Recensione: PRIDE. L’imprevedibile alleanza anti-Thatcher tra gay e minatori. Però, quanta ideologia

PRIDEPride, un film  di Matthew Warchus. Con Billy Nighy, Imelda Staunton, Dominic West, Joseph Gilgun, Andrew Scott, Paddy Considine.PRIDEGB 1984. L’imprevedibile alleanza tra un gruppo di militanti gay e i minatori in sciopero contro la Thatcher (fu lei a vincere il braccio di ferro). Ken Loach incontra il camp, in una commedia irresistibile come solo gli inglesi sanno fare. Piacionissima. Troppo. E di uno schematismo politico-ideologico che impedisce al film di volare. Voto 5
PRIDEBene, lo dico subito, Pride non m’è piaciuto, fin da quando l’ho visto a Milano il giugno scorso alla rassegna Cannes e dintorni (a Cannes, dov’era stato presentato in apertura di Quinzaine con dodici-minuti-dodici di sonori applausi, me l’ero perso). Non m’è piaciuto questo film che sta piacendo e piacerà a tutti quelli che lo vedono/vedranno. Di quei film cui è pressoché impossibile dire di no, da com’è seduttivo e piacione e ingegneristicamente costruito per attrarre consensi (se dico ruffiano vengo messo alla gogna, anzi lapidato, sulla pubblica piazza di quel nuovo luogo del sentire collettivo che è il Politicamente Corretto). Come si fa a resistere a un film che racconta la favola bella dell’alleanza tra blue collar e gay? La classe operaia nella sua forma più mitologica e maschia, il minatore, e gli omosessuali di ogni possibile gradazione, da quello che non-diresti-mai-che-lo-è alla drag alla lesbica butch: tutti uniti e solidali contro la strega cattiva. La strega di tutte le streghe. Colei che nell’immaginario gauchiste e leftist occidentale delle ultime decadi ha incarnato il Male Assoluto, la signora di ferro Margaret Thatcher. Siamo difatti nell’Inghilterra del 1984, durante il lungo – mesi e mesi – sciopero del Sindacato nazionale dei minatori contro la signora rea di voler chiudere miniere di carbone giudicate improduttive, e un peso per i conti pubblici e l’economia nazionale.
Scioperanti e governo si giocarono tutto. Vinse la signora, persero i minatori. Da quel momento la Gran Bretagna non sarebbe più stata la stessa, e non solo la Gran Bretagna. Pride si situa in quel passaggio epocale, e si situa dalla parte degli sconfitti, rappresentati qui però come i veri trionfatori, come i vincitori morali davanti all’opinione pubblica e alla Storia (capital letter, mi raccomando). Dicevo: favola bella. Pride ha un andamento apparentemente storico-cronachistico, di ricostruzione fedele e minuziosa del reale, mentre è nella sua sostanza epicizzante e mitologizzante, una ballata popolare edificata su una netta quanto forzata contrapposizione tra Bene e Male, sull’identificazione di un nemico cui opporre un gruppo di eroici combattenti. Gli autori assicurano che quanto raccontato – la comune lotta di gay e minatori contro la prima ministra Thatcher – è realmente accaduto. Non lo metto in dubbio, anzi ne sono più che convinto. Non è però neutrale la rappresentazione che se ne fa, dove le zone grigie della realtà vengono ridotte e semplificate in un quadro di squillante e netto bianco e nero. Ma quando mai, scusate? Che per la classe operaia, britannica o italiana o francese, l’omosessuale era sempre stato considerato un segno e un prodotto della deboscia borghese, un malfido reazionario, un nemico di classe. Ce n’è voluta perché i blue collar lo trangugiassero e accettassero accanto a sé quale soggetti di una qualsiasi politica de’ sinistra. C’è voluto, forse, il tramonto della stessa classe operaia, della sua centralità, e il suo spappolamento nell’attuale magma indistinto della cultura dei diritti. Un processo complicato, e non indolore, su cui ci sarebbe molto da indagare, strudiare, analizzare, scrivere. Pride invece la fa molto facile e ogni contraddizione, come dicevano i vecchi Marx & Engels (e Hegel), viene piallata via velocemente. Per carità, nel film c’è qualche vecchio e tradizionalista e machista minatore che non vuole avere tra i piedi quelle checche frou frou, ma è visto come un residuato bellico di vecchie battaglie, come un dinosauro impagliato e imprigionato in un’era remota. Vestigia di una nicchia ecologica destinata all’inevitabile sparizione. PRIDENon penso sia così, non penso sia andata così, penso che l’inclusione degli omosessuali nell’area degli schieramenti variamente progressisti sia stata più accidentata e complicata, e non proprio lineare come Pride ci racconta, in un’operazione tra le più ideologiche, e di ferrea ideologia (e qui sta il suo limite), che si siano viste al cinema negli ultimi anni. Come no, si sorride, si ride, ci si commuove. Il regista, gli sceneggiatori e un pugno di attori fantastci come solo gli attori inglesi sanno essere ci servono uno spettacolo in certi momenti travolgente, ma che pur nell’abilissima confezione non ce la fa a nascondere la sua trama rigida fatta di facili manicheismi e contrapposizioni binarie.
