TorinoFilmFestival32. Recensione: LA SAPIENZA di Eugène Green. Questo viaggio in Italia è dalle parti del capolavoro

OC754701_P3001_182272La Sapienza, un fim di Eugène Green. Con Fabrizio Rongione, Christelle Prot Landman, Ludovico Succio, Arianna Nastro. Francia-Italia. Presentato al TFF32 nella sezione Onde. Avendolo già visto al Locarno Festival 2014, ripubblico la recensione scritta in quell’occasione.
OC754702_P3001_182273Temo di essere tra i pochi cui a Locarno sia piaciuto. Film divisive, o lo ami o lo sbeffeggi. Viaggio in Italia sulle tracce del Borromini di un architetto svizzero in crisi e della moglie. Incroceranno a Stresa una coppia di giovani fratelli, lei malata di un misterioso male dell’anima. Dopo il loro incontro, e dopo il viaggio, niente e nessuno sarà più come prima. Cinema austero, inquadrature rigorose e ossessivamente simmetriche. Dialoghi che intendono resuscitare la lingua barocca, meravigliosamenti finti e inattuali. Prendere o lasciare. Io l’ho adorato. Voto 8 e mezzo
OC754700_P3001_182271Uno di quei film aristocratici e solitari che se ne vanno per conto loro, e se qualche compagno di strada lo trovano tanto meglio, però senza mai pietire comprensione e solidarietà. Film fieri, che non fan concessioni. Prendere o lasciare. Non sono come tu mi vuoi, sono quel che sono. Uno di quei film che gli anglofoni chiamano divisive, che insomma o li ami o li odi. O te ne lasci prendere e gli vuoi bene, o li sbeffeggi e sghignazzi. Come qualcuno ha fatto al Kursaal durante la proiezione stampa, dove questo La Sapienza dell’americano ormai da un bel po’ francese Eugène Green è stato dai più malmostosamente accolto con sbuffi di noia e a bocca storta. Certo, fosse stato proiettato a Venezia alla Sala Darsena con in platea la famigerata industry romana sarebbe stato il massacro, la corrida, fischiato dopo due minuti. Almeno qui in Svizzera è potuto arrivare tranquillo alla fine, ed è già qualcosa. Perché, diciamolo, La Sapienza non fa niente per farsi piacere, anzi fa parecchio per respingere. Stile altissimo, stratosferico, non senza spocchia, di un rigore perfino ossessivo che non può non ricordare i radicalismi di Ozu e Straub, e che fa apparire un film di Rossellini un capriccio rococò. Dialoghi davvero sui massimi sistemi, l’arte, l’anima e le sue malattie, lo spirito e il desiderio. Personaggi che si fan portatori di un messaggio e parlano, letteralmente, come un libro stampato e come nessun comune mortale farebbe mai. Incontri in riva al lago che sembrano venire da Marivaux se non addirittura Racine, e se ci son di mezzo malattie (e ci sono) la migliore terapia diventa la visione con tanto di rispecchiameto tra palcoscenico e chi sta in platea, del Malato immaginario di Molière. Eugène Green, eccentrica e ascetica figura arrivata al suo quinto lungometraggio e cultore della parola barocca, è a modo suo ormai un maestro, anche se di riconoscimenti ne ha avuti pochi e stenta perfino a entrare nel gruppo degli registi cultizzati dai soliti critici-cinefili fancesi che stabiliscono il canone autoriale. Un cinema, il suo, fortemente di parola e pittorico, con inquadrature frontali a camera fissa composte secondo una rigida, ossessiva simmetria, cinema inattuale, distante dal contemporaneo e immerso in un suo tempo interno come, per dire, un Manoel De Oliveira. O gli Ozu più puri. Io di questo film mi sono innamorato subito, lo vorrei vedere premiato, e a questo punto mi vien voglia di recuperare il resto di Green che non ho mai visto. Alexandre Schmidt, 50 anni, architetto, svizzero, è a una stasi della sua carriera, anche il suo matrimonio con l’acuta, intelligente Aliénor mostra segni di stanchezza. Decide di intraprendere il viaggio che da tempo avrebbe voluto fare sulle tracce del