TorinoFilmFestival32 dy bay day. I 4 film che ho visto giovedì 27 novembre

'Pale Moon'

‘Pale Moon’

Mercuriales di Virgil Vernier. Torino 32 (Concorso)
In una Parigi avveniristica, futuribile, astratta, impersonale. Con le due torri della compagnia Mercuriales a dominare e disegnare lo skyline. All’inizio sembra di stare in un film alla Alphaville-Godard o Playtime-Tati, uomini e donne che si muovono in enormi spazi di agghiacciante modernità. Poi la storia (storia? anche qui siamo alle solite: antinarratività, decostruzione di ogni possibile racconto) si concentra su due ragazze che al Mercuriales si sono conosciute e diventate amiche. Una francese che sogna di fare la ballerina e una ragazza venuta dalla Moldavia. Il film sono loro, il loro sopravvivere in un mondo competitivo, ostile e feroce. Periferie desolate, bordelli, ma anche cene conviviali, feste di nozze. Mercuriales ha pagine molto belle, ma anche tanta zavorra, frammenti, fatti e fatterelli di nessun conto e interesse. Bagattelle che gli impediscono di fluire, che ostruiscono la narrazione. Ma qualcosa ci resta di queste due ragazze che cercano di sopravvivere e salvarsi, e il decostruzionismo non è così distruttivo come in altre cose viste qui al TFF (penso a Violet o As We Were). Ormai il seguire quasi documentaristicamente vite e personaggi filmandone anche l’inessenziale, il marginale, il minimo e il micro, è una delle direzioni prese dal nuovo cinema giovane. Facciamoci i conti, ecco. Voto 6 e mezzo
What We Do in The Shadows di Jermaine Clement e Taika Waititi. Torino 32 (Concorso)
L’applauso più forte e convinto di tutte le proiezioni stampa. È piaciuto e piacerà questo rozzo, ma furbo e paraculissimo film neolezandese che gioca – un’altra volta! – con la mitologia e l’iconografia e la convenzione dei vampiri. Che ormai non se ne può più, e però devo dire che i due autori neozelandesi riescono a immettere sangue abbastanza fresco nell’usuratissimo ed estenuato genere. La buttano sulla commedia non finissima, anzi piuttosto grossier, assai maschile, senza badare troppo a mettere a punto uno stile e un’idea di cinema. Vita, opere, fatti e misfatti di quattro vampiri che si dividono la stessa casa a Wellington, NZ. Son baruffe e bisticci come in ogni coabitazione, e c’è il precisino che vuole tutto organizzato e ordinato e quello che fa casino e non lava mai i piatti. Cose così. Il più giovane ha quasi 400 anni, il più anziano ne ha settemila e giustamente vive e dorme in un sarcofago. Non manca Vlad l’impalatore, sempre voglioso di sangue nuovo e donne. Molto inventivo. Le trovate si susseguono, il ritmo è elevato, si ride molto e non ci si annoia mai. Basta non pretendere delle grandi finezze, ché qui si va decisi sulla farsa. Il limite vero è che di cinema ce n’è poco, l’impressione è che si tratti di un pilot per una serie tv o una sit-com. E della sit-com ha la struttura a blocchi, ognnuno con il suo tragitto narrativo veloce e l’inevitabile, necessario approdo comico.
Senza Lucio di Mario Sesti. Festa mobile /Ritratti d’artista
Dalla raccontato da chi l’ha conosciuto bene o l’ha amato e ammirato. Ricostruzione di una vita d’artista che, come capita spesso con questo tipo di operazioni, abbonda di testimonianze non tutte così necessarie che finiscono con l’asfissiare il centro della narrazione. Fiumi di parole, e non sempre illuminanti, o rivelatrici di un qualche aspetto, di un qualche dettaglio. Resto dell’idea che, più che parlare di un musicista, sarebbe meglio fare sentite le sue opere. Nell’immensità dei contributi ci sono però cose interessanti. Marco Alemanno, la persona che più è stata vicina a Lucio Dalla negli ultimi anni (s’è molto parlato della sua esclusione dall’asse ereditario), racconta come si sono conosciuti. Era il 1997, Marco Alemanno ha 17 anni e sta girando per Bologna con la fidanzata. La quale riconosce il cantautore e lo ferma. Cominciò tutto così e Alemanno sarebbe rimasto accanto a Dalla fino alla fine. Belle le foto di Lucio bambino, spinto a calcare il palcoscenico in commedie e piccoli musical dalla mamma modista che adorava ogni forma di creatività. Con Renzo Arbore che si ricorda il piccolo Lucio accompagnare la madre quando scendeva a Foggia a vendere i suoi vestiti alle signore della città. Mamma Arbore era una delle sue clienti, ed è una storia incredibile davvero. Fra tanti elogi e tanti quanto-ci-manca (compreso, ed è una sorpresa, quello di Paolo Nutini), spiccano le voci non allineate di Piera Degli Esposto e Paola Pallottino, autrice del testo di 4 marzo 1943, che Dalla lo conobbero ragazzino a Bologna e ne ricordano anche i lati oscuri. Qualche cover di pezzi suoi da parte di vari interpreti, tra cui Marta sui Tubi (Dalla stava per produrre il loro nuovo album). Ma il migliore omaggio è di un fruttivendolo che, mentre sistema le sue cassette di peperoni e pomodori, canta Caruso. Voto 5
Pale Moon/ Kami No Tsuki di Daihachi Yoshida. Festa mobile
Anni Novanta, Giappone. Rika è una proba bancaria che si occupa degli investimenti finanziari dei clienti. Vita qualunque e triste, sposata com’è a un grigio uomo in carriera con il quale ogni desiderio e fremito è da tempo sepolto. Conoscerà un diciottenne che, dopo averla corteggiata, se la porta a letto, e per Rika tutto cambia. Per aiutare il suo giovane amante, pieno di debiti, comincerà a rubare in banca i soldi dei clienti. Prima piccole somme, poi sempre di più. Pare fino a questo punto una storia alla Senso di Visconti, la donna che perde ogni dignità, che si degrada, che rischia tutto – il proprio onore, il matrimonio, il lavoro – per un gigolò. Ma poi Pale Moon imbocca altre strade, diventa una storia di ossessioni infantili mai risolte, di compulsione ad aiutare i diseredati. Con una partita pericolosa giocata sul luogo di lavoro tra Rika e la sua durissima donna-capo, che la sorveglia e cerca di inacastrarla. Tortuosità psicologiche che ricordano altri due fim giapponesi degli ultimi anni, Confessions e il bellissimo Forma dato il febbraio scorso alla Berlinale (e poi al Milano film festival). Pale Moon non è però agli stessi livelli, e ha anche il torto di allineare almeno sette finale diversi senza mai decidersi e tirandola per le lunghissime. Peccato, poteva essere un melodramma giapponese algido fuori e torrido dentro, invece non è andata così. Voto 5 meno

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