcati e che dunque, secondo gli accordi europei, deve occuparsene (accogliendoli o rispedendoli a casa, dipende). Ecco allora l’idea, brillantissima. Trasformare i cinque migranti e le persone che li seguiranno e li supporteranno fino a destinazione in un finto corteo di nozze con alla testa tanto di finta coppia di sposi, allo scopo di dare il più possibile un’impressione di festosa normalità agli occhiuti poliziotti e agenti dell’ordine che eventualmente incontreranno lungo la strada. Che è poi, da Milano a Stoccolma, una strada lunghissima. Chi mai oserà rompere le scatole a una coppia di neosposi e agli amici e parenti che allegramente li accompagnano? Questa la scommessa. Che poi , a ben guardare, non siamo così lontani da altri film (di finzione, non documentari) in cui la trovata del recitare, della messinscena, del mascheramento per gabbare un nemico, per allontanare un pericolo, la fa da motore narrativo. Essere o non essere di Lubitsch innanzitutto, poi Train de vie di Mihaleanu, Argo di Ben Affleck. Così all’inizio vediamo tutti, protagonisti del corteo e comparse, in negozi e laboratori cinesi a Milano a prendersi lei l’abito da sposa, gli altri un bell’abito da cerimonia che non costino un patrimonio e facciano la loro bella scena. La (falsa) sposa è una bellissima ragazza palestinese-siriana però con già regolare passaporto tedesco, che si presta, come parecchi altri volontari, all’operazione. Lui, lo sposo, è invece uno dei cinque clandestini migranti. Il corteo è subito messo in piedi e organizzato, si parte la notte da Milano per il viaggio in macchina che in quattro giorno, a Dio piacendo e se non interverranno intoppi, porterà tutti in Svezia. Le tappe programmate: da Milano fino a Marsiglia, poi su fino a Lorena, Alsazia e Lussemburgo. Poi in Germania, a Bochum. Da lì Amburgo e quindi Copenaghen. E l’ultimo balzo verso Malmoe e Stoccolma. Via allora, con i tre registi che documentano e registrano man mano quel che succede, senza sapere (e noi con loro) cosa mai si nasconde dietro l’angolo, se la missione riuscirà o meno. Il che conferisce al film un pathos vero. Domina, come in un thriller, l’attesa di vedere come andrà a finire. Un punto a favore degli autori, che si assicurano l’attenzione di chi se ne sta seduto in platea ed evitano le la noia di tanti, pur benintenzionati, documentari. Tutto è girato con gran sapienza, secondo gli standard del nuovo cinema giovane-internazionale, con camera a mano/a spalla che restituisce l’accadere nel suo farsi, la vita nel suo svolgersi (con forse, viene da pensare, qualche aggiustamento successivo in fase di editing). Ritmo alto, un alternarsi sapiente di fasi di chiamiamola così azione con altre di conversazione in cui si svelano le identità e il brackgroudn dei cinque migranti. Una struttura decisamente narrativa che evita anche il rischio, così presente nei documentari, del didascalicismo e dell’intenzione pedagogica. Fin qui le cose buone. Poi però bisognerà anche dire dei limiti, notevoli, di Io sto con la sposa, e di come gli autori (e tutto il gruppo) finiscano con lo sprecare, se non buttare via, la buonissima idea di partenza. Quando sono uscito dal cinema ho sentito dietro di me uno spettatore imprecare e quasi urlare esasperato: “ma cosa mi significa ‘sto film? ma dove vuole arrivare?”. Esagerato, però non aveva mica tutti i torti. Perché, dopo il notevole inizio, dopo che il corteo degli sposi per finta si è messo in moto, le tue aspettative di spettatore sono alte, ti immagini un avventurosissimo viaggio da cuore in gola attraverso il continente in cui quel bellissmo abito bianco indossato da quella bellissima ragazza riuscirà a sventare ogni avversità, a sgominare ogni avversario. Come l’armatura magica di un super eroe. Posti di blocco miracolosamente evitati, poliziotti astutamente ingannati, passanti e passeggeri incontrati on the road allegramente, festosamente presi in giro e depistati. Con magari gente che si complimenta con gli sposi, li invita a casa, offre da bere. Cose così, ecco. Invece non succede niente. Zero. Quello che vediamo sarebbe successo tale e quale anch, anche se il gruppo non avesse organizzato la messinscena. Allora, scusate, perché tanto sbattimento? Sì, conosco l’obiezione: la finzione era solo un cautelarsi contro gli imprevisti, che per fortuna non ci sono stati. Una exit strategy dai possibili casini. Mica mi sto lamentando che