Recensione: ANNABELLE, horror vintage e senza troppi effettacci, alla Polanski anni ’60

DSC_7556.dngAnnabelle, un film di John R. Leonetti. Horror. Con Annabelle Wallis, Alfre Woodward, Eric Ladin, Tony Amendola, Michelle Romano.
DSC_0180.dngPrequel e un po’ spin-off di quel The Conjuring che l’anno scorso fu, con la sua aria da horror rétro, una buona sorpresa. Anche questo Annabelle si tiene alla larga dalla macelleria e dalle truculenze dell’horror comntemporaneo e punta più sulle atmosfere. Con parecchie citazioni di Polanski, Rosemary’s Baby in primis. Solo che, a furia di togliere, ripulire, sottrarre, finisce col restare poco, e il risultato è la noia. Voto 6 meno
ANNABELLEUn film che è un po’ prequel e un po’ spin-off di quel The Conjuring che l’anno scorso fu un horror di sorprendente successo al box office americano (e che ha funzionato bene anche da noi, dove il genere fa molto fatica a richiamare spettatori al di fuori dello zoccolo durissimo dei fanatici). A unire questo Annabelle a quel film non c’è molto, anzi c’è poco, solo una bambola d’epoca dalla faccia ghignante e dagli occhi spaventevoli, pittata come una prostituta da bassifondi vittoriani, e chissà perché amatissima dalla protagonista femminile. Bambola che appariva in The Conjuring (da noi L’evocazione) come uno dei molti oggetti veicoli del Male e del Maligno, e che qui ha un ruolo più centrale, quale totem e medium delle forze oscure che agitano l’esistenza degli sposini John e Mia, carucci, perfettini, ammodino, bontonissimi, molto, molto Early Sixties, di quel perbene americano non metropolitano (siamo nella provincia californiana) che di lì a poco verrà spazzato via dalle rivoluzione sessuali, dalle alterazioni di massa da droghe e via dilagando con gli sballi e gli attentati al fortino dell’establishment, ai suoi valori, alla sua cultura. Chissà perché Mia – così si chiama la mogliettina (il diminutivo è d’obbligo in questo caso) – adora quella bambola mostro, che a noi appena la si vede vien da urlare dallo spavento. Ma è il cinema, bellezza. Naturalmente da quando la pupa-giocattolo vien portata in casa della coppia cominciano strani fenomeni cinetici. Oggetti che si muovono, macchine da cucire che si mettono in azione da sole e così via. Sarà solo l’inizio di un’escalation che sconvolgerà la vita di John e Mia. Lei oltretutto è incinta, e sembra per le forze maligne veicolate dalla bambola un bersaglio privilegiato, un bocconcino ancora più succulento.
Colpisce in questo discreto film il ripudio dei modi orrorifici così come si sono configurati nelle ultime decadi nel cinema di paura. Sgozzamenti, sventramenti, lacerazioni, amputazioni, possessioni sanguinolente, mostri repellenti. Insomma lo slasher, il gore, il torture porn. Tutto questo viene espunto e messo alla porta da Annabelle, che si stabilisce e si mostra come un ritorno al film di paura prima che la macelleria prendesse il sopravvento. Porte che stridono, finestre che sbatacchiano, rumori sinistri, la casa che si trasforma in luogo del pericolo e della minaccia, ribaltandone la valenza archetipica di rifugio, tana, fortino inespugnabile. Il nemico sta dentro, non fuori. Ma qui a colpire è la voluta atmosfera vintage e rétro, il chiaro e affettuoso gioco citazionista, l’amore dichiarato per il cinema del passato, e se The Conjuring rifaceva quasi filologicamente, e molto bene, le atmosfere degli esorcistici anni Settanta (a partire ovviamente dal capolavoro di William Friedkin), Annabelle è gonfio di richiami al cinema di Roman Polanski. Gli indizi sono disseminati ovunque. Li vogliamo elencare? La strage dei vicini di casa per opera di una setta satanista è plasmata su quella di Bel Air a opera di manson e i suoi accoliti, la strage in cui fu uccisa – incinta – la moglie di Polanski Sharon Tate. Incinta è la protagonista di Annabelle, bersaglio di forze demoniache esattamente come quella, altrettanto incinta, di Rosemary’s Baby. Come si chiama poi la giovane moglie di Annabelle? Mia, come Mia Farrow, la Rosemary polanskiana. E il sinistro, cuperrimo palazzo primo Novecento di Pasadena in cui si insedia la coppia sembra ricalcato sul famigerato Dakota Building in cui fu girato Rosemary’s Baby. Nelle sequenze in cui la follia sembra impossessarsi della mente Mia sono evidenti le similitudini con un altro Polanski, Repulsion. Perfetta, al limite del rigore fiologico, è la ricostruzioine di un nido e di un nucleo familiare anni Sessanta, con la moglie che se ne sta a casa a fare la moglie mentre lui (in questo caso medico alle prime armi) è impegnato a far carriera e a portare a casa i soldi. Pensate, una donna che ancora adopera la macchina da cucire, e sembra un altro tempo, un altro mondo. Attraverso la bambola – è lei a chiamarsi Annabelle – si fanno avanti i demoni, che vogliono agguantare l’anima innocente di Lia, la bambina appena nata. Si coinvolge nella difesa del fortino-famiglia il prete della parrocchia, si fa avanti a dare una mano e consigli la proprietaria di una libreria di libri esoterici. Non dico altro, ovvio. Aggiungo però che le scene splatter non ci sono quasi, che si punta perlopiù sulle atmosfere, sulla suggestione di pochi elementi sapientemente manovrati e messi in campo. Una bella scommessa, anche coraggiosa la sua parte. La suspense è direttamente proporzionale agli effettacci usati, cioè scarsa. Annabelle comunica un senso di pulizia, di minimalismo e perfino di rigore, pare un salutare antidoto agli eccessi e ai barocchismi dei soliti horror. Ma paga tutto questo con la noia, con un racconto stagnante che non procede mai e ripercorre troppe volte gli stessi punti narrativi. Raramente ho visto un film di paura con così pochi climax. Però il pubblico sembra gradire. Uscito venerdì scorso in America, Annabelle ha realizzato la cifra incredibile di 38 milioni di dollari, praticamente alla pari del ben più promozionato Gone Girl di David Fincher, e anche in Italia al suo primo weekend ha incassato più che discretamente.

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