suo architetto di riferimento, il Borromini, muovendosi tra Ticino, dove Borromine nacque, a Roma, dove ci sono le sue opere maggiori. Un viaggio con Aliénor che è anche una riedizione del Grand Tour, e ogni riferimento immagino che in Green sia voluto e per niente casuale, e che è anche una citazione cinefila, mi pare, del Viaggio in Italia di Rossellini, con la coppia che cerca di trovare in quel vagare una qualche verità e una qualche ragione per non separarsi. Sul lungolago di Stresa incontrano una coppia di giovani fratelli. Lei, Lavinia, è in preda a un misterioso malore, lui, Goffredo, la sorregge con una dedizione e un affetto che rivelano un legame di forza non comune. Alexandre e Aliénor, ma soprattutto lei, si prendono a cuore le sorti della ragazza, la accompagnano a casa. Quando Alexandre partirà per Roma, la moglie deciderà di stare a Stresa per seguire la convalescenza della giovane amica. Sarà invece Goffredo, il fratello, anche lui aspirante architetto, ad accompagnare Alexandre. Le due coppie si sono scomposte e ricomposte in modo nuovo, in uno scambio geometrico, come in un passo di quadriglia. Alexandre e Goffredo, Aliénor e la ragazza. Le vite dei quattro cambieranno. La ragazza guarirà dal suo misterioso male di vivere una volta che il complesso rapporto con il fratello le sarà chiaro e entrambi saranno diventati adulti. Per Francesco il conoscere Borromini attraverso la guida di Alexandre e le sue lezioni sul campo si trasforma in percorso di formazione e passaggio all’essere adulto. C’è molto di straordinario in La Sapienza. La visualità di tutto il film è architettonica e insieme ispirata ai grandi vedutisti, ogni inquadratura è costruita con l’attenzione di chi disegna e progetta spazi e forme. Cose e persone posizionate all’interno secondo una rigida simmetria, e i loro movimenti pure. Nel tentativo, o nell’illusione, di dare ordine attraverso la forma, e la forma-cinema, all’inevitabile caos del mondo e della vita. Dialoghi fintissimi e letterari, con parecchi rischi di cadere qua e là nel ridicolo, come quando si tende al sublime e, volendo volare troppo alti, ci si può schiantare al suolo. Ma quando questo complesso insieme di elementi funziona, quando la macchina ce la fa a decollare, il film diventa un miracolo. Anche se i due ragazzi sono attori assai acerbi (uso un garbato eufemismo), le loro facce e i loro corpi sono di una purezza assoluta, ci parlano di una carnalità depurata, come stilizzata in un fregio araldico, rimandando a un immaginario occidentale aristocratico che sembra ormai sparito dai nostri orizzonti, soverchiato com’è dalla bruttezza e dalla volgarità delle nuove plebi. Non so dove Green abbia trovato i suoi due ragazzi, Ludovico Succio e Arianna Nastro, ma sono meravigliosi e ci ricordano certe creature bressoniane come il protagonista di Il diavolo probabilmente (non per niente film di cui Green è stato tra gli interpreti). La bellezza pura, angelicata (o, al suo opposto e simmetrico, demoniaca) torna tra noi attraverso questo film, e pensare che la davamo per persa per sempre. I beceri sghignazzano a dialoghi tipo : “Io e te facciamo parte dello stesso spazio architettonico”, anziché contemplare, in La Sapienza, l’armonia finalmente ritrovata. Che poi anche i dialoghi, quando ci azzeccano, sono una meraviglia. Come quello tra Aliénor e il caldeo iracheno sulla riva del lago Maggiore (lo interpreta lo stesso Green). A ricordarci che da qualche parte del mondo ci son culture millenarie, lingue e tradizioni che proprio adesso, proprio in questi giorni, stanno morendo. (Alexandre è Fabrizio Rongione attore-feticcio dei Dardenne, visto anche in Deux jours, une nuit quale marito di Marion Cotillard).

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