Film-capolavoro stasera in tv: CABARET (merc. 31 dic. 2014, tv in chiaro)

Cabaret, Rai Movie, ore 22,55.cabaret1Quando questo musical (ma ridurre un film così a un solo genere è un peccato) apparve – era il 1972 – si capì subito che si trattava di un film enorme, però nessuno intuì che Cabaret sarebbe entrato di forza nella storia del cinema e nel repertorio dei classici per non uscirci più: affermandosi come uno di quei film epocali che reinventano un genere, fissano un nuovo paradigma, iconizzano attori e attrici. Da dove partire per parlarne? Dalla sua strana origine, per esempio. Origine tutta letteraria, le raccolte di racconti di Christopher Isherwood, Addio a Berlino e Mr. Norris se ne va, in cui lo scrittore ricostruisce in forma semiautobiografica, e un po’ fictionalizzando, le sue esperienze nella irripetibile Berlino weimariana dei primissimi anni Trenta. Una Berlino meta di pellegrinaggi gay da tutta Europa – e Isherwood gay lo era- , una metropoli rinata dalla sconfitta bellica di disperata vitalità e creatività aperta a sperimentalismi di ogni tipo, artistici e esistenziali, che si esprimevano al loro massimo nella subcultura edonistico-rutilante del kabarett. Bene, questa Berlino by Isherwood era già diventata una pièce di una certa fortuna, I’m a Camera (e anche un film), prima di trasformarsi in musical a Broadway negli anni Sessanta e poi in questo mitico film di Bob Fosse. Il quale aveva saputo, come nessuno allora, de-ossificare e rivitalizzare la tradizione del musical, sottraendolo a carinerie e leziosità e immergendolo nella realtà e anche, se necessario, nella brutalità. Al centro di Cabaret c’è lei, Sally Bowles, scalcinata cantante americana approdata in quella Berlino weimeriana e che sopravvive esibendosi al Kit-Kat, cabaret non proprio di prima fascia frequentato da bohemians, gay e altre marginalità, ma anche da ricchi borghesi in cerca di brividi e trasgressioni (e ovviamente ritratti da Fosse alla Otto Dix e alla Grosz). Nella sua  pensione Sally ha per vicino uno squattrinato scrittore inglese, Brian (Micheal York). Sarà complicità e forse anche amore tra i due, ma poi arriverà il biondo aristocratico teutonico Max (Helmut Griem) a sedurre sia lei che lui, e a indicare che l’amore percorre più sentieri, anche complicati. Altro character è la sofisticata ebrea Natalia (Marisa Berenson, icona di quei primi anni Settanta), mentre sullo sfondo i nascenti gruppi nazisti per strada manganellano, uccidono, colpiscono dissidenti, rossi, anarchici, diversi di vario genere, ebrei. Intanto sulla scena del Kit-Kat si canta, si balla, si sghignazza, si evade e si allude anche alla più triste e turpe realtà, e si susseguono i numeri musicali, con una Sally/Liza Minnelli che canta e rifà Marlene Dietrich del Blaue Engel in calze trasparenti nere, costume sgambato, cappello maschile, e la sedia come strumento-feticcio di esibizione e anche di seduzione. Però con un caschetto nero che è quello di Luise Brooks ai tempi della sua emigrazione negli studi berlinesi della Ufa per girare Lulù con Pabst. Una meraviglia, qualcosa che installerà Liza Minnelli (vitalistica, patetica, disperata, un clown ipercinetico, arruffato e triste) nella mente dello spettatore globale di allora e di sempre. Quando canta Cabaret non ce n’è più per nessuno, e non resta che guardarla-ascoltarla estatici. Riesce a tenerle testa Joel Grey come laido entertainer del Kit-Kat, mascherone grottesco, effemminatezze e ambiguità che rimandano ai brechtismi visuali di L’opera da tre soldi e Arturo Ui e all’intera cultura-spettacolo di Weimar. Possiamo dimenticare il suo angoscioso numero con la moglie-scimmia ebrea? O l’inno, cinico e davvero di brechtiano anticapitalismo, al denaro in coppia con Sally-Liza? Bob Fosse sa comunicarci molto bene quel mondo sospeso sull’abisso che di lì a poco sarebbe franato nel nazismo, un nazismo che vediamo ai margini della storia raccontata, ma già aggressivo e irrefrenabile. Su tutto un’ambiguità sessuale, e un’omosessualità diffusa e ancora non politically correct (e forse per questo interessante) che viene vista-mostrata dagli autori come metafora anche fin troppo ovvia di ogni altra ambiguità e confusione e decadenza: sociale, esistenziale, storica, non diversamente da quanto aveva fatto poco prima Luchino Visconti in La caduta degli dei. Fino a questo film, i travestiti rifacevano Marlene Dietrich nell’Angelo azzurro, dopo avrebbero rifatto Liza Minnelli che rifà Marlene. Coincidenza: rifà Marlene pure l’Helmut Berger en travesti di La caduta degli dei. Anche questo un film che, come Cabaret, andrebbe visto e rivisto, amato e riamato.

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