Doppiaggio sì, ma per certi attori italiani

Mi sono già speso contro la barbara pratica del doppiaggio che impedisce di vedere/sentire un film così come l’autore lo ha voluto e lo snatura fino allo scempio. Tant’è che, da quando frequento i festival e le anteprime stampa, semplicemente non reggo più un film straniero in italiano, anche se i nostri doppiatori sono di ineccepibile professionalità (ma non può essere sempre l’alibi per continuare con la cattiva abitudine). Però. Però il deprecato dubbing, l’innaturale attribuire una voce non sua a un attore colpevole solo di non essere italiano, qualche volta andrebbe riesumato. Non per i film venuti da fuori, ma per certe cose di casa nostra che a sentirle è uno strazio. Perché con attori (attori?) che sono dei cani e con attrici che sono (no, non fatemelo scrivere, ché il femminile di cane è parola ripugnante). Fatelo/fatela tacere, ti vien da urlare non appena aprono bocca. Modesta proposta: perché non torniamo al sano cinismo del nostro cinema anni Cinquanta e Sessanta, quando produttori e registi se ne fregavano dell’integrità dell’attore e del suo diritto alla voce, e sceglievano le facce e i corpi giusti per poi, nel caso tali facce-corpi fossero incapaci a recitare e negatissimi senza rimedio, chiamare qualche bravo doppiatore-doppiatrice. E da questo assemblaggio alla Frankenstein ne uscivano non mostri, ma meraviglie. Molte nostre bellissime entrate nella storia del cinema hanno incominciato, e pure continuato, con la voce di altre, e il tempo ha dato ragione a chi le mutilava della loro (se pensate che mi riferisca a Claudia Cardinale, vi sbagliate; la doppiavano non tanto per la voce roca o perché fosse incapace, ma per il suo accento francese). Lo stesso si faceva con gli attori stranieri nei nostri film. Mica come adesso che Willem Dafoe in Pasolini con la voce sua parla in inglese in alcune scene e in italiano con accento newyorkese in altre, e viene da mettersi le mani nei capelli. Nella Golden Age del nostro cinema si chiamava sì Burt Lancaster a fare il principe siciliano nel Gattopardo, ma poi ci pensava un nostro attore (mi pare Turi Ferro*) a dargli il giusto accento aristo-palermitano. Lo stesso vale per Alain Delon in Rocco e i suoi fratelli, credibilissimo come lucano immigrato a Milano grazie al doppiaggio. Qualche giorno fa hanno ridato in tv Leoni al sole di Vittorio Caprioli: bene, chi l’ha visto sarà rimasto ammirato di come il francese Philippe Leroy fosse perfetto quale giovanotto partenopeo vitellone sotto il sole di Positano, anche qui grazie alla voce di un altro (e grazie anche alla sua faccia e al suo corpo, of course). Se si ripristinasse l’abitudine non con gli stranieri, ma con certi attori italiani cani, ci guadagnerebbero tutti. Noi e loro. Altro che dirittto alla propria voce. Siamo noi che abbiano il diritto a non essere molestati dai cani.
* mi dicono essere invece Corrado Gaipa. Grazie Egle.

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