tutto sia andato liscio, sottolineo solo come la bellissima trovata iniziale finisca col rivelarsi celibe, sterile, incapace di produrre una narrazione, una qualsivoglia trama (sì, anche nei documentari ci deve pur essere uno storytelling). Cos’avrebbero dovuto fare gli autori? Ah, non lo so, non ho mica avuto io l’idea di portare cinque clandestini attraverso il continente mascherandoli da sposi e invitati. Vero, veniamo a conoscere dall’interno la rete solidale che, dall’Italia alla Francia alla Germania alla Danimarca, sostiene, nasconde, protegge – anche andando contro la legge e rischiando (dappertutto chi aiuta un clandestino può essere accusato di human trafficking) – i migranti senza regolare permesso. Ma tuttosommato non è così interessante. Nemmeno ci fa palpitare che i nostri, per evitare eventuali controlli tra Italia e Francia, percorrano a Ventimiglia il vecchio sentiero di montagna usato dai contrabbandieri quando non c’erano l’Ue e Schengen. Tanto si sa che di controlli lì non c’è manco l’ombra. Che poi, scusate, era proprio il caso di far scarpinare su per la montagna la finta sposa in abito bianco e scarpe col tacco? E tutti gli altri nel loro abito da cerimonia? Non potevano vestirsi tutti più comodi, lasciare l’abbigliamento da matrimonio nella macchine e rimetterselo una volta arrivati in Francia? Capisco che una bella ragazza in abito vaporoso bianco arrancante su un pietroso sentiero con sullo sfondo la Riviera fa il suo effetto, ma insomma mica si può andare troppo contro il buonsenso. Un minimo di verosimiglianza, ecco. L’altro limite grande del film è che dei cinque migranti finiamo col sapere poco, pochissimo, e quel poco lo apprendiamo a frammenti, confusamente. Capisco che si sia voluto evitare l’effetto talking heads dei documentari di una volta, con il mezzobusto iunquadrato frontale che parla, straparla e spiega la rava e la fava. Capisco che sia assai più cool e contemporaneo alludere, non eccedere in didascalie, lasciare un po’ di non detto. Seguire insomma la lezione di Frederick Wiseman che nei suoi documentari ha abolito le teste parlanti e la voce fuori campo. Ma ci son casi, e questo è il caso, in cui informazione, chiarezza, esaustività son doverose. Se ho ben capito – e il se è d’obbligo – qualcuno dei rifugiati è siriano, altri sono palestinesi provenienti dagli storici campi costruiti dopo l’epulsione da Israele. Tutti accennano a fatti tremendi che hanno vissuto o cui hanno assistito, senza però che ci dicano esattamente cosa, dove e quando. Da chi scappano? Dal regime? O dai suoi oppositori che in certi casi si sono rivelati altrettanto feroci (qaedisti, fanatici dell’Isis)? Ancora: sono tutti musulmani? tutti sunniti? o c’è tra di loro qualche alauita? qualche sciita? o magari qualche cristiano? Si fa presto a dire rifugiato siriano, è però doveroso fornire ulteriori informazioni, se no si finisce con l’appiattire tutti nello stesso calderone indistinto di vittime di emergenze umanitarie, categoria nobile ma irrimediabilmente generica. Ancora: come sono arrivati a Lampedusa, e poi da lì fino a Milano? Sì, qualcuno di loro parla di posti su barconi in partenza dalle coste egiziane comprati a caro prezzo (mille dolalri a testa). Si parla di un naufragio al largo di Lampedusa. Ma è troppo poco. Si vorrebbe sapere di più. Si deve dire allo spettatore di più. Certo, i tre registi ce la fanno a imbastire una tranche de vie appassionante, e perfino a far emergere un personaggio che non ti aspetti, il ragazzino che fa rap (in arabo) e racconta rappando tutti i dolori della gente sua, di ieri, di oggi (con qualche cenno ai ‘martiri’, lasciando intravedere un culto della morte degna e onorevole per me abbastanza rabbrividente. Ma forse ho inteso male, almeno lo spero). Io sto con la sposa finisce come deve finire, con didascalie che ci informano su quanto è poi successo ai vari protagonisti. Un’ultima, ma non così secondaria, considerazione. Vedendo questo film non puoi non pensare a come non sia poi così difficile attraversare da clandestini tutta l’Europa da Sud al profondo Nord. Basta prendere qualche precauzione di elementare buonsenso, e tutto fila liscio. Frontiere apertissime, controlli nelle città e sulle autostrade ridotti se non inesistenti. Ovvio che ti venga da dire: se anche non si mascheravano da corteo di nozze era lo stesso.

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