Dunque: i minatori inglesi sono in sciopero ad oltranza contro la Thatcher. Interi villaggi di aree come il Galles rischiano di rimanere strozzati dalla chiusura delle miniere di carbone, su cui sono nati e hanno vissuto per generazioni. Nelle case non arrivano più gli stipendi, sorgono comitati per la raccolta di fondi pro-scioperanti. È in questo quadro che, in un club gay di Londra, un ragazzo di origini proletarie pensa che sarebbe il caso di fare qualcosa per gli scioperanti, di raccogliere dei soldi. L’idea prende piede, con un pugno di gay & lesbiche pugnaci che cerca di conquistare alla causa operaia le non politicizzate coscienze dei più, assai più interessate ai balli e alle scopate. Ma chi mai accetterà la mano tesa da un gruppo di omosessuali? Si identifica un paesino del Galles cui portare la propria concretissima solidarietà in sterline, e il variopinto (siam sempre dalle parti del Vizietto e Priscilla) parte per la difficile missione. Sarà subito diffidenza, nella working class. Ma a poco a poco tra gli scioperanti e il comitato di sostegno si faranno avanti signori e soprattutto signore (son le donne in questi casi a far da pontieri) che non disdegnano affatto l’aiuto di quegli strani ragazzi e ragazze di Londra, anche se non proprio consoni alla sobria tradizione della classe operaia locale. Quel che segue è il racconto – magnificamente orchestrato, va detto – di come due parti inizialmente lontane e perfino reciproamente ostili si avvicinino e come negli uni e negli altri si sciolgano i rispettivi pregiudizi verso l’altro-da-sè (e i più tenaci sono i pregiudizi antigay, ovvio). Molte vite in questo incontro, che è antropologicamente un processo di acculturazione, cambieranno dall’una e dell’altra parte. Omosessuali nascosti e prudenti troveranno in quella battaglia il coraggio di mettersi in gioco, minatori che avevan sempre nascosto la gaytudine faranno coming out, virtuose signore del villaggio scopriranno attraverso quei ragazzi di Londra un mondo di divertentissime porcate. Cose così. Confezionate e recitate all’inglese, cioè al massimo grado possibile. Riapplicando uno dei più collaudati e vincenti schemi narrativi del cinema made in Uk degli ultimi decenni, quello di cortocircuitare mondi e culture e appartenze assai lontani per cavarne effetti spettacolari e comici. Se in Full Monty la classe operaia si guadagnava il paradiso mettendosi a nudo e scoprendo la potenza del corpo-spettacolo, se in Calendar Girls compite signore si spogliavano a fin di bene erotizzando le proprie esistenze, qui la working class incrociandosi con la cultura gay scopre una visione meno plumbea e più colorata del vivere. Alla manifestazione collettiva e comune che il film ci presentra alla fine si rischia pure di commuoversi. Ma, se si resta a ciglio asciutto e si resiste a questo irresistibile film, non si potrà che dissentire dall’eccesso, davvero insostenibile, di correttezza politica e di ferrea costruzione ideologica. Perché questa, signori, è la narrazione che ancora mancava per legittimare a posteriori l’inclusione della questione omosessuale nell’agenda della sinistra occidentale. Un film che peraltro in Inghilterra e negli Stati Uniti non è andato finora così bene al box office come le anteprime e le entusiastiche recensioni lasciavano presagire. Molti riconoscimenti (Pride ha fatto razzia la scorsa settimana dei Bifa, i premi del cinema indipendente britannico, e ha ottenuto pochi giorni qualche inaspettata nomination ai Golden Globes), ma incassi al di sotto delle attese. Neanche due milioni di dollari egli Stati Uniti, e una cifra worldwide di sette milioni e mezzo di dollari, mica tanti. Tant’è che un sito americano che ahimè non ricordo s’è chiesto se i film a soggetto Lgbt non tengano lontani gli spettatori. Perché lo stesso è successo quest’anno a un’altra storia gay molto celebrata dalla critica ma poco amata dal pubblico, Love is strange, da noi I toni dell’amore. Lo stesso era successo l’anno scorso con La vie d’Adèle – incassi buoni ma non eccezionali – e Lo sconosciuto del lago. Però lo scorso weekend da noi Pride è andato bene realizzando la più alta media per sala. Italia patria d’elezione per i gay movie?

Il regista Matthew Warchus

Il regista Matthew Warchus

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Una risposta a Recensione: PRIDE. L’imprevedibile alleanza anti-Thatcher tra gay e minatori. Però, quanta ideologia

  1. Alessandra scrive:

    L’ho appena visto fuori tempo massimo. D’accordo su tutto. Bellissima recensione.

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