Recensione: STORIE PAZZESCHE. Dall’Argentina un film atrocemente divertente. Da non perdere

d19f87aec9f3e306f15a584cb981aa42Storie pazzesche (Relatos Salvajes), un film di Damian Szifron. Con Ricardo Darín, Leonardo Sbaraglia, Oscar Martinez, Erica Rivas, Julieta Zylberberg, Dario Grandinetti. Al cinema da giovedì 11 dicembre.sp_6_20141111_1498462577Quando l’han presentato a Cannes lo scorso maggio nessuno sapeva niente del suo regista, un argentino prodotto dai fratelli Almodovar. E niente ci si aspettava da questo Relatos salvajes, un comico-grottesco a episodi. Invece è stato la vera sorpresa del festival, altro che la Rohrwacher di Le meraviglie. Storie cattivissime, dark, atrabiliari, beffarde e molto divertenti, per dimostrare che nel fondo di noi c’è sempre la selvaggia bestia della caverne: basta scatenarla. Diretto discendente di I mostri di Risi, anche se il regista non lo dice. Voto 8
sp_10_20141111_1483882892sp_30_20141111_1586906740Damian Szifron chi? Quando s’è visto il suo nome nella lista dei registi ammessi in concorso a Cannes 2014 c’è stato lo sconcerto generale. Ma chi è mai questo signore che viene dall’Argentina e che, anche se prodotto dai fratelli Almodóvar, non l’ha mai sentito nessuno? E come avrà fatto a essere incluso nella lineup del festival più importante ed esclusivo del mondo? Bene, Szifron a Cannes non ha deluso per niente, anzi gran divertimento e risate, anche se con retrogusto amarissimo, per il suo Relatos Salvajes. Szifron ha dichiarato che la sua ispirazione son state le Amazing Stories prodotte per la tv da Spielberg e New York Stories di Coppola, Allen, Scorsese. A me, e non a me soltanto, è parso invece che i veri antenati e modelli ispiratori siano gli italiani, italianissimi I mostri di Dino Risi e il successivo I nuovi mostri. Più un qualcosa del Marco Ferreri più dark e atrabiliare, quello della collaborazione con lo spagnolo Rafael Azcona. Relatos Salvajes fin dal titolo ci vuol far intendere che sotto la scorza dell’uomo civilizzato e educato si nascondo sempre la bestia pronta a tirar fuori le zanne, basta che le circostanze le diano modo di manifestarsi. Un film a tesi. Un film-teorema, in cui i singoli episodi, da quelli iniziali più brevi e con la struttura veloce dello sketch-barzelletta (come succedeva pure nel capolavoro I mostri) a quelli più complessi e stratificati, fungono da dimostrazione. Film per niente anarchico come la sua violenza e carica distruttiva lascerebbe intendere, ma costruito con un visione ingegneristica, ed è questa sua struttura assai chiusa il suo vero e unico limite. Perché, per il resto, le storie sono benissimo scritte e molto, molto divertenti, la regia ha una sua autonomia, non è solo pedissequa illustrazione del racconto, ma si incarica di creare visioni, immagini, incubi che potenzino la già forte carica del testo e della drammaturgia. Con pure un uso elegante della macchina da presa attraverso carrellate assai autoriali. S’è visto raramente negli ultimi anni un comico-grottesco realizzato con tale consapevolezza stilistica, e bisogna risalire al miglior Terry Gilliam (e, please, non parlatemi di Delikatessen, che è tutt’altra roba). Le storie. Un tizio considerato sfigatissimo e perdente da tutti quelli che l’han conosciuto e dalle donne che non l’hanno voluto, riunisce nemici e detrattori per la sua vendetta tremenda vendetta. Sulla strade argentine che portano laggiù verso la Patagonia un duello tra una macchina fighetta guidata da un fighetto e un catorcio su ruote guidato da un bruto si risolverà in uno scontro finale alla Mad Max. Ma i due episodi che fan grande il film sono quelli della famiglia ricca che copre il proprio figlio pirata della strada pagando un poveraccio che si prenda la colpa dell’incidente (succedeva anche in Le tre scimmie del turco Nuri Bilge Ceylan, il regista di Il regno d’inverno), e lì siamo in puro Risi-Monicelli, e soprattutto l’ultima storia, la più lunga e dalla costruzione più complessa. Alla sua festa di matrimonio (di un matrimonio che da qualche dettaglio a me è parso ebraico) la sposa si rende conto che tra gli invitati c’è l’amante del marito, e da lì comincia la sua vendetta, in un’escalation di distruzione che ricorda i più devastanti slapstick. Si comincia col poco, si finisce nella catastrofe generale. Ma con parecchi risvolti sorprendenti e un finale che davvero non ti aspetti. Signore e signori, è nato un autore che, anche se non lo sa o non lo vuole ammettere, è parente dei nostri Risi, Monicelli, Ferreri, Germi. Intanto, da quella proiezione a Cannes il film ne ha fatta di strada. Nominato dall’Argentina come suo candidarto all’Oscar per il migliore film straniero, è dato tra i favoriti in una corsa che vede pesi massimi come i Dardenne, Nuri Bilge Ceylan e Xavier Dolan, oltre al nostro Virzì del Capitale umano. Qualche giorno fa Storie pazzesche è stato dichiarato migliore film straniero dell’anno dall’americano National Board of Review, ed è un ottimo esordio nella awards’ season.

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